Faccia gialla – di Antonio SCAVONE

Antonio Scavone – Faccia gialla

     Il lavoro è stato finito come volevano: sono entrato nello studio dell’avvocato Arcangelo Di Stefano, mi sono seduto davanti a lui, ho atteso che si accendesse la sigaretta, che mi chiedesse cosa avrebbe potuto fare per me e poi gli ho sparato: un solo colpo, alla gola, come mi era stato ordinato. L’avvocato è rimasto bloccato e sorpreso: si aspettava di essere eliminato ma non che la sua fine fosse stata decisa così presto. Ho lasciato passare qualche minuto, per controllare la situazione, ho riposto la pistola nella cintura dei pantaloni e poi sono uscito dallo studio. Sono entrato nell’ascensore e mi sono messo a leggere il cartello della manutenzione ma, con la coda dell’occhio, ho visto muoversi qualcosa alle mie spalle, dalla porta di un appartamento: una sagoma, una faccia. Non mi sono girato, ho cercato di guardare quella sagoma o quella faccia riflessa nei vetri della cabina dell’ascensore ma è durato un attimo: quella faccia si è sciolta nella penombra, come una nuvola di fumo.
     Quando sono uscito dal portone del palazzo, sulla piazzetta, ho trovato un vigile che scribacchiava una multa per la mia moto: non ho fatto nessuna contestazione e ho risposto con mezze parole alle domande che mi faceva, ho preso il verbale, ho esibito i documenti della moto che ovviamente non erano miei e me ne sono andato: al primo semaforo ho stracciato il verbale e mi sono acceso una sigaretta. Pensavo: pensavo a quella faccia intravista nell’ascensore e si presentavano più chiari certi dettagli che non avevo notato quando stavo in quella cabina.
     Una faccia rotonda, con gli occhi sporgenti come due palle di vetro; una faccia sudata, dalla pelle sottile e senza macchie; una faccia gialla, una di quelle facce che quando la incontri per strada la dimentichi subito per il disgusto che ti provoca… e invece non riesco a dimenticarla. Anzi, si delinea sempre di più davanti agli occhi miei: la faccia di un uomo basso e grasso, con le guance larghe, la testa liscia e con due cespugli di capelli ai lati, sulle tempie… se io ho visto lui, lui ha visto me, quindi ha visto tutto: è un testimone del lavoro che ho fatto.

     “Lei sta bloccando il traffico, si muova!” mi dice un altro vigile all’incrocio del semaforo: mi giro a guardare la colonna di macchine che si ingolfano nella ripartenza dietro di me, dietro la mia moto accesa che resta ancora ferma. Mi accosto al marciapiede, spengo la moto e spengo anche la sigaretta. “Qui non può parcheggiare. Deve andarsene!” mi rimprovera ancora il vigile e qualche automobilista mi guarda sdegnato, disapprovando quella che appare come la solita sceneggiata dei furbi, per parcheggiare di soppiatto e impuniti.
     Riaccendo la moto, faccio il percorso inverso e mi fermo nella piazzetta, non posso fare altro che guardare: davanti al portone del palazzo c’è una folla di curiosi, di meravigliati, di sfaccendati che non sapevano come passare la serata. Arriva la prima macchina della polizia, poi due motociclette, poi altre macchine e la folla diventa un carnaio di gente che fa domande, di gente che sapeva tutto, di gente che aveva capito tutto ma che non aveva fatto in tempo a intervenire. Arriva anche una telecamera col cronista e i poliziotti si schierano davanti al portone come soldatini in una vetrina di giocattoli.
     Non è stata una buona idea tornare in questo posto: altre facce avrebbero potuto vedermi, qualcuno potrebbe riconoscere me o la moto, ma questo è il momento in cui tutti riconoscono tutti, anche quelli che dormivano, anche quelli che stavano al cesso o con una donna sul letto. Uomini senza giacca e con la camicia sbottonata parlano e argomentano, donne con i bigodini o il grembiule da cucina sostengono di aver sentito tre spari addirittura, ragazzi dai capelli irti e ramati dicono di aver visto il killer fuggire a piedi “nel dedalo dei vicoli”, come suggerisce prontamente il cronista della tivvù.
     Si accendono le luci della sera e i volti dei poliziotti diventano lividi e statuari, il chiacchiericcio si fa assordante, il traffico si ferma e arriva l’ambulanza e, subito dopo, la macchina del giudice con il carro della polizia mortuaria. Si accendono le lampade di altre telecamere, altri cronisti si accalcano e interrogano i passanti ma ormai non passa più nessuno: tutti sono fermi davanti al portone del palazzo e tentano di ascoltare quello che sta dicendo un tizio grasso e dalla faccia gialla: è l’uomo che mi ha visto, è l’uomo che ho visto riflesso nella cabina dell’ascensore, è l’uomo che sta parlando con un commissario di polizia e sta parlando sicuramente di me.

