Difendere le conquiste del passato – Finale Ligure

A ogni generazione tocca ingoiare frasi fatte e luoghi comuni. La mia ha fatto indigestione di: “Bisogna difendere le conquiste (dei lavoratori, delle donne, degli studenti, ecc. ecc.)”. Se qualcuno è ancora sensibile al fascino di questa frase, mi permetta di essere sincero. Ogni volta che la sento intonare penso ai villaggi fantasma del Far West: catapecchie tirate su alla svelta per sfruttare l’indotto di una vena aurifera presto esaurita, e abbandonate senza rimpianti. Sicuramente ci sarà stato anche lì qualcuno che si ostinava a “difendere le conquiste”. E che fine ha fatto?
Poi preciso meglio l’idea, rientro in Europa, e penso a Finale Ligure. Parliamoci chiaro: a scuola non ci raccontano mai la Storia vera. O meglio, ci spacciano per buone delle semplificazioni molto lontane dalla realtà. A me nessun professore ha mai spiegato che la Repubblica di Genova non era uno stato vero e proprio (come per esempio Venezia), ma piuttosto un’area di influenza economica. Detto in soldoni, Genova era un’azienda nella quale i padroni litigavano spesso, ma si mettevano sempre d’accordo perché avevano a disposizione un porto con una posizione geografica favorevole e trovavano più conveniente fare affari all’estero piuttosto che farsi la guerra in casa. Non “difendevano le conquiste”: conquistavano.
Siccome gli affari andavano bene, Genova attirava altri comuni nella sua sfera di influenza commerciale. Se proprio era il caso, era capace di intimare dazi e tariffe anche a suon di cannonate, ma non imponeva una sudditanza politica: ogni città che, per amore o per forza, entrava a far parte del Mercato Comune Genovese conservava le sue istituzioni, svuotate di sostanza perché i cordoni della borsa erano a Genova, ma formalmente libere e in grado di giostrare fra distinti interessi.
E adesso un po’ di geografia. I passi che mettono in comunicazione la riviera di ponente con la valle padana sono relativamente pochi. Fino a due secoli fa, le strade carrozzabili in grado di reggere il transito di un esercito erano pochissime. Una di queste sale da Finale verso Calice per poi scendere verso Alessandria o Tortona. Nel Medioevo, su quella strada passavano le carovane che portavano a Milano una merce indispensabile: il sale. Era un commercio dal quale i finalesi ricavavano abbastanza per non morir di fame ma, siccome nell’entroterra di fame si moriva per davvero, avevano finito per convincersi 1) di essere ricchissimi e 2) di dover difendere tanta ricchezza. Come il servo pavido della parabola evangelica, invece di far fruttare il talento, lo seppellirono.
Chi arriva a Finale dall’autostrada vede due imponenti costruzioni militari: la rocca che i marchesi del Carretto eressero nel XII secolo e quella più recente, che data dai primi anni del ‘700. Il borgo, raccolto sotto la rocca nuova, ha mura quattrocentesche e una struttura urbanistico-architettonica di impronta barocca. Tutto questo ci dice che Finale si mise sulla difensiva prima del 1200 e continuò così, difendendo le conquiste del passato, fino all’avvento di Napoleone. Riuscì a farcela per un concorso di circostanze puntate con gli spilli, che avrebbero potuto disintegrarsi da un momento all’altro. Ma ne valeva la pena?
La storia non ci ha lasciato il nome di grandi uomini politici finalesi. I signori del luogo, marchesi del Carretto, non arruolarono eserciti e ambasciatori per fare una politica attiva. Pensarono soltanto a tenere a bada i confinanti: Genova, i marchesi del Monferrato, Milano e i Savoia. Costruirono rocche e castelli per proclamare che erano pronti a vendere cara la pelle, ma siccome erano i primi a non crederci cercarono alleanze. Fu così che Ilaria del Carretto andò sposa a Paolo Guinigi, signore di Lucca. Ma Ilaria morì presto, nel 1405, e la statua di Jacopo della Quercia che la ritrae così bella fu la pietra tombale dell’alleanza fra Lucca e Finale.
In mancanza di meglio, i del Carretto si aggrapparono al fatto che erano marchesi del Sacro Romano Impero e, se per qualunque motivo la famiglia fosse venuta meno, il feudo avrebbe dovuto tornare all’Impero. Come minaccia, era una pistola scarica e i genovesi non se ne lasciarono impressionare: gli imperatori in Italia non avevano mai avuto fortuna. Ma quando Carlo V ereditò la corona di Spagna, il Sacro Romano Impero diventò una superpotenza e Finale strinse i suoi rapporti con gli Asburgo di Spagna fino a riconoscere la loro sovranità sul marchesato. Il calcolo era questo: Genova, che stava lì a due passi, non avrebbe mai permesso agli spagnoli di esercitare una sovranità effettiva, ma la potentissima Spagna avrebbe fatto altrettanto con Genova. Le due potenze si neutralizzavano e Finale teneva il piede in due scarpe con l’obbiettivo (limitato) di salvare il più possibile la propria autonomia. Sembrava che non ci fosse altro da fare per chi si preoccupava di “difendere le conquiste”. L’unico rischio era che tra Spagna e Genova scoppiasse una guerra, ma i banchieri genovesi erano i principali finanziatori del re di Spagna e se avessero chiuso i crediti ci sarebbe stato da ridere.
