Mirò: la terra. Palazzo dei Diamanti – Ferrara – dal 17 febbraio al 25 maggio.
René Char su Mirò
Un lungo risveglio, la distesa appena lasciata e, davanti, il mondo che plana ancora prima di ricadere nell’ordine stretto, l’istante in cui la coscienza non ha toccato terra – questa parte meno ostensibile di noi, la più lontana, che c’incanta come una gioia ben nostra, ma separata da noi, del contraddittore divenuto muto; questa parte ricevuta senza accesso, aperta all’improvviso, esposta e preservata non si sa come – ecco quel che Mirò ci chiede d’essere. Uno sguardo non formulato.
Lo stato che precede la cosa, la via non già del completamento, ma quello che va al suo inizio. Ai bordi di quel che ancora non è. Vi siamo introdotti direttamente. E’ in questo asilo inaccessibile che figureremo.
Si riconosce il gesto del pittore da questa gravitazione verso le origini, la quale, man mano che appaiono, distoglie le immagini dal loro fine. Come aspirate dal movimento che le trascina, si condensano. E nella semplificazione che subiscono, che ricchezza dell’utopia del ritorno alle origini, quindi all’estrema ala, una forza le assume, la più interiore, la forza di coesione. Ne acquistano la potenza e, sottratte come sono a ogni finalità, le immagini che traccia Mirò trovano quel particolare equilibrio che altro non è se non una tensione di oggetti, mantenuta in sospeso. L’instabile eppure sovrano equilibrio del germe.
L’irriducibile dalla base e la sua fluida densità che si proietta, apre la via a tutti i possibili, li srotola in meandri, lascia libero corso a imprevedibili tangenze. E’ lo sbocciare multiplo dell’immagine fissata e mantenuta, immagine nascente, ancora tutta alla gioia d’essere, alle prese con le sue volute e il suo splendore, invaghita della sua esplosione. All’ancora nella sua agilità, mai altro che sfida della schiarita al suo quadro brumoso.
Campo di Mirò. Se si vuol unirlo all’estensione dell’arte attuale, subito si distacca e si corruccia. Ciò che lo distingue salta agli occhi. Se si vuol farlo entrare a forza in una delle tendenze che delimitano, come dei corsi d’acqua, le terre dell’arte, lo si tradisce. Per aver scelto, oggi, quel che alcuni confondono con l’irriflessivo, il pittore ha preso una strada senza controviale.
A sua insaputa, come la controimpronta di ciò che è, appare l’attualità di Mirò. Questa si afferma sull’arco del suo campo spostandosi e sovrappopolandosi. Inverosimile tra gli sconquassi e le ingiunzioni della sua epoca, Mirò le dà ciò che le manca, o ciò che cerca: il gusto delle origini e del loro involarsi. Perché nella sua pittura s’iscrive precisamente quello che una civiltà non ha più nella sua vecchiaia. E la nostra usura se ne appropria, ne subisce l’attrazione. Narciso all’inverso. La nostra lucida pesantezza è cancellata. L’homo ludens conduce il gioco. Un’altra età si ricostruisce tutt’intorno, e la sua pienezza è quella del primo giorno, e la sua opera, la prima scintilla nell’infanzia del tempo. L’avvento non ha fine.