     “Chi è quello che sta parlando?” chiedo a uno che sembra un ex-carabiniere. “Dice che ha visto chi ha ucciso l’avvocato Di Stefano” risponde senza crederci e poi aggiunge: “Ma si vede benissimo che non è affidabile”, “Perché?”, “Come, perché?! Quando si vede la faccia di un assassino a tu per tu, non si è visto niente, è un attimo, è solo paura e la paura fa solo immaginare”.
     – Però sta parlando.
     – Vuole farsi pubblicità oppure vuole essere protetto.
     – E ora che succede?
     – Che lo portano in questura e lo interrogano a dovere.
     Quando stai in una situazione come quella che sto vivendo, quando guardi gli altri che partecipano a quell’avvenimento che tu per primo hai scatenato e che ti vede però in second’ordine, come gli attori che aspettano tra le quinte il momento della loro entrata sulla scena, nell’azione del dramma… allora senti che il pubblico ti sta cercando ma non sa dove cercare e neanche tu, che dovresti recitare la parte principale, neanche tu sai dove trovarti, dove riconoscerti. Basterebbe che mi facessi avanti, che alzassi la mano come i calciatori quando chiedono di entrare in campo, ma l’arbitro non mi vede, il segnalinee non ha segnalato la mia presenza e l’arbitro è quella faccia gialla che il commissario di polizia sta invitando a montare in macchina, l’arbitro è quel tipo che mi ha visto ma che non s’aspetta di potermi scorgere qui, accanto a lui, a una diecina di metri.
     – Che vi avevo detto?! Se lo portano via e gli faranno sputare tutto.
     – E se non sputa?
     – Inventa. Li conosco quei tipi: inventano che è un piacere e difficilmente si fanno fregare.
     – Ma che tipo è?
     – Un tipo furbo, pauroso ma astuto.
     – Lavora qui, nel palazzo?
     – Tanti lavorano in questo palazzo, sono pochi quelli che ci abitano. Avvocati, commercialisti, import-export, fisioterapisti… E mezze cartucce. Be’, buonasera.
     – Un momento… Credete che lo troveranno…
     – …Chi ha ucciso Di Stefano?! Certo che lo troveranno ma fra un paio di mesi, forse un anno, forse di più.
     – E il testimone?
     – Non vorrei essere al posto del testimone: lui sa, ha visto tutto ma deve essere convincente… È difficile: potrebbe essere chiunque l’assassino che il testimone dice di aver visto, potrei essere io, potreste essere voi. Chiunque!

