Non è un paese per vecchi, il film

di Mauro Baldrati
killer.jpgSpulciando in Internet ho letto numerosi commenti di spettatori delusi da questo film, che trovano “deludente”, “pessimo”, “orribile”, insistendo soprattutto nel finale, definito “assurdo”. E’ questa, infatti, una delle pesature più significative di Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen, vincitore di quattro Oscar: la risoluzione della storia – che potremmo definire non-risoluzione – con cui ci dobbiamo confrontare. E non è un confronto facile. Tutto nella fase iniziale, diciamo fin oltre la metà del film, ci prepara a una storia durissima americana, allucinata, un road/gangster movie con tutti i pezzi al posto giusto, girato con ironia, senso del paradosso (come nello stile dei Coen), fotografia che spacca: siamo nel 1980 nel sud del Texas, al confine col Messico: deserto, siccità, desolazione estrema, solitudine. Un cacciatore, Llewelyn, capita sulla scena di una strage: pick-up crivellati di pallottole, cadaveri di uomini e cani stesi al sole, un carico di droga; ma soprattutto una valigetta piena di dollari (due milioni). Si è trattato di un affare finito male, una sparatoria in cui non vi sono sopravvissuti, a parte un moribondo disidratato. Il cacciatore prende la valigetta e corre a casa (una povera roulotte dove vive con la moglie). Ma il suo buon cuore (il moribondo chiedeva ossessivamente acqua, non sopporta l’idea di lasciarlo morire di sete) lo spinge a “fare una cazzata”: torna sul luogo della strage con una tanica dove ovviamente c’è chi lo vede, lo insegue, prende il numero di telaio del suo pick up. E’ fregato, bruciato. Inizia una spirale crescente di inseguimenti, una impressionante scia di sangue che si lascia dietro l’inseguitore Anton, un killer psicopatico con una imbarazzante messa in piega, sul quale molti critici sparsi per il mondo si sono concentrati individuando nella sua figura inquietante la quintessenza del male, della violenza, dell’avidità, del culto della morte, della follia. Su tutti campeggia, alta e triste, la figura dimessa di un anziano sceriffo fatalista, affiancato da un assistente-marionetta, che ha capito tutto e cerca di salvare il cacciatore. Riflette, lo sceriffo, riflette amaramente sul presente e sul passato, sulla violenza, sulla fine della civiltà.
Ci facciamo prendere dalla storia, ci lasciamo andare alle scansioni dei colpi di scena, le fughe, gli attacchi, parteggiamo attivamente per il cacciatore, sbarriamo gli occhi ogni volta che compare il killer con la messa in piega. Una magnifica vicenda di inseguimento triplo e quadruplo (a un certo punto spunta un altro killer – l’unico che in tutto il film accenna a qualche sorriso – che insegue l’inseguitore), sviluppata con una scrittura cinematografica originale, quasi con stili da exploitation alla Tarantino, siamo desolati nella desolazione di uno spazio-tempo privo di colonna sonora (silenzio, vento, erba secca, polvere, morte), finché tutto si spariglia, esplode in una follia narrativa che ci lascia disorientati e ci chiediamo: oh, e adesso? Il cacciatore infatti, il fulcro che, nel contratto tra regista e spettatore, ci porta avanti nella storia e ci permette di partecipare coi nostri sentimenti contrastanti e contraddittori, la speranza, il gusto del male, della violenza, l’aspettativa del bene, viene improvvisamente, brutalmente destrutturato. Perdiamo l’equilibrio. Non esiste più un centro, il flusso narrativo si disintegra. E infatti la border line è superata: le morti si susseguono, ma non sono più neanche vere morti: che fine avrà fatto infatti quel personaggio? Il killer con la messa in piega avrà ucciso la donna? E il contabile? E i soldi dove sono finiti? E lui, il killer con la messa in piega, si salverà? Oppure “non può morire”, come ha scritto un critico a caccia di simboli?
E’ una sfida estrema quella cui siamo costretti dai fratelli Coen. Una sfida che possiamo accettare oppure no, senza altra possibilità di replica che riflettere o indignarci per questo sberleffo ai nostri gusti, alle nostre aspettative. Intanto lo sceriffo fatalista riflette, medita sulla morte, la violenza, senza combinare alcunché. Perché non è più un paese per vecchi, non è un paese per lui.

6 pensieri su “Non è un paese per vecchi, il film

  1. Paolo Cacciolati

    Ciao Mauro,
    sono d’accordo con te,
    nella seconda parte del film c’è una dissolvenza dell’azione e della storia che del resto è ancora più marcata nel romanzo di McCarthy, come ho provato a dire anche nella mia lettura in Bottega,
    http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2008/03/no_country_for.html#more%22%20rel=%22nofollow%22
    Peraltro non stupisce che molti abbiano trovato noiosa proprio questa seconda parte.
    Mi pare che questa pellicola si inserisca in un filone nichilista che ormai domina alla grande su Hollywood, basti pensare ai recentissimi Il Petroliere o Onora il padre e la madre.

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  2. cletus1

    Anche a me, che non ho letto il libro, il finale ha dato da pensare. Senza però spingermi ad inficiare la pellicola tutta.
    Ho scritto queste righe dopo la visione, qualche settimana fa.

