Dada trip

di Emanuele Kraushaar

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“Un Dada trip significa niente e poi partire di colpo anche fra un secondo o un secondo prima, tanto siamo sempre in viaggio, e andare senza meta e con tutte le mete possibili”.
Alessandro M., che tutti in paese chiamavano Emme, era sempre stato uno con delle idee particolari. Nel senso che sembrava tirarle fuori da un cappello invisibile che si portava dietro.
“Quando parti?”
“Sono già partito”.
Il rischio di intavolare un dialogo con Emme era quello di ritrovarsi sempre al punto di partenza.
“Emme” gli ho detto un giorno di settembre “portami con te, per favore”.
Non mi ha risposto e quel giorno di settembre che pioveva, ma c’era anche il sole, è stato l’ultima volta che l’ho visto.
Ricordo che è impallidito improvvisamente.
Ogni tanto ho la sensazione di sentirlo vicino a me e quando parlo mi sembra di tirare fuori le sue parole.
“Un Dada trip significa niente e poi…” ho detto un giorno al mio amico Silvio Barresi e in quel momento una strana vertigine si è impossessata di me, perché sapevo dove stavo andando a parare.

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