     L’ex-carabiniere si allontana con una risata di scherno, scuotendo la testa, come se il primo accertamento che si fa sul luogo di un delitto, astratto e sommario, fosse sufficiente ad assegnare responsabilità e colpevolezze, a tutti e a nessuno.
     Mi passa accanto la macchina della polizia: sul sedile posteriore, col commissario, c’è la faccia gialla che sparge intorno a sé uno sguardo compiaciuto ma l’occhio è vitreo, cauto, sospeso: istintivamente mi copro il volto con la mano e la faccia gialla è attenta, coglie il mio gesto, la mia mano sul volto, e sembra annuire, approvare. Il corteo delle macchine della polizia sgomma tra i vicoli a tutta velocità e le scie rosse delle luci posteriori si stagliano a lungo nel traffico, con uno zigzag da luna-park.
     Squilla il cellulare, vogliono sapere come ho risolto e quando mi farò vedere. Dico che ho avuto qualche problema e Gaetano, è sua la voce, non si meraviglia. “Prima ti fai vedere, meglio è” aggiunge e poi chiude la comunicazione. Quando ti dicono così, conviene non rispondere: devi solo ubbidire perché, se no, il problema che hai avuto diventa subito una disgrazia, un errore. E poiché per gli errori commessi non c’è mai rimedio, le strade sono due: o affronti la realtà così com’è o la realtà decide per te. Non c’è scampo.
     Riprendo la moto, mi lascio alle spalle “la scena del delitto” e mi dico che se nessuno mi ha chiamato sul palcoscenico o mi ha voluto sul campo da gioco, nessuno si è accorto della mia presenza.
     Quando arrivo sotto il portone di Gaetano, mi viene incontro Salvatore, uno dei tanti che scippano i Rolex a Via Toledo.
     – Maestrì, che hai combinato?!… È uscito pure sul televideo!
     – Che cosa?
     – La vittima, l’avvocato, e il testimone che ti ha visto.
     – E con questo?!
     – Devi stare attento, maestrì…
     Mi chiamano “maestrino” perché sono uno che ha studiato: liceo classico, due anni di università, due esami: diritto civile e istituzioni di diritto pubblico. Sarei diventato avvocato, come Di Stefano, e forse avrei fatto la sua stessa fine: quando ammazzarono mio padre e i miei fratelli mi ritrovai isolato ed esposto.  Quando una famiglia viene decimata devi sceglierne un’altra con i tuoi stessi interessi ma in un’altra zona della città: solo così puoi vivere e, quando càpita, vendicarti. Mi chiamano “maestrino” anche perché sono bravo con la pistola: preciso, puntuale e pulito. Sparare non è difficile, è difficile sparare bene: pulito vuol dire che non si lasciano tracce ma, stavolta, non sono stato pulito e Gaetano mi accuserà proprio di questo.

     Busso alla porta di legno massiccio, si accende una lucina rossa che poi diventa verde: lo spioncino ha ingrandito la mia faccia, mi ha fatto riconoscere e mi dà il lasciapassare. La porta si apre e mi viene incontro la figlia più piccola di Gaetano: “Papà ti sta aspettando” e mi indica la porta del salone dove Gaetano di solito riceve “i suoi ragazzi”. La bambina mi guarda, sospira e aspetta che io entri nel salone, per richiudere la porta alle mie spalle.
     – Mario, vieni avanti, accòmodati.
     Gaetano, seduto sulla sua poltrona nera da dirigente, mi indica la sedia dall’altra parte della scrivania, poi si inala nel naso uno spruzzo di antiallergico e conclude con uno starnuto fragoroso. La porta si riapre, è la figlia più grande di Gaetano che chiede se deve portare il caffè, il padre le dice di ritornare più tardi e infine si occupa di me. La porta si richiude silenziosamente.
     – Allora, Mario, come l’hai visto l’avvocato Di Stefano? Come stava?
     – Stava seduto.
     – Sì, ma che espressione aveva?
     – Normale.
     – Già, lui non ti conosceva. E tu che espressione avevi?
     Gaetano vuole sapere se ero in ansia, se ero già predisposto per qualche agitazione all’errore che ho poi commesso, lasciando che quella faccia gialla mi vedesse, mi riconoscesse.
     – Non mi sono guardato, non lo so.
     – Ti sei fatto scappare il testimone.
     – Quello è uno che non parla.
     – E tu che ne sai? Parlerà, lo faranno parlare.
     – Parlerà pure con la paura?!
     – La paura ce l’hai tu, Mario, non lui. Tu non sei tranquillo, ecco perché hai sbagliato, chissà a che pensi.  Quando si sbaglia, non si può fare questo mestiere e io non pago un lavoro fatto male.
     – Ma io posso rimediare…
     – E come? Vai in questura e lo denunci?!… No, Mario, tu adesso te ne vai da qualche parte e mi restituisci la pistola.
     – E come mi difendo senza pistola?
     – Tu non ti devi difendere, maestrì. Devi tornartene a casa e devi aspettare.

