È appena uscito un mio piccolo saggio che si intitola In terra sconsacrata: perché l’immaginario è ancora cristiano (Bompiani, pagine 152, euro 10). Comincia così.

Sto per raccontarvi una storia di anime in pena, terre sconsacrate e corpi sconvolti dalla passione. È una storia che conosce il desiderio e non è ignara della violenza, perché questo in definitiva siamo, noi umani:un grumo di violenza e desiderio che soltanto la bellezza può redimere. Prima di tutto, è una storia, è il grande racconto attraverso il quale il cristianesimo, in parole immagini e opere, continua a influenzare le parole, le immagini e le opere della nostra contemporaneità. In definitiva, e a dispetto di ogni altra considerazione, è una storia di speranza.
Si può riassumere in un gesto, così istintivo da rischiare di apparire privo di significato. Lo compie Rose, la madre protagonista di Silent Hill (il film diretto da Christophe Gans nel 2006), mentre si addentra nella mostruosa città in cui sta cercando la figlia scomparsa. Inseguita da uomini ingabbiati in oscuri scafandri e minacciata dall’insorgere di mutilate creature infernali, la donna porta la mano al medaglione che le sta al collo. È un attimo, lo spettatore potrebbe benissimo non accorgersene, eppure il gesto di Rose è eloquente, al di là di ogni possibile equivoco: la donna sta pregando. Per essere più esatti, la madre fa appello alla Madre, alla piccola raffigurazione della maternità al cui interno si trova il ritratto della bambina perduta. Con un solo gesto si passa dalla grotta di Betlemme al patibolo del Calvario. Rose, la madre, invoca aiuto, fa appello al Crocifisso e nel momento in cui fa appello al Crocifisso, ogni madre – per un cristiano – diventa Maria, è Maria. Ogni madre è la Madre.
Si dirà: perché pretendere tanto da un horror commerciale come Silent Hill? Un film tratto da un videogioco, oltretutto. Una favola nera che intenderebbe sostenere una morale esattamente opposta: la religione scatena persecuzioni, i mostri sono generati dal sonno della tolleranza, meglio stare alla larga dalle chiese, specie quelle in cui stanno asserragliati i fanatici bruciatori di streghe. Che cosa c’entra la teologia? Perché scomodare il Vangelo? Forse perché Silent Hill è un racconto e anche il Vangelo è, in primo luogo, un racconto. E poi perché perfino qui, in un horror derivato da un videogioco, la potenza dell’immaginario cristiano continua ad agire in modo riconoscibile, se non addirittura dichiarato. Potrà anche essere una citazione superficiale e interessata, quella della mano che corre al medaglione, eppure ci rendiamo conto che si tratta dell’unica citazione appropriata.
Per spiegarmi meglio, chiedo aiuto a Tinto Brass, giusto lui: l’arcipeccatore, l’arcigodereccio, l’arcipecoreccio. Nell’autunno del 2007, al ritorno dalla Spagna, ha orgogliosamente dichiarato che un suo film era stato proiettato a mezzanotte in una chiesa sconsacrata. Come mai questo entusiasmo?, mi sono domandato. Una chiesa sconsacrata non dovrebbe essere troppo diversa da una fabbrica dismessa, da una stazione in disuso, da un ospedale riconvertito. In fondo, dopo essere stata sconsacrata, una chiesa non è più una chiesa, ma un edificio come un altro. Se così fosse, però, Tinto Brass non avrebbe nulla di cui vantarsi.
