Manfred Streubel
Fragment Bonhoeffer
Das stemmt sich: stürzend: gegen seine Grenzen.
So sehr bewirkt von widriger Gewalt
weist es hinein in kühnste Konsequenzen:
in eine ganz gelungene Gestalt –
die noch nicht möglich war – in dieser Eile! –
jedoch erkennbar ist als großer Plan:
als letzter Wille des Entwurfs, der Teile.
Und alles Tu-bare ist so getan –
daß es uns zwingt zu stärkerer Bestrebung:
so umzugehen mit dem Material,
das uns gegeben ist zu treuer Hand:
die Gabe zu gebrauchen in Ergebung:
daß noch das Bruchstück zeugt von Wurf und Wahl.
Denn alle Gegenwart heißt: Widerstand.
Frammento Bonhoeffer
Contro i suoi stessi limiti si scaglia,
così ispirato da una forza avversa
rimanda alle più ardite conseguenze,
ad una forma che – mai prima d’ora –
è così ben riuscita – in tale fretta! –
si riconosce però un gran bel progetto,
l’estrema volontà delle parti e del piano.
E ciò che era fattibile è sì fatto
che ci costringe ad un maggiore sforzo,
a maneggiare con estrema cura
quel materiale che ci è stato dato:
usare il dono con grande dedizione
che il frammento sia insieme sorte e scelta.
Perchè ogni presente dice: resistenza.
( Traduzione di Adelmina Albini)
Il 9.4.1945, il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer viene assassinato nel campo di concentramento di Flossenbürg, dopo un’odissea di due anni in varie prigioni naziste. Il poeta Manfred Streubel ( 1932-1992) ricorda nel suo sonetto Frammento Bonhoeffer una vita che si svolge tra resistenza e resa – questo il titolo con il quale vennero pubblicati post mortem i diari che Bonhoeffer tenne durante la sua prigionia.
Nel sonetto di Streubel, Bonheoffer diventa un esempio per ciò che, secondo Theodor W. Adorno, non ci può essere: la giusta vita in quella errata – das richtige Leben im falschen.
Si tratta di tenuta. Di intransigenza. Dell’insistere sulla propria dignità umana in circostanze in cui l’individuo, umiliato e minacciato, è nel continuo pericolo di perderla. Resistenza – all’annientamento dell’uomo – e resa – alla volontà di Dio – sono gli estremi poli tra i quali si svolge la vita e il pensiero teologico di Dietrich Bonhoeffer. Egli sa di non poter cambiare il mondo, ma si comporta come se lo potesse: questo è il suo imperativo categorico.
Sulla strada verso la libertà, la morte è la festa più alta, scrive Bonhoeffer, intuendo la propria sorte, nell’agosto del 1944.

Grazie di questo ricordo di Bonhoeffer, la cui lotta contro la stupidità del male, nella luce di una fede umanissima e profetica, ci è sempre di grande insegnamento.
Marco Guzzi
Un grande autore, Stefanie, grazie per averlo riproposto in una delle bellissime traduzioni della Albini.
fm
Una fede costretta a farsi sempre più essenziale da circostanze esterne drammatiche e coercitive. Un richiamo anche per il nostro oggi, quando invece da più parti si suona la grancassa. La possibilità di vivere e testimoniare dei valori, anche con la forza della “debolezza”.
Grazie a Stefanie, che con la sua sensibilità onora e ricorda i grandi ma dà spazio anche a chi è passato più inosservato, lasciando comunque una traccia della propria poetica umanità.
Grazie a Francesco Marotta per l’apprezzamento, che mi incoraggia a continuare.
Un caro saluto
m.
Bonhoeffer lo scoprii sulle pagine di Linea D’ombra. Un coerente, bene lo si riproponga, anche per questo nostro tempo.
quello che mi colpisce di Bonhoeffer è la laicità del pensiero. un esempio nitido di umanità nuda, davanti all’uomo, davanti a Dio.
Bonhoeffer fu anche un ottimo poeta – fa parte di quell’altra tradizione del Novecento, che spiazza certe stupide odierne distinzioni manichee/massmediatiche, e che fonda ogni messaggio/testimonianza/azione sulla rispondenza tra principi morali e vita vissuta, anche a costo di pagarne tragicamente le conseguenze – penso alla Weil, o a Camus, a Camillo Berneri, a Silone, a Salvemini, a don Mazzolari, a Rosselli, a Gobetti, a Matteotti etc.
Come ebbe a dire Fortini, “i santi sono vittoriosi”: io ebbi – anni or sono – una strana sensazione di ciò nel momento in cui, da bibliomane, nella Biblioteca universitaria di una città del sud, mi capitò tra le mani la prima edizione di “Ossi di seppia”, per Edizioni di Piero Gobetti, alla successiva lettura in una biografia del torinese della notizia del commiato di Montale, ultimo ad acompagnarlo alla partenza per l’esilio, nel quale Gobetti morirà per i postumi di un violento pestaggio da parte di una squadraccia di una parte politica ora simpaticamente “sdoganata”. Pensai, forse ingenuamente e narcistiticamente, che, alcuni decenni dopo, se un ragazzo di 19 anni s’interessava insieme alla poesia ed all’esigenza di vita morale nella sfera pubblica, ai problemi della libertà concreta, allora forse Gobetti era stato davvero “vittorioso”, più degli squadristi torinesi.
P.S. “E porgi tu il calice pesante”, è uno dei versi di Bonhoeffer, che amo molto.
Ovviamente, grazie per il bel testo di Streubel, davvero elevato.