     Aspettare per Gaetano significa diventare un bersaglio visibile e vulnerabile, significa aspettare che qualcuno si occupi di te, che qualcuno ti faccia diventare per sempre un niente.
     Prendo la pistola dalla cintura, faccio per girarla verso la sua mano che si protende ma non la giro, la punto alla fronte di Gaetano e sparo di nuovo, uccidendolo. “Per forza” mi dico, non solo per giustificarmi ma per assolvermi, liberarmi da quella condanna di inefficienza decretata dalla superbia di uno come Gaetano Valente. La porta si apre, compaiono le due ragazze, restano mute e immobili, come sapendo che sarebbe potuta finire così. Non devo neanche minacciarle per farmi strada, per uscire da quello studio, da quella casa: mi guardano senza occuparsi del padre, mi guardano come se mi vedessero per l’ultima volta.
     Faccio scattare il meccanismo della porta, sto sul pianerottolo, poi sulle scale, poi per strada: non penso, non si pensa quando si spara, è un di più, fa male, ti fa aumentare i battiti del cuore, ti fa sudare le mani e i capelli, ti fa venire sete e fame, ti fa camminare come un vecchio, ti rende capriccioso come un bambino.
     Rimonto sulla moto, taglio tutto il centro storico, arrivo su fino a Capodimonte e poi ancora su, ai Camaldoli, alla zona ospedaliera e mi fermo nel parcheggio davanti al Cardarelli. Spengo la moto e controllo se vi sono messaggi sul cellulare: nessuno mi ha cercato, nessuno mi ha scritto. Entro in un bar e ordino un caffè corretto al cognac: bevo, pago ed esco. Mi siedo su una panchina di legno, accendo una sigaretta e guardo il traffico degli autobus, dei motorini, delle macchine della polizia, dei camion dei trasporti.  Dovrebbe essere una bella serata, l’inizio di quelle notti fresche e piene di stelle, ma non voglio alzare la testa per vedere se è vero, non voglio e non posso permettermi che la giornata finisca così in quest’attesa senza sbocchi. Devo chiudere questa storia, devo chiudere il lavoro che ho fatto e che ho fatto male, devo trovare una soluzione.
     Torno al centro, a Via Roma, giù per Via Diaz, nei pressi della questura centrale. In fondo, l’idea me l’ha data Gaetano.
     Parcheggio la moto davanti a un bar, di fronte a un gruppetto di poliziotti che parlano di sport e scherzano. Il cameriere del bar mi dice che devo lasciare libero lo spazio che ho occupato con la moto, gli rispondo che non sono cazzi suoi: il ragazzo si stupisce e si rammarica, chiama il padrone, cominciano a rimproverarmi, a fare la voce grossa per farsi udire dai poliziotti: è quello che volevo. Sferro un pugno al ragazzo e un calcio alla vetrina del bar: il fracasso dei vetri e la caduta del ragazzo col naso sanguinante allerta i poliziotti, mi fermano, mi agguantano e mi portano su in questura, al secondo piano, per le constatazioni che un caso di rissa richiede.