La risposta, in definitiva, è molto semplice: anche sconsacrata, una chiesa rimane una chiesa, nella cui architettura sopravvive una memoria residuale del sacro. Una traccia quasi larvale, ma incancellabile, perché il sacro non viene mai completamente rimosso. Anche quando si pensa di averlo soppresso, continua a irradiare qualcosa di sé in forma misteriosa. Succede in Silent Hill, succede nei film di John Woo (Face/Off del 1997, per esempio, dove l’ultimo duello fra i nemici mortali si svolge tra i banchi impolverati di una cappella che nessuno più frequenta, con immancabile volo di bianche colombe simboliche). Succede nella serie televisiva The Shield, storia collettiva di un gruppo di poliziotti, lo Strike Team, di stanza in un edificio soprannominato the Barn, “il granaio”, che è in realtà una chiesa sconsacrata. E succede, in particolare, nell’imprevedibile X2 di Bryan Singer (2003), nel quale uno dei supereroi mutanti prelevati dai fumetti della Marvel, l’inafferrabile Nightcrawler, si nasconde in una chiesa abbandonata, nel tentativo di contrastare attraverso la preghiera incessante l’aura di malvagità che deriva dal suo aspetto demoniaco.
Ecco perché, in fin dei conti, i credenti non dovrebbero scandalizzarsi. Né del film erotico proiettato nella chiesa sconsacrata né di una cantante di mezza età che, non contenta di farsi chiamare Madonna, mette in scena la propria crocifissione in un tripudio di cristalli Swarovski. E neppure delle discoteche arredate in stile gotico, trasformate in pretestuose cattedrali pagane complete di organi e vetrate. E men che meno dei crocifissi adoperati come ciondoli senza significato e che pure un significato continuano ad averlo, ed è quello che si crede di poter profanare con una scollatura più generosa del solito. Intanto lo sappiamo che, nel momento del pericolo, la mano di una madre può tornare a chiudersi su qualsiasi monile, riconsacrandolo con il suo amore.
Quella che sto per raccontare, infatti, è prima di tutto una storia d’amore.
Alessandro Zaccuri

E’ una presentazione molto interessante. In effetti i simboli religioso-cristiani nella nostra cultura sono così profondamente radicati, da venire utilizzati frequentemente nel linguaggio pubblicitario. Quel che si vorrebbe tenere lontano dalla porta d’ingresso, rientra così quando meno te l’aspetti dalla finestra. In fondo “sconsacrare” è veramente quasi impossibile e com’è vero che in certe situazioni, anche i materialisti più incalliti e dichiarati, fanno ricorso a qualcosa di molto somigliante alla preghiera!
Ciao Alessandro,
complimenti e in bocca allupo.
Massimo
sconsacrare è impossibile dal momento che il sacro è un prodotto culturale e ogni epoca produce i suoi emblemi. per il sacro in senso cristiano esso non è tramontato sinché vive fortemente nelle pratiche dei credenti e nelle loro coscienze. al contrario, ciò che è cristiano, cioè “occidentale”, è tramontato inesorabilmente, lasciando un vuoto e una desolazione incolmabili, un disincanto anche nei non credenti. per me, leggo nelle espressioni, prima di tutto kitsch, di una madonna o di un tinto brass proprio la fine del sacro. talmente finito da non essere lasciato “al suo posto”, che è la conditio sine qua non perchè il sacro sia tale. se ne può attingere e farne pornografia aberrazione rovesciamento. commercio.
Di quel sacro che finisce nel cattivo gusto, non si sente la perdita, anche perchè forse non è mai stato tale. Può essere il residuo di una liberazione, un po’ come gli orpelli dismessi a teatro finito.
Gentile Alessandro, dopo aver letto con passione ‘Il signor figlio’ aspettavo un’altra sua “prova” e le premesse sono più che interessanti. Le lascerò qui le mie impressioni. Grazie.
Ho letto recentemente un libro breve, scorrevole e interessante sul simbolo della croce e sulla sua appropriazione “fuori contesto”, o se si vuole sull’allargamento/dissoluzione dei suoi confini d’uso e di senso tradizionali, di cui Madonna è un esempio cardinale. E’ della brava antropologa Chiara Gallini, si intitola Croce e delizia, e riflette sul “perché” di questo fenomeno, oltre che sulle varie “locazioni” della croce nella vita umana. Mi è piaciuto e lo consiglio, scusandomi per la pigrizia che mi impedisce di riportarne ora qualche idea. Ciao Zaccuri, se ci sei batti un colpo!