Avvertenza per chi visita Dachau. Possibilità di incontrare la metafisica del male.
Sarà stata fisica del male, oltre il cancello nero con la scritta “il lavoro rende liberi”, nello spiazzo di terra battuta, tra i muri di cinta, le torrette di guardia, e quello che rimane delle baracche, spesso solo linee di pietra come trincee che si ripetono fino a dove si perde lo sguardo.
Sarà stata fisica del male, nel museo del campo, l’ennesima ripetizione della fisica del male, ripercorrendo tutta la storia, le fotografie e i documenti dei deportati, la brutalità dei lavori forzati, l’organizzazione del terrore, i sistemi di soppressione.
Sarà stata fisica del male anche in mezzo agli occhi di oppositori, comunisti, ebrei, zingari, sacerdoti, prigionieri di guerra, accanto alla panca di legno dove venivano distesi i detenuti recalcitranti per le bastonate rieducative (trattenendo la mano per non toccarla).
Sarà stata fisica del male la proiezione del documentario, disperati in fila per grattare resti di cibo da un pentolone, le scene della liberazione, scheletri semoventi sostenuti dai soldati americani, novelli monatti con maschera antigas a trascinare carri colmi di corpi (trattenendo ancora la mano che vorrebbe mollare un ceffone a due ragazzini sghignazzanti in gita scolastica).
Sarà stata fisica del male anche entrare nelle uniche due baracche dormitorio lasciate a testimonianza, i passi che scricchiolano su assi di legno come di qualunque cameretta, giacigli a castello come impalcature fatte di dolore.
Poi sarai tornato nello spiazzo, dopo tutta quella fisica del male, dopo quella momentanea materializzazione di ciò che hai già letto infinte volte nei libri, di quello che hai già visto in infiniti film, e di ciò che in altre forme vedi replicarsi ogni giorno, sarai tornato nello spiazzo dove si faceva la conta dei prigionieri, davanti al monumento fatto di corpi intrecciati a filo spinato, forse tirando un involontario sospiro di sollievo per essere passato oltre quella fisica del male.
L’avvertenza è qui. Perché in mezzo a quello spiazzo potrebbe riuscire difficile completare quel respiro, riprendere a inalare aria nei polmoni. Mentre ti guarderai intorno, nello spiazzo, potresti renderti conto di quanto sia grande, quella distesa, e vuota di tutto. Potrebbe arrivarti la sensazione che i muri del campo, già così distanti, si allontanino ancora di più, che quello spazio vuoto guadagni metri su metri, fino a diventare una distesa sconfinata, un deserto così grande da farti sentire sempre più piccolo, come una scheggia di quella panca della tortura, come una scaglia del pentolone grattato dai disperati, come un punto sempre più piccolo, sempre più insignificante, sempre più inerme.
L’avvertenza è qui. Perché in quel momento, dopo l’attesa fisica del male, potrebbe arrivarti addosso l’inattesa metafisica del male, mentre lo spiazzo sarà diventato uno spazio morto senza confini, tanto grande da rendere inutile qualunque tuo movimento, insignificante ogni altro spostamento.
Proverai ancora a muoverti, magari per raggiungere la cappella di culto cattolico in fondo al campo (dove fino a poco prima sembrava esserci il fondo del campo), ma non avrai più forze, quell’enorme distesa vuota si sarà infilata nei muscoli delle tue gambe, ti concederà solo la capacità di guadagnare l’uscita, per lasciarti alle spalle il cancello nero e la sensazione di quanto sia provvisoria e pericolante, tra noi uomini, ogni cosiddetta vittoria del bene.

Non ho mai visitato Dachau o altri campi, ma devo dire che la metafisica del male qui evocata acquista forza fisica e diventa malessere e vertigine, spaesamento.
Può esserci soltanto un momento di tregua per dirla come Levi. Ma quando ho letto l’Istruttoria di Peter Weiss, ove il giudice, il difensore, l’accusatore, diciotto accusati e nove testimoni anonimi non dicono una sola parola che non sia stata pronunciata nell’aula del tribunale (in cui si è svolto il processo contro un gruppo di SS e funzionari del lager di Auschwitz), ho capito come il male possa scomparire per un pò ma mai per sempre. Ed è tornato e tornerà perché si nasconde nel cuore dell’uomo. Perché chi lo ha compiuto dimentica presto e si infastidisce se lo costringi a ricordare, mentre chi ha subito ed è sopravvissuto con i sensi di colpa, ed è pure costretto a riconoscere i propri aguzzini e torturatori, non può dimenticare. Soprattutto che simili efferratezze possono verificarsi di nuovo e di nuovo e di nuovo. Il livello di civiltà, di benessere, che si pensa possa essere stato raggiunto qui da noi non è mica scontato, l’equilibrio può rompersi da un momento all’altro.