     Mi fanno entrare in una stanza dove ci sono tre neri, un’asiatica, quattro sedie, una scrivania e altri due poliziotti. “Che c’è?” chiede il poliziotto seduto alla scrivania, “Il solito spavaldo” risponde uno di quelli che mi tengono fermo ma non presto attenzione alle loro parole: cerco di guardare al di là della porta, di scorgere qualcosa, un indizio, un segno, ma non mi lasciano molto spazio e finalmente si accorgono che sono armato. “E questa che cos’è?!” e mi prendono la pistola, rinserrando la presa sulle mie braccia. Solo l’asiatica si meraviglia, i neri non mostrano alcuna perplessità. “Chiama il funzionario!” dice il poliziotto della scrivania che, nel frattempo, si è alzato e mi guarda negli occhi per scrutarmi, secondo lui, a fondo.  Annusa la pistola e poi dice: “Hai sparato… A chi?”. Arriva il funzionario, che è una donna, e anche lei mi osserva con attenzione, mi chiede di dire chi sono.
     – Mario Borrelli.
     – A quale clan appartieni?
     – Che significa?
     – Significa che hai una pistola.
     – Vi dico tutto se mi portate di sopra.
     – Di sopra?!
     – Da un vice-questore, come minimo.
     I poliziotti si guardano e non capiscono, anche i neri non capiscono ma non si guardano, l’asiatica si siede stanca, come sopraffatta da quest’atmosfera che si è creata con la mia presenza, la mia spavalderia.
     – Ovviamente hai il porto d’armi…
     – Portatemi da un vice-questore.
     E la donna-poliziotto lascia perdere il sarcasmo e fa un cenno d’intesa ai tre che mi bloccano. “Prendete la pistola e portatelo da De Rogatis”. “Manette?” chiede uno dei tre cominciando a maneggiarle ma non gli dò il tempo di farle scattare: “Perché?!” e la donna-poliziotto, superando l’indecisione, annuisce appena, “Non ho fatto resistenza, fatemi parlare con questo che avete detto, vi conviene, sul serio”. La poliziotta, ancora più incerta, alla fine si decide: ci fa da capofila, ci precede su per le scale e, al terzo piano, bussa alla porta dove c’è scritto “Tommaso De Rogatis – Vice Questore”. Uno dei tre non riesce a trattenere il commento di circostanza: “Sei stato accontentato, hai visto?”. Non lo conosco neppure questo De Rogatis ma so che mi tornerà utile, se non altro perché stiamo al terzo piano, dove c’è folla, dove si trattano omicidi e aggressioni, dove si parlerà sicuramente dell’avvocato Arcangelo Di Stefano.

