Marja

Sorrise e apparve bella, sorprendente, più denti d’oro che bianchi. Mi avesse chiesto dei soldi, avrei potuto scherzare: “Sei ricca in bocca”. Invece io attraversavo il viale, mentre lei ai rossi prima questuava agli automobilisti, poi li mandava affanculo quando le macchine ripartivano.
Cosa le passò in mente? Si figurò un riconoscimento: sbagliando, come due chiodi nel muro fissò gli occhi sulla mia faccia, e dal cipiglio incazzoso della questua venne fuori quell’ampio sorriso da arte dei metalli.
Era una zingaraccia sui trent’anni, scura, che mi disse “Ciao” di slancio in mezzo alle macchine; subito, però, pronta a ricadere anche con me nella solfa lamentosa dell’elemosina. Ma io in contropiede giocai al rilancio, “Ehi, ti ricordi di me?!”, “Sì”. Non era vero niente, gli zingari volano facilmente sulle loro bugie, non gliene frega. Con gli occhi neri, uno spettinamento e una sciatteria generali, nel fantasioso entusiasmo di quell’amicizia inventata lì per lì, provava a chiedermi qualcosa per mangiare, per i bambini, ma non le veniva neanche bene.
Si chiama Maria, ma penso che si scriva Marja, e allora ce ne andiamo, Marja, andiamo a bere un caffè? Accetta e siamo già al tavolino, fuori da un bar piccolo, sulla perpendicolare sottile del disegno a quadretti che è questa parte di Milano. Il bar l’avevo già notato per la sua insegna, il Rè del panino, con l’accento.
Io prendo un caffè, lei vuole cappuccino e brioche, la brioche non c’è, allora arriva una tortina imbustata. La borsa di Marja si apre a fisarmonica: nera, sfondata sopra, da vecchia. La borsa è enorme, vuota. Si vedono solo delle cartacce. Ci mette la tortina paradiso, “Questa porto a mia bambina”.
Il caffellatte schiumoso girava a gorgo lento attorno al manico del cucchiaino, trabordava giù dalla tazza, e Marja parlava con foga, una ballista sentimentale, piena di dramma e ingenuità persuasiva. Che era dovuta andare via dal suo vecchio campo perché una donna la picchiava, e Marja mette la mano zingara nei capelli zingari, se li impugna, se li tira, mi fa vedere.
“E adesso dove abiti, in che campo?”
“Sesto Mareli, Sesto Rondo, Sesto San Giovanj. Poi vai drito, drito, drito”, e mi fa il segno dell’andare diritto, con le due mani.
“Ospedale, io stata ospedale”, e mi fa una smorfia dolente.
“Cosa avevi?”. Con una mano si tiene fra vita e schiena, con l’altra si indica quello stesso punto; credo di intendere i calcoli renali.
Potrebbe essere una cosa seria: allora immagino superstizioni, errori sul corpo, macelli secolari e vorrei metterla in guardia, aiutarla a non schiantarsi in questa meccanica ostile, vorrei dirle che, se fa la corsa a siepi qui da noi sul circuito della conservazione della salute, stia attenta a non tirare giù gli ostacoli.
“Non ascoltare quello che ti dice la gente, vai all’ospedale, fai quello che ti dicono i dottori”.
“Ma ospedale costa, costa…”
“Fa niente, è molto importante”, poi non è vero che l’ospedale costa, ma sorvoliamo.
Vuole mostrarsi brava: “Ecco, ecco carta di ospedale”, per farmi vedere, per cercare interpretazione; ma è tutta scena, la mano bruna nella borsa slabbrata, la scintilla del sole sui denti d’oro, mi sventola sotto gli occhi un fogliaccio.
“Fammi vedere”. E lei mi allunga il foglio, ed è sincera, e poi me lo toglie, ed è bugiarda, o viceversa, ma che razza di foglio è.
“Ma scusa, questo non è del Policlinico, è della Romania”.
“Questo mi ha dato ragazzo rumeno per entrare in ospedale”.
Ciao, quante balle! “Insomma… Tu cerca di stare attenta, e se stai male vai dai dottori”.
Entro nel bar per pagare, torno fuori. Il cappuccino non lo finisce mai. Parla di nuovo a manovella, frignante, “Mi dai qualcosa… Per i bambini…”.
“Ma ti ho appena pagato il bar…”. Non so bene come reagire e lei rapida ha già cacciato fuori dal sacco la tortina: “Ti do questa, niente voglio, mi dai un euro”.
“Senti, questa portala alla tua bambina. Non ti posso dare soldi perché siamo amiche, capisci no? Un giorno vengo al tuo campo, a Sesto”.
“Vieni adesso!”, e la vedo già in piedi, vuole portarmi al campo.
“Adesso non posso, un’altra volta”.
“Quando?”
“La prossima settimana”.
“Dammi tuo telefono, io ti chiamo”.
La penna non c’era, andò lei nel bar a farsela dare, e così le scrissi quei numeri astratti, poi le dissi “Io devo andare, tu finisci tranquilla, ci vediamo”.
Feci per andare, poi mi venne lo scrupolo e la guardai ancora: “Non mi mandare affanculo come le macchine, eh?”
Mi fissò stupita, con gli occhi grandi: “No, io no, io brava…”.

