Sara e il sangue

cerchio_big.gif[Questo brano è tratto dal mio primo romanzo, Il cerchio, Edizioni Empiria, Roma 2003]

Si era abbassata i jeans e quello che aveva visto le aveva fatto gocciolare due lacrime che sembravano voler rimanere appese alle palpebre per sempre, a penzolare avanti e indietro. Succedeva sempre così. Piangeva ogni mese, ogni volta che il suo corpo produceva sangue.
Aveva tredici anni e la prima volta si sentì strappare ogni piccolo filo che teneva unito un muscolo all’altro. Non aveva capito lì per lì gli occhi lucidi di sua madre e un po’ si era spaventata. Fino a quel momento un pizzico d’invidia l’aveva solleticata quando si fermava a scrutare di sottecchi le sue amiche: le guardava come se fossero improvvisamente cresciute di dieci centimetri.
Non le riusciva più di parlarci come faceva ‘prima’: loro ora erano diverse, avevano qualcosa di davvero ‘importante’ di cui discutere. Avevano un’aria complice e insofferente verso le sciocchezze di ‘prima’ e chiacchieravano tra loro. Lei tendeva l’orecchio senza farsi vedere e le arrivavano parole di cui non conosceva il significato anche se si sforzava di supplire all’ignoranza con l’intuito – non sapeva a quali immagini legare il senso di certe frasi. Quando un pomeriggio di maggio si trovò anche lei di fronte a quelle strane macchie non realizzò subito che cosa fossero. La notte successiva non dormì per i dolori: due lance incandescenti le erano penetrate nelle reni e una mano impietosa le stava rovistando nella pancia, cercando chissà cosa. La mattina dopo non stava in piedi, si appoggiava a sua madre che la trascinava per casa. La mamma le diceva che era normale, la prima volta, che non doveva esagerare, che poi ci avrebbe fatto l’abitudine a quello strano dolore, che l’abitudine rendeva i dolori più lievi, più sopportabili. Le aveva preparato una bistecca, aveva cambiato le lenzuola sporche, era rimasta con lei finché non si era addormentata nel tardo pomeriggio, carezzandole la fronte come si fa con i bambini febbricitanti. E l’aveva guardata agitarsi, trovare una posizione sotto le coperte, cercando goffamente di tenere le gambe strette, unite. Cercando anche lei, un po’ emozionata e un po’ commossa all’idea che non fosse più una bambina, di acquisire fino in fondo la consapevolezza che sua figlia stava cambiando. Che era cambiata. Che tutta la sua vita, da quel momento in poi, sarebbe cambiata.
Dopo due giorni sua madre morì. Fu Sara a trovarla rattrappita sotto le lenzuola: si era svegliata all’improvviso: insonnolita, era andata a protestare perché erano già le otto e nessuno l’aveva ancora svegliata. Aveva provato a chiamarla senza riuscire ad articolare un suono, guardandola dalla soglia della camera, tenendosi ben lontana dal letto, già terrorizzata. Il lenzuolo bianco era paurosamente inerte, le ombre disegnate dalle forme del corpo erano ferme. Un braccio era messo di traverso sul petto, in una posizione innaturale e definitiva, come se, ad un certo punto, sua madre avesse voluto scorticarsi viva, strapparsi via la pelle, o aggrapparsi a qualcosa, magari al merletto della camicia da notte. I capelli biondo cenere sul cuscino erano l’unica cosa che vedeva di lei. Ma immaginò gli occhi spalancati, la bocca spalancata, le gambe rigide, accartocciate. E vide la tazza di acqua sul comodino, quella che si portava dietro ogni sera, vide, nella frazione di un attimo, anche l’orologio che toglieva prima di addormentarsi, vide la mezza pasticca che prendeva alle sei e mezza di ogni mattina, vide il vestito a fiori che aveva appoggiato sulla poltrona e la vestaglia che era caduta dal letto, sentì un dolore acuto bucarle lo stomaco e cadde di peso a terra, a gambe divaricate, immobile come una bambola di porcellana. Mamma, urlò tutto d’un fiato.
Il silenzio aveva congelato la realtà.
Un ronzìo insultante dalla cucina.
Il frigorifero funzionava e qualche goccia di sangue stava già cominciando a macchiare il pavimento, dove lei si era accasciata. Si allargavano, si facevano enormi davanti ai suoi occhi. Il sangue invase il suo sguardo, coprì tutto il resto.