     – Che c’è?
     – Vuole parlare con lei.
     – E chi è?
     Non ho visto il volto di De Rogatis, ho visto la stanza, ho cercato con lo sguardo tra altri poliziotti e commissari la persona che mi interessa e l’ho trovata: eccola lì la mia faccia gialla, ecco l’uomo grassoccio con gli occhi a palla: sta seduto ad una scrivania, sul fondo, e sta parlando con un funzionario… Ma ora non lo guardo più, mi sento più rinfrancato e mi preoccupo di non mostrare reazioni, mi preoccupo di tenermi tutto dentro.
     Ho detto che avrei detto tutto: si tratta di scegliere tra avvenimenti ordinari o eccezionali, recenti o passati, veri o inventati. E i poliziotti con tutte le carte che hanno, le informazioni, le spiate, gli archivi, i tabulati non possono mai capire se quello che sto per dire è utile o no: anche quando si trovano davanti a uno che ha deciso di fare delle rivelazioni, sfrutteranno sempre a loro vantaggio le cose che sentono ma ci metteranno un po’ di tempo per spartire la verità dalla finzione ed è questo tempo quello che mi serve.  Comincio a dire, così, che Gaetano Valente controlla il traffico di droga della Pignasecca, che è rimasto vittima di un agguato, che forse non se la caverà e che mi aveva proposto di sostituirlo negli affari ma che nessuno del clan – sì, li faccio contenti – mi avrebbe dato la fiducia necessaria. Ho detto queste cose tenendo sott’occhio il testimone e lui ha guardato me, ascoltandomi con interesse, come se dovessimo fornire due versioni diverse ma sostenibili della stessa faccenda.
     “Tutto qui?”, mi chiede De Rogatis e fa capire che ha bisogno di altri riscontri per prendere sul serio le mie confidenze e poi aggiunge: “Non dirmi che sei un infame…”
     È una provocazione di basso livello ma faccio finta di essere sinceramente afflitto e ferito dalla sua gratuità: se l’avesse detto Gaetano, l’avrei ucciso una seconda volta. “Per voi è facile giudicare, non potete capire” e lui: “C’entri qualcosa con l’omicidio dell’avvocato Di Stefano?”.
     La faccia gialla si illumina ma trattiene il respiro e abbassa lo sguardo, De Rogatis guarda me e il testimone per stabilire intuitivamente un collegamento ma non lo trova, può solo supporlo, a meno che la faccia gialla non si esponga ora, qui, davanti a me. Sembra strano ma vorrei che lo facesse, che raccontasse quello che ha visto uscendo di casa e incrociandomi sul pianerottolo, forse dopo aver sentito il colpo di pistola nello studio dell’avvocato. “Ammanettatelo. Sei in stato di fermo” comanda De Rogatis e i suoi agenti ubbidiscono: devo rallentare il tempo, devo fermarlo, devo sapere per bene cosa ha detto il mio testimone.  “Fatevelo dire da lui, lavora con l’avvocato e mantiene i rapporti con Gaetano Valente”… De Rogatis ed i suoi si girano a guardare la faccia gialla per averne una conferma veloce ma il testimone è più furbo di quanto pensassi, astuto e attento come ha detto l’ex-carabiniere della piazzetta.

     La faccia gialla risponde con un mezzo sorriso di compiacenza, scuote la testa come soltanto gli impostori ce la fanno scuotere e con un gesto della mano sminuisce e ridicolizza la mia trovata, il mio azzardo. I poliziotti non capiscono questa pantomima allusiva, il mio improvviso silenzio, il mio sguardo fisso sul testimone. “Vedi che cosa abbiamo su di lui” dice De Rogatis al poliziotto informatico e la donna-poliziotto aggiunge premurosa “Borrelli Mario”… Il ticchettìo della tastiera, a scatti e cadenzato, è l’unico rumore della stanza, sembra addirittura che nessuno respiri qua dentro, solo lui, il testimone, fa sentire e vedere la presenza del suo corpo, dei suoi movimenti, della sua calma. Come fa a essere calmo, questa faccia gialla? Cosa gli avranno promesso per essere così sicuro? Davvero crede che io sia alla fine, che non abbia più soluzioni, che sia vittima di me stesso?
     – “Dottore, guardi…”
     Il poliziotto informatico rigira il monitor del computer verso De Rogatis e dopo aver letto le notizie che mi riguardano il vice-questore commenta: “Non c’è male come carriera, maestrì… È così che ti chiamano, no?”.
     Non tocca a me rispondere, sono io che devo avere delle risposte e finalmente De Rogatis si rivolge al testimone: “Lei che cosa mi può dire?” e poi ai poliziotti: “A lui portatelo giù”.
     – No, io devo prima sapere!
     – Tu devi sapere?!… Vai giù, vai. Ah, un momento… perché ti sei fatto prendere così?
     La domanda del vice-questore sfuma nello stupore: non riesce a capire – e perché dovrebbe? – l’unica vera ragione che mi ha convinto a farmi arrestare ed io lo aiuto, lo aiuto a comprendere quello che gli deve sembrare un mistero o un’assurdità: non ho la pistola, non ho tempo e non posso far altro che disorientare la mia platea, il mio stadio, ingannandoli, suggestionandoli.
     – Chiedetelo a lui.
     Stavolta la faccia gialla non sorride, non si compiace, non si sorprende, resta come in attesa di una rivelazione che non da me può venire.
     De Rogatis fa cenno ai poliziotti di portarmi giù ma non posso farmi scavalcare così: “Lui sa tutto, ha visto tutto! Chiedeteglielo! Fatelo parlare!”.
     “Ha già parlato” dice De Rogatis e invita il testimone a firmare un foglio che sta sulla scrivania, la dichiarazione che avrà reso su di me, contro di me. Tutto avviene come se fosse dilatato, spezzato nel tempo: la firma del testimone, i poliziotti che mi strattonano per smuovermi, i funzionari che ritengono chiusa e finita la mia vicenda.

