Presento con vero piacere queste esatte considerazione di Maria Renda a commento della nuova opera di Fabrizio Corselli. Ho letto anche io in anteprima l’opera che Corselli ha composto e quello che posso solo dire in aggiunta alle brillanti considerazioni di Renda, è la maturazione conseguita da Corselli, che io vedo specie guardando al suo Achilleion, tra l’Omeros di Derek Walcott e Un arcobaleno perfettamente normale di Les Murray. Noi Italiani siamo un popolo strano, celebriamo stranieri, certo di grande spessore come Walcott e Murray e poi facciamo poca attenzione a chi abbiamo in casa di veramente unico e originale.
Achilleion: Odio e Oblio
A cura di Maria Renda
Pubblicato su BombaSicilia
“Perché per diritto di antica progenie / alberga il kleos tra le empie fauci / di quell’Averno profondo / che pochi, come il mite Orfeo, / conobbero con mutilata sepoltura”, con questi versi Fabrizio Corselli chiude il suo Achilleion: Orfeo è il simbolo della poesia che arriva a lambire i confini della morte e a fare ritorno, il kleos, la fama, per cui l’eroe greco combatte e muore resta qualcosa che riguarda i vivi, estraneo al mondo dei morti; dunque è del poeta un privilegio che nessun guerriero, per quanto possente può ambire a cogliere.
Achille era nel mondo greco ed è rimasto nel nostro immaginario l’emblema dell’eroe forte in battaglia, indomito, al punto da porsi contro il capo dell’esercito acheo Agamennone, bello come gli dei il cui sangue scorreva nelle sue vene. Numerose furono nell’antichità gli achilleia, cioè le opere che narravano le sue gesta, da queste Corselli riprende il titolo, eppure il lettore che si lascia avvincere dai suoi versi può sentirsi all’inizio stranito: dov’è Achille? dove le sue gesta? dove la sua superbia? Quella di Achille è, fin dai primi versi, una presenza sfuggente, che pare ritagliarsi in negativo attraverso le immagini che si susseguono, che sembra collocarsi negli spazi bianchi tra una riga e l’altra ma come figura evanescente, senza che mai la si possa veramente cogliere o definire.
Il poemetto procede percorrendo una serie di nove “temi”, immagini, figure quali lo scudo di Achille, Ares che aleggia sul campo di guerra, il fiore di asfodelo, che, nello stesso momento in cui forse desidereremmo di vederle diventare chiare e icastiche, ci smentiscono, non scompaiono ma restano lì come in trasparenza, quasi perdessero d’improvviso senso e concretezza lasciandoci nel dramma di non riuscire a coglierne il senso.
Nel primo tema, “S’eleva lo scudo d’Achille”, la descrizione delle armi dell’eroe sembra riprendere un topos comune nell’epos ma nei versi di Corselli esse sembrano non valere per sé stesse, piuttosto avvertiamo immediatamente che non di una descrizione oggettiva si tratta, né di un simbolo, né di uno specchio della gloria di Achille, nello scudo e nell’asta arrugginita si riversa, in modo ambiguo e inquietante, la soggettività dell’eroe, in esse avvertiamo la presenza di Achille, eppure fin dal principio non possiamo liberarci della sensazione che qualcosa ci giunga distorto. Leggendo ognuno dei temi successivi tale sentimento ci resta impresso finché “L’ombra di Ettore” non si para d’innanzi ad Achille a rinverdire “di quel senno già perduto tra la ruggine l’antico germoglio”.
Ettore, il nemico, l’eroe morto nella difesa della patria, del cui cadavere Achille aveva fatto scempio, è il solo che con le sue parole possa risvegliare l’eroe greco e togliere ai suoi occhi e ai nostri il velo che ci annebbiava la vista: “Solo il vuoto e un pugno di larve / stringe quel tuo divino corpo / che tanto elogiasti su ampi spazi / con abili mosse e giri di spada, / ma nessuna tra le virtù umane, / fatta salva la pietà, dimostrasti / fuori di quel terreno di caccia. / Seppur trionfante sotto il limpido cielo / condanna eterna nell’Ombra / è la tua più giusta prigione”: comprendiamo d’improvviso quella sensazione di un vuoto cercare, di un senso sfuggente, di quel assenza presente di Achille; fin dal principio erano i suoi gli occhi con cui il poeta ci costringeva a guardare, era Achille, sconfitto dalla morte e dall’oblio di sé, che si specchiava senza rinvenirsi nelle immagini del passato, tormentate da un vacuo ricordo, costantemente frustrato.
Appare chiaro alla fine il contrasto, sapientemente costruito dal poeta, tra il titolo e il sottotitolo del poema l’Achilleion, da cui ci saremmo aspettati le gesta gloriose di Achille, viene chiosato come “L’ombra di Achille”, la gloria luminosa è rovesciata nel suo contrario, l’ombra e l’oblio. La sconfitta di Achille e del suo codice, una sconfitta che risparmia invece il mite Orfeo.

