61.
e con lente elemosine questo restare
paziente amore e sotto il letto il tetro
avanzo del mondo, dove non venne
che libertà di schiava vacanza e motto,
dove le foglie cadute o per in piedi
scontavano la taglia della morte
dove il vano notturno senza amore
medicava col sale le germogliate
morie di stanze in bilico col coma.
62.
ho un cuore in arrivo fatto a velodromo
per un altro buon corso finalmente
dopo la venia di stare perpetuo
sotto il cornicione ad aspettare.
63.
era che imparava da una lanterna
il tremolio contento di esserci
nel sottobosco tremolante a far da scudo
alla moria delle ombre
bene la luna confondeva i casi
della molteplice natura sotto i passi
era una moralità di placenta per tutti
64.
in coda alla disamina del borgo
ho visto il bugigattolo del maestro
gli arnesi ottusi di una vita spenta
appesi al muro a fiaccolare il giorno.
65.
sorgeva il mondo un apice di vento
quale clangore un gomito d’ascia
il buon linguaggio di guardarsi vivi
nonostante la resina del guscio.
66.
e si flette il tedio in un verdetto
amanuense tortura di pazienza.
67.
quasi al cospetto delle rondini fa ridere
questa fausta armonia del credo
le mani belle delle bambine brevi
e dove viene intrisa la vendemmia
esatto molo di navi senza spigoli.
68.
aver di fine un’ansa di duna
questa maretta chiusa
apice scosceso in una pozza
comunque buona al silente dolcissimo
fiume che fu.
69.
ho pagato il silenzio un mare magnum
una sconfitta lesionata e prospera
dove si allinea la sera del mar chiuso
e la nebbia è cometa di vendette
in men che non si dica una combriccola
di folletti. la paura laconica
del vano stato dove la resina
s’intana alba-cometa d’inganno.
70.
chiuso il conforto in un’erba marcia
s’incastonò la vetta tanto antica
quella ilarità che fu l’avvento
graziato sotto l’indice del vento
a fare da verdetto. invece dopo
la rotta precipitò in un disagio
agito dalle fughe di veleni
che per cipressi vollero le spighe.
71.
in un far di soppiatto le lenzuola
divennero nere.
72.
in ordine al coltello della luna
voglio l’incavo calmo di colmare
il sonno nel sommo
altare sommo di dimenticanza.
73.
il più piccolo è scalzo eppure cammina
davanti a tutti.
tra le colonne del colonnato
esplode di gioia.
74.
la noia della foce avvento d’ascia
la lapide. il girotondo del faro
né credulo né ramingo di alcunché.
75.
le gimcane del forse per atleta
questa manciata d’animule diviete
le nullità guardinghe sul comunque terra
le libertà negate. appena ingrata
la gioventù comunque dove si arretri
di lingua in lingua un apice peccato.
76.
l’anima nera dell’abaco che muore
è un bambinello di primo conto attore
dove le resine del palio in crisantemo
convertano nei morti il bel sorriso.
77.
dove le donne al fato estremo chiuse
sono le alette belle delle rondini
quelle gimcane al fallo
di cantiere le primizie senza eden.
78.
è passato il treno dell’olimpiade
il treno allegro degli atleti nomadi
79.
con la lapide a far da crocicchio
l’inverno delle liriche corsare
questi conventi d’angoli letargici
le rughe con le risate imbalsamate
tanto per non perdere la chiave
o la vendemmia nuda del vino ghiacciato.
80.
in un turno di filigrana vorrei amarti
nottambulo sparviere senza prede
padre del palio che mi ronza intorno
senza le vene piene delle rondini.
elemosine povertà così per tutte
le singole bravure senza l’eco
in gola al vento che ritorna spesso
sorpasso di sé senza più mai il sole.
e tornami nel male della rendita
pavone stempiato il corpo in una fossa
volta comune così come il sorriso
degli sposi premuti contro lo specchio.
81.
avvento di miracolo guardarti
dal rantolo dell’eremo che sono
convegno del malconcio riprovare
le vene piene che pulsano emozione.
82.
con la febbre negli occhi ora ti agguanto
ad inventarmi qualcosa da dio grandioso
una cicale nuda di pretese
per sempre finalmente la felice
intoccabile pastella per le nozze.
83.
le scale elementari il tempo di eccellenza
combaciano dolore, cialda nulla
questo cipresso intriso di bestemmia
vestito sotto l’ombra della luce.
84.
sull’inguine del fosso il balbettio
del remo guasto, questo disperato
avanzo di salsedine in segno d’aspro
augurio di soqquadro dove penzola
la zona del muretto analfabeta.
85.
attorno alle fandonie della sera
il rigagnolo paria della notte
il libercolo dell’ombra a proiettile
dell’ora nera. il lupo che un po’ credulo
sconquassa le aritmie della foschia.
la ghiaia della darsena fa peso
al fondale che non turbina niente.
86.
l’eredità del fulcro è solo un paria
andato all’altro mondo con un calcio
di paravento. gli altri malati
montano alla paura. quale entroterra
sfiderà il calvo volto del rantolo?
87.
e morirò con l’apice nel sogno
come cometa d’Ercole bambino
la resistenza in bilico col forse
quale permesso d’enfasi sul bello
la quarantena erosa dall’imbuto
d’ombra la breve traccia di qualcosa
io sono un niente di fronte alla gimcana
canestro di qualcuno io sono sola.