     Usciamo tutti dalla stanza, stiamo per dividerci in due gruppi, i poliziotti con me e i funzionari con il testimone: mi spingono verso una scala di servizio ma io mi fermo, mi giro, mi sciolgo dal gruppo che mi trattiene e raggiungo il testimone: con le mani bloccate non posso far altro che accalappiarlo, come una bestia da domare, e lo tiro verso di me, la sua gola contro la mia, trascinandolo. Non sento le voci, non sento neanche le persone che provano ad aprire la morsa delle mie mani: vedo solo lui, la faccia gialla, che strabuzza gli occhi, che riesce solo a balbettare. Devo finire questo lavoro, finirlo per bene: i poliziotti mi stanno addosso, a fatica raggiungo la scala e mi porto dietro la faccia gialla e quando stanno per sottrarmelo faccio scivolare la presa sul suo torace, come per sostenerlo e devo sostenerlo: sostenerlo e spingerlo oltre la ringhiera della scala e spingere anche me con lui… Stiamo volando, stiamo cadendo, stiamo per ammazzarci: sento il mio respiro, sento il sudore che mi scende sul volto e il corpo del testimone che sprofonda sul mio quando tocchiamo terra.
     Riprendo i sensi sul lettino del pronto soccorso al Cardarelli, vedo solo ombre che si agitano intorno a me e a stento percepisco le parole che dicono: “Questo non arriva a domani, l’altro se la caverà”. Non ho la forza di chiedermi niente ma stranamente riesco a pensare, a dirmi che mi sono comportato come un ragazzo inesperto, presuntuoso. Non dovevo prendere l’ascensore dopo aver ucciso l’avvocato, dovevo scendere a piedi e con calma, dovevo chiudere per bene il lavoro che mi era stato assegnato, dovevo lasciare la città quando ho ammazzato Gaetano e lasciare che il tempo passasse in silenzio e soprattutto dovevo evitare quella faccia gialla che se la caverà, che mi riconoscerà anche quando sarò un niente.

***

8 pensieri su “Faccia gialla – di Antonio SCAVONE

  1. Giorgio

    Ancora una cronaca precisissima e problematica, e azioni inconcludenti, un po’ destino un po’ caos, e un mondo – e un modo di raccontarlo – che dopo un paio di racconti da te postati, Francesco, mi è ormai riconoscibilissimo come quello di Antonio Scavone. Grazie, Francesco, e complimenti all’autore.

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  2. fmarotta

    Grazie, Giorgio.

    Antonio è un grandissimo scrittore, che trova nella dimensione del racconto il terreno più congeniale per esprimere l’acutezza e la profondità del suo sguardo e la cifra ragguardevole di uno stile cristallino.