Maledisse il sangue, quel sangue che aveva sconvolto tutto, che aveva cambiato tutto.

Il ciclo le si bloccò per nove mesi. Cominciò a considerare quelle macchie come un episodio isolato. Ogni tanto riandava con la mente a certe sensazioni strane, alle mani che frugavano senza alcuna delicatezza nella sua pancia.
Ma non si preoccupava di quell’assenza, anzi, si comportava con noncuranza, stringendosi nelle spalle. Se così è stato voleva dire che così doveva essere. Normale, o no.
È pericoloso cambiare. È pericoloso cambiare tutto e subito. È pericoloso. Appena sono cambiata, mia madre è morta. Subito dopo.
I cambiamenti sono pericolosi. Chi dice che sono l’anticamera di una vita migliore?

Col passar dei mesi, la sua noncuranza fu sostituita da una strana paura di affrontare l’argomento: evitava qualsiasi accenno a tutto ciò che ruotava intorno l’essere donna, trucco, profumi, gonne, reggiseni, uomini. Si tagliò i capelli alla maschietta.
Le macchie ricomparvero, ma a fatica. Il ginecologo le disse di non preoccuparsi, che il corpo di ogni donna seguiva ritmi assolutamente personali, che i ventotto giorni non dovevano diventare un’ossessione per lei o avrebbe compromesso anche quella parvenza di regolarità. Anzi, quella regolarità precaria. Così aveva detto: «Tieniti stretta la tua regolarità precaria.»

Si era scossa, asciugandosi gli occhi con un pezzo di carta igienica. Tutto le era apparso d’un tratto nuovo e sconosciuto: lo specchio ovale, la lavatrice, i tappetini rosa e bianchi, le ceramiche, i fari sul lavandino, i ninnoli, la tenda per la doccia color polvere.
“Certo”, aveva pensato apparentemente sollevata “Erano solo ricordi”. E aveva pensato di star pensando. Aveva pensato che in fondo erano solo pensieri e che lei non sentiva neanche il rumore che facevano. E dopotutto non voleva vederli, questi pensieri. Non voleva seguirli.
“Il ciclo della vita?”
Aveva rabbrividito, forse per il dolore, forse per uno sconcertante senso di smarrimento.
“Ma quale vita?”
Guardava attentamente le macchie di sangue. Ne esaminava i contorni irregolari, il colore rosso scuro dov’era più denso e le sfumature rosso vivo verso l’esterno.
Pensava ai sentieri percorsi dalla gonadotropina che era andata a stimolare la maturazione del suo follicolo. Le migliaia di arteriole che facevano parte degli strati superficiali dell’endometrio si erano rotte – pop!pop! – e poi giù, il flusso d’emorragia salvifica che aveva travolto tutta quell’impalcatura inutile, dopo ventotto giorni dall’ultima volta.
Esattamente ventotto giorni.
Odio questi dolori incontrollabili.
Odio il modo in cui il mio corpo cambia ogni mese. Odio il seno dolente, il senso di nausea, la testa che vacilla. Gli spasmi che mi fanno piangere.
Odio cambiare.
È pericoloso cambiare.