    “La pellicola “gira”. Un impianto abusato, intendo come plot…il cattivo, il bottino sul quale tutti desiderano mettere mano, uno sceriffo buono, l’outsider, più altre figure di contorno.
    Il cattivo, faccia da vero matto, visto recentemente ne L’amore ai tempi del colera…nei panni dello spasimante respinto e cocciuto della bella Vittoria Mezzogiorno. Buffo vederlo in queste vesti, invece, di uno spietato killer armato di bombola d’ossigeno in grado di sparare tondini d’acciaio calibro 12 mm. Ma della bravura degli attori, manco a dirlo.
    Un plauso al montaggio, solo a tratti un po’ indugiante, e ad una fotografia, complice il paesaggio del sud degli States, a dir poco strepitosa (bellissime le scene iniziali).

    Veniamo al senso. Leggerò il libro, prima o poi…Ma intanto, il succedersi di queste scene suggerisce, in modo un po’ parallelo, forse è proprio una “cifra” delle storie dei film dei Coen, un senso di accettazione. Siamo già oltre la sorpresa, che per carità fa qua e là capolino come in ogni thriller che si rispetti, ma è d’ordinanza…non è lei la prima donna. La prima donna è il senso di rassegnata accettazione di una realtà violenta cui nemmeno un trasognato sceriffo, prossimo alla pensione ed eterodiretto da una saggia mogliettina, sfugge. Cosi elementi fatalistici come il gioco della monetina (se esce testa ti grazio, se croce ti ammazzo), dialoghi asciutti ed essenziali, un pizzico di bon ton, fra tanta violenza per lasciare nello spettatore un tre per cento di speranza, subito disillusa, come quando ci risparmiano il volto dell’outsider, bello disteso su una barella, dentro un obitorio improvvisato, o la scena dell’ammazzamento della di lui consorte, che riecheggia il tatto di Flaubert, ne Madame Bovary, quando lascia intuire al lettore cosa diavolo stia accadendo nella carozza, senza farne cenno alcuno, dilungandosi invece, con estrema eleganza nella descrizione del paesaggio circostante al viaggiare della carrozza.
    Ecco, piccole cifre, che in qualche modo rimandano, come senso anche all’Uomo che non c’era, altro loro lavoro molto ben riuscito. Insomma, mestiere. Non ho visto gli altri film che erano in gara per gli Oscar. Riconosco però che raramente i giurati della statuetta sbaglino. E’ un lavoro ben congegnato: Mestiere, si dirà. Ma mica tutti sono in grado di farlo, almeno non cosi bene”.

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  3. mauro baldrati

    Paolo, avevo letto la tua recensione del libro, dove tra l’altro parli anche del film, e mi trovi d’accordo; tra l’altro nei commenti c’è anche chi l’ha trovato un capolavoro (il film), il che è un’ulteriore prova della diversità di approccio a un’opera, come dimostra anche l’intervento di Cletus, che condivido, salvo sul finale, che per me è proprio indigeribile, non sopporto una non-risoluzione così ostentata, sbattuta in faccia allo spettatore.

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  4. Michele Ortore

    Io ho molto apprezzato quest’ultima opera dei fratelli Coen, e il finale non mi ha stupito…sarà che adoro un certo tipo di cinema italiano in cui succede spesso che i titoli di coda spuntino inattesi. Come la sabbia del deserto, o come la desolazione dei frequenti fuori campo, un’atmosfera inane e paradossale avvolge i personaggi, particolarmente nella seconda parte, com’è stato giustamente fatto notare. E’ proprio questo senso latente di inutilità, di stupidità, che legittima la pellicola e il suo finale. Le scelte registiche della seconda metà del film hanno un che di geniale, ma non posso parlarne approfonditamente, rischierei di anticipare troppe cose della storia…Ripeto, però, che per me il finale è stato tutt’altro che indigeribile: anzi, un’ottima portata.

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  5. rmorresi

    Visto pochi giorni fa, trovato geniale e allucinato.
    Per tutto il tempo, spettatrice pigra ormai abituata ad essere imboccata delle stesse pappine, ho creduto di starmene a guardare un ben fatto suspence movie, poi la fine scioccante del cacciatore (un minuto prima a parlare di “cosa ci riserva il futuro”, “la birra porta solo altra birra” scherza la tipa sul bordo della piscina – un minuto dopo freddati entrambi) e allora mi sveglio, mi agito, rimescolo i pezzi che avevo dato per scontati: questa non è la storia del cacciatore, non è la storia di un uomo qualunque che coglie un’occasione e si scontra con la cecità del caso e la follia del male per tenersela, non è la classica storia di formazione nello spirito del self-reliance americano – questa è la storia dello sceriffo, è una contemplazione filosofica sulle offuscate ragioni di una nazione che ha giocato tutto sulla trama della “fede in sé”, fino e oltre lo sconfinamento nella distruzione di tutto ciò che “sé” non è, una riflessione anche sull’estetica della violenza che ossessiona il made in usa.
    Tutti quei dialoghi e monologhi dello sceriffo che sembravano studiati per esaltare il ritmo del thriller mi sono alla fine sembrati il “vero” film, di cui le sparatorie, gli inseguimenti e le trovate di Chigur (un Beatle venuto dall’inferno, ha scritto qualcuno) sono ‘solo’ il contrappunto.
    Bello bello, per me.
    Renata

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