    Quando personaggi del genere avranno un po’ più di spazio, vorrà dire che qualcosa sarà cambiato: se non altro, ci sarà meno spazzatura in forma di volumi nelle librerie.

    fm

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  3. Piero Caluori

    Nell’ intrigo del giallo Scavone va all’ essenza profonda e disumana e ci rivela da scrittore ciò che nè le inchieste nè le raccolte sociologiche riescono a rilevare e a penetrare: l’ essenziale ed autentica dimensione degli uomini di camorra. Leggendo questo racconto si intende l’ insostituibile necessità che vi sia sempre e tuttavia chi trovi e ci riporti della realtà le moteplici sfaccettature, le ragioni umane e la complessa verità. Questo è dunque una scrittura di denuncia
    tanto più forte quanto meno è giornalistica, parziale, gridata e frammentata.

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  4. Antonio Scavone

    Leggo con ritardo il post di “Faccia gialla” e i commenti per questo racconto. Ringrazio Piero Caluori – preciso e acuto quando vuole esserlo -, ringrazio Francesco e soprattutto Giorgio che mi aveva apprezzato già più di trent’anni fa e continua a farlo con questi ultimi racconti postati da Francesco Marotta. Come si risponde ai complimenti dei lettori comuni e dei “lettori di professione”, secondo la dizione di Paolo Milano? “Grazie” non basta: quello che conta, per uno scrittore, è “fornire” ai suoi lettori i modi e gli stili, le forme e i contenuti di quella che è senz’altro una vocazione ma che diventa anche grazie a chi ci legge un praticabile mestiere e soprattutto un destino.

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  5. Francesco Calazzo

    Ha fatto piacere a me, nipote di Antonio Scavone, leggere questo bel racconto. Non ho avuto il piacere di leggerne molti, a dire il vero nessuno, e difatti non immaginavo che scrivesse anche racconti come questo postato dal valente Francesco Marotta. Complimenti da questo lettore “comune”.

    Abbracci
    FC

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  6. maurizio scavone

    il racconto e’ molto bello , mi piacerebbe saperne di piu su questo forse non parente ma dallo stesso cognome 🙂 ma vista la vena artistica forse c’e’ qualcosa che ci accomuna, io un po’ attore ed ottimo cantante 🙂

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  7. francescomarotta

    Caro Maurizio, eccoti una sintetica nota biobibliografica di Antonio.

    Napoletano, del ’47, Antonio Scavone ha esordito nel 1975 con un lungo racconto (Un azzardo) sulla rivista NUOVI ARGOMENTI. Ha scritto per la RAI sceneggiature ed elaborazioni originali (La bella bionda, Lezioni di farsa, Mar Nero) e, per il teatro, ha delineato i temi essenziali di una drammaturgia politico-realistica, senza dimenticare quell’universo imperfetto che è Napoli: Vi servo io, Basse frequenze, Signora Clara, Una notte d’Italia, Acchinson. Nel 1989 ha vinto il Premio FAVA con Regolamento interno, sui delitti di mafia, prodotto dal Teatro di Roma e dal Teatro Libero di Palermo e nel 1990 il Premio TEATRO E SCIENZA con Ricognizione assoluta, sulla tragica fine del matematico napoletano Renato Caccioppoli, messo in scena nel 1993 dal Centro Teatrale Bresciano. È stato direttore artistico del Teatro Politecnico di Roma. Nel 1999 è tra i vincitori del premio NAPOLI IN GIALLO con il racconto poliziesco 1799 ed ha vinto il premio CASTILENTI con il racconto Anime leggere. Nel 2001 ha partecipato alla manifestazione MAGGIO DEI MONUMENTI, del Comune di Napoli, con lo spettacolo teatrale 3 numeri per la Guglia. Nel 2003 ha vinto il Premio CALENDOLI con l’atto unico Partono i bastimenti. Alcuni dei suoi testi sono stati pubblicati dalle riviste Sipario, Hystrio, Ridotto.

    *

    Un saluto a te e a Francesco, il cui commento “estivo” mi era, purtroppo, sfuggito.

    fm

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  8. maurizio scavone

    quindi e’ napoletano e scrive anche per il teatro non e’ solo un autore di racconti e romanzi?

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