31 pensieri su “Sara e il sangue

  1. jolanda catalano

    Si,Gaja,a volte è doloroso cambiare soprattutto quando è il ciclo naturale della vita a imporlo.Quando poi il ricordo si fissa su un dramma che coincide,per caso,col nostro mutare,l’alternativa è quella di voler racchiudere in una bolla,senza spazio nè tempo, il nostro essere,contro ogni logica,nel tentativo,forse,di riappropriarsi di quelle certezze e sicurezze che,si sa,dopo,non saranno mai più uguali.

    Lo stile è sempre il tuo e ti leggo molto volentieri.
    un abbraccio
    jolanda

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  2. nadia agustoni

    C’è tristezza in questo “cambiare”… Ma la tua scrittura è nitida, scava la psicologia e si fa attenta, rende le parole vicine a quello che narrano.

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  3. mauro baldrati

    Una cosa che mi colpisce di te, cara Gaja, è l’affettuosità di certi tuoi commenti e mail, la tua generosità, il tuo essere “hot” e il tuo senso dell’amicizia; tutto ciò si alterna con alcuni racconti (sempre ben scritti) di una durezza che colpisce, tracciati con precisone chirurgica in atmosfere che definirei “cool” (con qualche sfumatura dark). Chiudo scusa per questi inglesismi ma nella nostra lingua non esistono termini simili. Questo mi ha colpito allo stomaco, forse perché ho una figlia tredicenne.

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  4. nadia agustoni

    Quella che scrive Mauro è una donna intelligente, attenta. Lo dico senza conoscerla. E queste sono qualità che alcune volte incontrano la sensibilità e la generosità.

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  5. Gaja

    @Jolanda: grazie, mia cara. È che non ho mai visto un cambiamento, né una crescita, che non mi sia sembrata – almeno in parte – cruenta…

    @Nadia: sei un tesoro, non so davvero cosa rispondere. sono felice di essere letta da te. sono felice che tu abbia scritto questo: “la tua scrittura […] rende le parole vicine a quello che narrano”. per me è un vero regalo. e grazie anche per tutto il resto. mi commuovi.

    @Mauro: carissimo Mauro, il tuo commento mi ha fatto molto riflettere. Anche un altro mio amico, Federico Miozzi (di cui pubblicai proprio su LPELS il racconto “Deforme”), mi ha fatto notare questa sorta di scissione, di dualismo, di contrapposizione che c’è tra ciò che scrivo e come mi comporto. Ed è proprio vero, è così. Sarà forse perché amo visceralmente la vita che la voglio conoscere e raccontare fin nelle parti più nascoste e dolorose (e mi piace farlo con durezza, senza nascondere niente). Non riesco a scrivere di argomenti cosidetti “leggeri”, perché purtroppo non mi appartengono (e un po’ di leggerezza farebbe bene anche a me, talvolta). È solo che la vita è una cosa terribilmente seria, che cerco di vivere sorridendo (e, spesso, anche ridendo): quando scrivo, quella “gravità” prende il sopravvento.
    Vorrei solo aggiungere che ti ringrazio di cuore, Mauro, per le belle parole che hai speso per me. Non riesco a dire molto altro perché, chi mi conosce lo sa, mi commuovo con facilità. E non riesco mai a trovare le parole giuste per esprimere la felicità. Mi viene più spontaneo (più familiare?) descrivere il dolore. Questo silenzio (riconoscente) è il mio abbraccio per te.

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  6. Giovanni Nuscis

    Davvero bello questo racconto, Gaja, spiazzante nel punto esatto dove sovviene, al lettore, la spietata ciclicità che ci sospinge in avanti mentre, alle spalle, è tagliata la radice.

    Giovanni

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  7. Gaja

    @Giovanni: sì, hai ragione. Hai fotografato in pieno il sentimento che mi ha spinto a scrivere questo brano. L’esigenza del futuro e il rimpianto, il dolore per la perdita del passato. Lo sgomento quando ci si accorge che ormai si è “altro”.

    @Blackjack: sei un tesoro. 😉 Grazie! (hai visto? Poi l’ho pubblicato!)