Non credo che andrò mai al suo campo. Però non ci vorrebbe niente: mi basterebbe scendere a Sesto, poi seguire dritto dritto.

17 pensieri su “Marja

  1. lambertibocconi

    Grazie a chi mi ha “tagliato” il testo, funzione che non riesco ancora bene a padroneggiare… Ciao Chiara!

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  2. nadia agustoni

    Un racconto sull’esperienza dell’altro. Esperienza mai facile perchè credo ci sia, al fondo, un pò di paura in tutti noi. Un saluto Anna.

    ps: per chi fosse interessato la Editrice A ha editato un cofanetto con doppio cd e libro sullo sterminio di Rom e Sinti nei lager : ” A forza di essere vento”.

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  3. Giocccatore d'Azzardo

    Era come se fossi seduto al bar, assieme a voi: bello. Secondo me, comunque, un salto al campo dovresti farlo.

    Blackjack.

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  4. lambertibocconi

    Ma Black, si vede che non mi conosci, sai quante volte ci sono andata in ogni tipo di bidonville!
    Fabry: grazie, facciamo tutto. Questo racconto però è già impegnato…

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  5. Paola renzetti

    Molto carino il racconto e a me ha fatto venire in mente un incontro con una zingara, Giuseppina proprio all’ospedale Policlinico di Milano, parecchi anni fa. Eravamo entrambe ricoverate per un intervento. Lei era un’abituè del posto, perchè soffriva spesso di calcoli renali e aveva stabilito rapporti d’amicizia con il personale e in generale con i pazienti. Era spesso allegra, nonostante i malanni e così in pochi giorni facemmo amicizia, come succede spesso tra i giovani. Anch’io le scrissi quei numeri e ricordo di aver risposto in seguito ad una sua telefonata, ma non ci incontrammo, per mia distrazione, per i soliti pregiudizi.
    Grazie Lamberti Bocconi e ciao

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  6. lambertibocconi

    La Giusy la conosco anch’io, è molto simpatica e in gamba. Se diciamo la stessa persona, ma penso di sì: segno particolare un occhio glauco. Si dà molto da fare nel sociale, per la scolarizzazione dei bambini. Loro sono Rom stanziali, originari di Pescara, sono ricchi (più di me, intendo, ma ci vuol poco!) e hanno il campo in via Zama. Ciao e grazie, anche a Nadia e Gaja.

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  7. tiptop

    E’ “vero”. Spesso ho notato lo zelo, quasi un ‘ansia, di far vedere le carte, che sono in regola, che sono bravi. Almeno quelli che ho incontrato, in campagna, che ci hanno dato una mano nel nostro pezzettino di vigna ed hanno mangiato a tavola con noi. E la loro fame non era come la nostra. Noi…loro… come se fossimo contrapposti.Nel concreto,in effetti, lo sono i destini.

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  8. Paola renzetti

    Grazie Lamberti Bocconi

    penso proprio sia lei! E’ formidabile avere sue notizie dopo tutto questo tempo. Sembra proprio che ci sia un filo che lega le storie! Ciao

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  9. Giocatore d'Azzardo

    Anna, vero: non ti conosco e perdonami per l’affermazione. Non ho fatto altro che scrivere ciò che io avrei fatto, come al solito, d’istinto. 🙂

    Blackjack.

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  10. lambertibocconi

    Caro Black, ma io perdono l’universo mondo! Basta che non mi tocchino quel che resta della mia famiglia. (Ergo: cosa vuoi che me ne freghi di qualunque cosa…)
    Sai, mi piacerebbe avere il tempo esteriore e interiore per mettere per iscritto tutto quello che ho fatto e visto nella mia né corta né lunga vita. Già solo uno scabro elenco darebbe un romanzo mozzafiato: COME PER TUTTI VOI, del resto. Comunque, diciamo che conosco gli ambienti bassi e medi, più che quelli alti.
    Grazie a Stefania. Ciao.

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  11. lambertibocconi

    Niente, succede che “puntini di sospensione” più “chiusa parentesi” diano uno smile non richiesto. Lo sapevo, ma me ne ero dimenticata.

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