88.
il vuoto è sotto tanica di morte
e venga amore a comprometterlo
così labiale gioventù.
89.
è tornato il salvacondotto per stare all’angolo,
questa premura in procinto di commettere
erosione sul calvario dello stato.
intento e cimelio si annoiano comunque
nella stazione d’ascia in mezzo la colonna
del male dentro. un incontro ne venisse
dal ponte dei suicidi.
90.
le rendite del bosco è stare zitti
bestiola superstite, madre strenua
per la gimcana d’ascia dove pozza
d’acqua benedetta dettame sfingeo
giammai tradente.
91.
appena di sopruso l’ombra
malcerto bavero di costa
eremo di sguardo
dolo di bordo palio di resistere
gimcana querula
92.
l’estetica del cielo
appena un peso di resina
da una tasca dimenticata
dove penuria e nudità
quasi un percorso dove
il tic del bacio faccia da vendemmia
l’era corta del furto qui in elenco.
93.
a turno le gimcane dell’avvento
un padre nuovo da chiamare vento
così come la cimasa intonsa
desertica di nidi e figlioletti.
94.
questo rimedio in pena quanto un verdetto
silurato dalla sfinge della penombra
quale un anfratto d’asino coi paraocchi
sì che vive spaccio delle semole
la mole grande del pianto del gigante.
95.
ancora un giorno d’ombra e di verdetto
già postume le unghie nei capelli
nella malta cresciuta dentro i palmi
di piedi nudi mani nudissime
nel sima recidivo della rondine.
96.
muse di alambicco le polveri
che scrollano il migliore degli anemici
qualora dal fosso torni la rendita
la luce di lanciola per diritto.
97.
il tarlo della rotta
agenda d’ascia
baraonda a calice di suolo
prorompente addebito comunque.
il parlottio dell’ombra
rendita del selciato.
la parentesi guardinga della gara
sa rendere infelici, meno esperto il guado.
98.
dammi una sottrazione ch’io possa ridere
della mania che colleziona
ad armadio i fiori recisi.
dammi un’addizione ch’io possa piangere
la marea insita alla nuca
ad angolare spettro senza gioia.
dammi un’attrazione ch’io possa dire
elemento di razione questo stare
malanno come strale quest’erba chiusa
braccata dalla sacca della notte.
99.
con le mani a conca voglio amarti
unguento della melma, mare storpio.
100.
giorno di nullità tutta la vita
sediola a dondolo senza la madre
o l’io fraterno di un concerto
plurale quanto il padre del possibile.
101.
lanugini e soqquadri l’inverno addentro
le manciate dei verbi che servono
per evitare l’angolo o la prodezza del mare aperto
dove piangono le genti che tramontano
con litanie marcite.
102.
le nullità del sacro eppure in punta di piedi
si entra per partecipare alla vittoria
del marecielo. eppure non basta
questa bisaccia d’eremi minori
al maggiore dondolio del vero.
resta il pianto, il pianto resta
stazione di bivacco coma letargico
in giro con la luna dentro il pozzo.
103.
dove il martirio ingoia la cicala
resta una morte gravida di calce
i cesti vuoti le cornucopie stente
le marette dell’abaco scontente
appena ritte a riguardare il dado
senza punteggio.
104.
con il crudo della voce
alla stilla del bicchiere vuoto
tutta la normalità del furto
la mente nuda di carpire un verso
solitario ingombro in questa vita
staccante dalle fiaccole del come,
come faccio ad incidere un camino
liberticida e ghiaccio.
105.
col capogiro sto a guardarti
inguine di darsena all’indomani
quando saremo sazi ebeti contro
il passaggio dolente. in più non basta
contro la nuca la stamberga d’ascia.
106.
è questo singhiozzo che sa di trito
sotto il verdetto del comunque stato
anima di demolizione motto di disordine
velo di cristallo sulla notte,
tu che corri angolo vetusto
mare di niente teschio del breve
rovina dove resti o te ne vai
anima di ammanco.
107.
appello di latenza qui dalla penombra del grido
dove l’oceano si smorza in un lago
di fandonie bambine.
l’eredità è uno zigomo cattivo un gomito cattivo
puntati d’acido al dado già tratto
il verdetto del più che certo
dove avviene corrompersi nel sì di dovere.
108.

Cara Marina,
complimenti sinceri per la tenuta che denuncia il disegno e per il “virtuosismo di sostanza”, nonché
un caro saluto,
Roberto
Come sempre, è ottima cosa leggere Marina, così ricca, così stimolante. Grazie per le tue creazioni.
grazie a Roberto e a Michele
Non ho letto tutti i versi pubblicati qui, perché la lettura sul monitor di uno stile come il tuo mi dà fastidio, ho bisogno della carta e del silenzio davanti. E’ quello che sto facendo con “Miserere Asfalto”, che come “Declini” ha la rarissima -davvero rarissima- qualità di sfruttare la ricercatezza formale per parlare all’inconscio. Non ne sono minimanente consapevole, non so spiegarlo, ma sento che i tuoi sono versi che mi scavano dentro. Prima o poi, magari, sarò capace di trasformarli in idee, o emozioni. Grazie, intanto…
Michele
Belle, un ottimo lavoro, e concordo che in certi casi leggere sul video è fastidioso. Cmq si sente la poesia. Quel che conta
grazie a Michele e a Nadia