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  8. lapoesiaelospirito

    Anche a me colpisce di Gaja questo suo essere “hot” e poi i temi delle sue storie. E’ che Gaja, ora mi rispondo, è una donna che conosce la sofferenza. La scrive perchè l’ha vissuta, e vive come se non l’avesse mai conosciuta.

    Brava, neh?

    Franz’O

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  9. lucy

    gaja sa essere dolce come nu babà e amara, dura, atra, granguignolesca, aspra, puntuta, crudele, desertica, napalmica. è un geniaccio tremendo. non serve precisare niente parlando di lei. io sono assolutamente felice che sia piombata nella mia vita virtuale e nelle mie letture come il folletto che è, con le sue storie torcibudella, che anche quelle più morbide ti fanno piegare in due dallo strappo.
    spero che piombi presto nella mia vita reale perchè la adoro letteralmente.
    lo so che poi piangerà a leggere queste cose, ma siccome il più del tempo lo passiamo a ridere…mi perdonerà!
    lu

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  10. Gaja

    @Franz’O: “he jests at scars who ne’er felt a wound”. traduzione libera, dallo scespirìano “Romeo e Giulietta” : (che in realtà sarebbe: “ride delle cicatrici altrui chi non ha mai avuto ferite”) “solo chi non ha conosciuto il dolore può ridere di chi soffre”. Sarà per questo che amo tanto quello che scrivi tu? Ce lo siamo già detto: uno scrittore deve fare male. Tu me ne fai parecchio, e io te ne sono grata (ma non ti sarò mai abbastanza riconoscente per quello che hai scritto qui… mai, davvero, franz).

    @Lucy: infatti. mi conosci talmente bene che hai già capito cosa sto facendo adesso. (e ti perdono, certo: per tutto l’amore che hai portato nella mia vita) grazie di cuore.

    Maledizione, sto diventando smielata! 😀 Mannaggia a li pescetti!!! 😉

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  11. Gaja

    …Aubie mio, grazie.
    Non sai quanto mi colpiscono queste tue frasi.
    Si dice che chi non ci vuole – o non ci cerca, o non ci presta attenzione, o ci dà per scontati – non ci merita: io credo sia verissimo.
    E però è anche vero che è bello riconoscersi e riconoscere il proprio “valore” negli occhi e nelle parole di chi ci vuole bene.
    Ecco, in questo sono stata fortunata: a fronte di tanta indifferenza e di tanto silenzio, io ho te/voi.

    grazie di cuore.
    un bacio.

    Rispondi
  12. listexxx

    qua siamo praticamente a rosamunde pilcher versione romacapoccia.

    cenciarelligaja, ma ‘sto amore (che è risaputamente una camera a gas) per l’aubie suo si consuma o no?

    rifletta bene prima di rispondere.

    saluti,
    rs

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  13. Gaja

    @ eh no, a solmi! rosamunde pilcher ambienta tutto in scozia/ inghilterra/ irlanda…
    ah, comunque grazie pe’ ave’ dato ar mio racconto der “porpettone”, eh! 😀

    p.s. ruggerosolmi, ‘sto palazzo che brucia in città tra me e aubie non si consuma, no. ci vogliamo tanto bene via pixel. ecco.
    ciò riflettuto!

    @ Sabrina: grazie davvero. Sei gentile (in effetti, io sono stata male a scriverla, quella scena…). un abbraccio.

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  14. Michele Ortore

    Davvero bellissimo, Gaja. L’alternarsi degli spazi e dei tempi è scandito da un ritmo veloce, ma che scava a fondo, lucido e corporale, fino ai precordi. Cito la bellissima frase di Franz: per riuscire ad essere così veritieri, senza tentare di dare risposte, bisogna davvero aver sofferto, eppure vivere come se non lo si avesse mai fatto.
    Appena mi sono liberato del rompiballe di Ovidio e del relativo esame, ti rispondo alla mail in sospeso. A presto 😉

    Mic

    Rispondi
  15. Gaja

    Fai con calma, Michele, lo studio prima di tutto.
    Non so come ringraziarti: tra l’altro quella frase di Franz mi ha colpito enormemente. Aono contenta che tu l’abbia riportata e mi fa un certo effetto sapere che siete in due a pensare certe cose di me.
    Un abbraccio!