Incredibile ma vero, il balance of power resse per due secoli. Con alterne vicende, su Finale continuarono a mettere gli occhi (e, di quando in quando, anche le mani) i Savoia, la Francia, l’Austria e naturalmente Genova, che continuava a incombere e, dal punto di vista dei finalesi, restava il problema dei problemi. Fino alla pace di Utrecht (1713) il protettorato spagnolo permise a Finale di restare inserito nel sistema economico di Genova mantenendo una autonomia politica puramente formale. Ma per difendere le conquiste, i finalesi dovettero guardarsi bene dall’irritare Genova costruendo un porto e una flotta, aprendo fondaci oltremare, o anche solo sviluppando i commerci con l’entroterra. Semmai, sempre per difendere le beneamate conquiste, facevano bella cera ai protettori. Nel 1666 una infanta di Spagna che da Madrid andava a Vienna per sposare il cugino imperatore d’Austria passò da Finale per ribadire che quella era terra spagnola, non genovese. E i finalesi riconoscenti le eressero l’arco trionfale che si vede ancora oggi sulla passeggiata.
Ma dopo Utrecht la Spagna dovette abbandonare Milano. L’Austria, che le subentrava, aveva altri sbocchi al mare e Finale rimase senza patrono. In tanti secoli non si era dotata di un porto e di una flotta, non aveva sviluppato industrie o commerci: aveva pensato soltanto a difendere il suo tran tran senza capire che il mondo stava cambiando. Non le restò che piegarsi a Genova e trescare con i Savoia, pur sapendo che se il Piemonte fosse riuscito a metter piede a Finale nessuno avrebbe potuto cacciarlo via. Insomma: Finale accettò Genova con riserva, strizzando l’occhio ai piemontesi solo di tanto in tanto. Con questa politica di piccolo cabotaggio vivacchiò fino al 1796, sempre illudendosi di difendere le conquiste del passato.
Mentre scorrevano i secoli, intorno a Finale era nata una piccola leggenda. Generali e uomini politici che prendevano in esame la situazione del Norditalia ripetevano come un mantra che le porte della valle padana erano Genova, Savona e Finale. L’identico concetto era ribadito non solo nei testi di strategia, ma perfino sulle gazzette.
Un allievo ufficiale di artiglieria nato e cresciuto in Corsica leggeva gli uni e le altre. Dalla sua isola di capre e pastori non poteva avere una prospettiva chiara del continente: Genova, Finale, Parigi, dovevano apparirgli più o meno sullo stesso piano. Tanto più che la Corsica era appartenuta a Genova fino a pochi anni prima. Quando una serie di circostanze quasi miracolose lo fecero diventare generale a venticinque anni e gli assegnarono il comando dell’armata d’Italia, Napoleone imperniò su Finale la manovra che doveva portarlo a sconfiggere austriaci e piemontesi in due separate battaglie.
Probabilmente, anche se nel frattempo non avrà mancato di prendere informazioni, arrivò a Finale convinto di trovare un porto attrezzato, magazzini pieni di mercanzie e palazzi principeschi in cui alloggiare lo stato maggiore. Trovò un paesone medioevale senza attrezzature, senza ricchezze, senza palazzi. Quando si riebbe dalla delusione, vi fece fronte con spirito napoleonico. Spedì esploratori su per i passi, interrogò spie e disertori, requisì tutto il requisibile, trovò alloggi e vettovaglie per la truppa. Poi, verso sera, quando gli parve di aver tamponato i problemi più urgenti, si ricordò che Giuseppina era rimasta a Parigi (ed era meglio non pensare a come ingannava l’attesa). Il generale ritenne di aver diritto al conforto di una femmina, e la maniera più logica per ottenerlo era infilarsi nel letto di un’attrice. Annunciò che sarebbe andato a teatro.
I finalesi presenti trasalirono. Come spiegare al generale che il teatro non c’era, non c’era mai stato? Quando qualcuno trovò il coraggio di confessare la triste verità, Napoleone fece una delle sue scenate in gergo da caserma: che razza di stalla puzzolente era questa Finale povera in canna, che non aveva un porto e nemmeno uno straccio di teatro? Poche chiacchiere: lo costruissero subito!
La storia non dice se quella sera il futuro imperatore si costrinse a esercizi di castità o se trovò un altro modo per soddisfare i suoi bollenti spiriti. Dice però che da quel momento i finalesi non ebbero pace. Non avendo ancora capito che la storia aveva voltato pagina, si preoccupavano di “difendere le conquiste del passato”. Memori di cosa avevano fatto i loro antenati per l’infanta di Spagna, decisero che, se le vicende della guerra o della politica avessero ricondotto Bonaparte a Finale, bisognava fargli trovare un teatro (e qualche attrice).
Nel 1805 tutto era pronto. Ma Napoleone a Finale non tornò più. Che peccato! Il teatro glielo avevano fatto proprio su misura: se provate a salire le scale e a passeggiare nei palchi, dovrete chinare la testa per non picchiare zuccate nel soffitto.