    Rispondi
  16. lambertibocconi

    Anche a me è piaciuto sì. Comunque, tutto questo mito del cambiare… Nella vita qualcosa cambia, qualcosa no. Secondo me cambiando in senso profondo si va più a perdere che a guadagnare. Comunque sono parole vane è il fato che comanda. Ciò che importa è che Gaja ha scritto un bel racconto, dove il viscerale è necessario (sempre per via di quel discorso che ti feci un dì…) Ciao!

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  17. Gaja

    ah se ti capisco e se sono d’accordo con te, anna. pensa che io ho la sensazione che più vado avanti e meno cambio. più vado avanti e più tendo a proteggermi, quantomeno a proteggere quella parte di me che non voglio cambiare.
    grazie, anna. lo sai che le tue parole sono importanti per me.

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  18. francescomarotta

    E’ una pagina di umilissima (vera, elementare, dolente) bellezza.

    Una “bellezza” senza orpelli, che riluce di bagliori umanissimi anche grazie all’uso sapiente (come è stato acutamente notato) dello spazio e del tempo della narrazione (che coincidono, splendidamente, con lo spazio e il tempo del dubbio, e della sua conseguente consapevolezza, che la scrittura disegna): un controllo che esclude dalla pagina (e, credo, con “quella” materia, la cosa non fosse affatto facile) ogni sia pur minimo cedimento di natura “elegiaca” o retorica.

    fm

    Da domani inizio la “recherche”…

    Rispondi
  19. Gaja

    Francesco – è la prima volta che non cazzeggio e ti chiamo così – non so cosa dire se non: sono commossa per la lettura e l’affetto e l’attenzione che traspaiono dal tuo commento. sul serio. soprattutto ti ringrazio del primo aggettivo che mi hai dedicato: “umilissima”. ci tengo che la bellezza che descrivo sia così, deve esserlo sempre, per quanto mi riguarda. devo – voglio – esserlo io, in ogni cosa che scrivo e nella vita.

    p.s. ma inizi la “recherche” di cosa? perché, ovviamente, della proustiana madeleine avrai già letto… (scusa la domanda, sono un po’ fusa dopo una giornata di traduzione…)

    ti abbraccio forte, caVissimo.
    e gVazie. di cuoVe.

    Rispondi
  20. francescomarotta

    La “recherche” del tuo libro.

    E visto che è tempo di outing, ebbene sia: sì, lo confesso, io e Marcel siamo stati “intimi” per molti anni: andavamo a letto presto: “insieme”.

    Ciao, cavissima.

    fm

    p.s.

    “Umile” è il termine più bello di tutto il vocabolario: quello che connota ciò che conta e che vale davvero. Basta pensare, anche alla lontana, alla sua origine e alla sua radice etimologica. Sarà per questo che oggi è in disuso, quando non utilizzato come un insulto? Non sarà la sua mancanza, per caso, la spia più che evidente che siamo affondati e non ce ne siamo nemmeno accorti?

    Rispondi
  21. Gaja

    Concordo con te, caVissimo: “umile” è un complimento tra i più belli che esistano.
    Chi non se ne rende conto ha perso il senso delle proporzioni, e anche di se stesso.

    Immaginavo che tra te e il golosastro fosse esistita una liaison dangerosa! ;-))) E desinavate insieme?

    CaVissimo, se dovesse – come cVedo – incontVave pVoblemi nel VepeVimento del mio libVo, mi contatti!
    La abbVaccio.

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