7 pensieri su “Difendere le conquiste del passato – Finale Ligure

  1. Paola renzetti

    Quel villaggio dismesso del far-west è un’ammagine inquietante, come lo è il significato allusivo della storia dei fatti di Finale Ligure. Purtroppo qualcosa di vero c’è se guardiamo alla situazione attuale(o anche passata dei lavoratori, precari o no: sono sempre loro a tirare il carretto e la cinghia). Sono però senz’altro conquiste frutto di sacrifici, un orario di lavoro più umano, i contratti collettivi,uno stipendio adeguato ecc. Conquiste erose sempre più, diritti sindacali spesso solo sulla carta. Ecco perchè si parla a ragione di difesa dei diritti( è vero che la demagogia, i giochi di potere spesso hanno la meglio e i lavoratori pagano per questo),però senza il concreto riconoscimento di quei diritti essenziali di dignità(ancora da raggiungere es. morti sul lavoro)un grande numero di persone starebbe ancora peggio e forse di certe cose non si potrebbe nemmeno parlare. Ecco perchè quel villaggio così disanimato e in certo modo falso, non è un’immagine adatta.

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  2. sparz

    bellissimo pezzo, Riccardo, da cui finalmente si impara qualcosa con piacere (e senza trollismi e cazzeggi). Capisco le obiezioni di Paola, ma non ritengo che tu scrivendo questo intenda sostenere che non bisogna difendere le conquiste che si ritengono tuttora giuste e sacrosante, ma semplicemente mettere in guardia dal farne uno stereotipo buono per tutte le occasioni.

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  3. rferrazzi

    Cari paola e Sparz, se ho dato l’impressione di fare un post di teoria sindacale, mi scuso. L’intento del mio post (e di quello di settimana prossima) è molto più vasto, e potrei denominarlo “strategico” in senso lato. Se non avessi avuto sott’occhio il caso di Finale (e, mercoledì prossimo, quello di Noli), probabilmente avrei fatto il post ripescando la discussione fra Machiavelli e Guicciardini sull’utilità delle mura. Machiavelli sosteneva che le uniche mura che sono davvero utili a difendere una città sono i petti degli abitanti. Allo stesso modo, mi permetto di sostenere che, se davvero si vogliono “difendere delle conquiste”, non ci si può chiudere a riccio ma bisogna adottare una strategia flessibile. Altrimenti, per l’ossessione di non perdere un punto, va a finire che si perde la cappa. Insomma: non esistono conquiste che, una volta fatte, sono lì stabili e imperiture come se le avesse decretate Iddio. Le conquiste bisogna conquistarle anche dopo averle conquistate.

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  4. Paola renzetti

    Se ho capito la storia di Finale (letta un po’ di fretta) mi sembra che non solo l’arroccamento su posizioni di chiusura e difesa ad oltranza sia controproducente, ma anche un atteggiamento di “flessibilità”, inteso come adeguamento al potente di turno sia altrettanto dannoso. Qual’è la flessibilità auspicabile? Non ci sono conquiste definitive e lo vediamo bene in campo sociale e sindacale (mi viene bene l’esempio), ma non è necessario ripartire ogni volta da zero, e mettere a repentaglio (se si può evitare) i petti di quegli abitanti. Si dovrebbe ripartire da un terreno in parte già assodato o dissodato. No?

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  5. rferrazzi

    Purtroppo no, Paola. Sarebbe intellettualmente comodo, se fosse così. Ma così non è. La realtà è una complicatissima funzione di infinite variabili che, lo dice il nome stesso!, variano in continuazione. Ogni “conquista” è assodata e dissodata solo rebus sic stantibus, ma siccome le res non stant mai sic la realtà ci sopravanza sempre, e per non farsi travolgere bisogna avere una visione strategica: avanzare sempre lungo le linee di minor resistenza e non rimpiangere troppo i territori abbandonati al nemico, se erano diventati indifendibili.
    L’alternativa è il conservatorismo a oltranza, che per un po’ sembra anche un’ottima scelta, ma alla lunga ti fa finire come Finale.

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  6. Paola renzetti

    Tutto vero. Ma forse ci sono più sfumature e alternative. Qualcosa delle conquiste del passato rimane nella storia, nelle istituzioni, nelle leggi.L’uomo è anche storico, legato a un universo di simboli che gli vengono da lontano. Non è conservatorismo, è presa d’atto. Andare avanti è impossibile se si tradisce ciò che più profondamente caratterizza. Tant’è che anche i giovani, dopo la necessaria rottura (l’abbiamo fatto anche noi) recuperano in modo nuovo qualcosa dall’eredità e dall’esempio dei padri, rifiutando e liberandosi dalle zavorre pericolose.

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  7. rferrazzi

    Paola, siamo arrivati al bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Credo che possiamo accontentarci: è quanto di meglio ci si possa augurare in una discussione fra persone civili.

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