PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 74

Oramai sono vecchio, ma per fortuna ho messo da parte abbastanza denaro per ritornare là da dove sono partito, per morirvi sereno. Sull’aereo, mentre guardo il mare in basso e in alto il cielo, il cuore mi martella all’impazzata.

Quando arrivo nella mia città corro subito nel mio vecchio rione, nella mia vecchia via. La prima constatazione che sono costretto a fare è che, uomini e cose, siamo invecchiati tutti, ma in modi irrimediabilmente diversi. Anche se qualche particolare collima col ricordo mi sembra di ritrovarmi imprigionato in un incanto maligno, perché in realtà proprio ciò che pare di riconoscere si rivela profondamente altro, nel senso e nello scopo.
Vado comunque a prendere informazioni in municipio, suono a campanelli con sopra nomi a suo tempo diligentemente, amorosamente annotati, e trovo la conferma di ciò che avevo ormai capito: nel generale mutamento il più cambiato son io; e non c’è rimedio, la morte certo verrà, ma non nella pace. L’esilio era il mio destino, che avrei dovuto accettare fino all’ultimo, fino alle conseguenze estreme. Ora comprendo che quello di morire appena fuori della Terra Promessa non era (soltanto) un castigo. Il viaggio mi ha troppo cambiato, è ozioso chiedersi se in meglio o se in peggio; e più in nessun luogo mi posso fermare, mie sole patrie possibili son i non-luoghi per i quali si transita: particella sparata in un acceleratore, da schianti provengo e (persino quando sto fermo, addirittura nel sonno) verso altri schianti m’avvio.

12 pensieri su “PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 74

  1. Giovanni Nuscis

    Le domande ultime, caro Roberto, per alcuni di noi sono anche le prime, dovendo informare, per quanto possibile, l’intera esistenza. (Senza illuderci troppo della nostra capacità di autoderminazione.) La Terra Promessa chissà se è di questo mondo, o dell’altro, come confermerebbero persone tornate in vita dopo un black out delle funzioni vitali. Ci resta l’intuizione del “disegno”, in noi, per noi, fuori di noi, e un transito lungo quanto l’intera vita, terrena; più o meno paghi dei luoghi di passaggio o di ristagno, se non del tutto scontenti.
    Grazie per questi stimoli, Roberto, e per l’empatia che la storia sa suscitare.
    Un caro saluto.
    Giovanni

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  2. robertorossitesta

    Caro Giovanni,
    giustamente tu dici “Le domande ultime per alcuni di noi sono anche le prime”; e traggo spunto da questa tua frase, sperando di non allontanarmene troppo, per un’osservazione che mi sta molto a cuore.
    In effetti, rileggendo i miei interventi per LPELS, sovente mi rendo conto che continuo ad esprimere gli stessi concetti in modi nemmeno troppo diversi, e mi viene il timore di abusare della pazienza di chi ha la bontà di leggermi.
    Ma il fatto è che proprio non mi riesce di schiodarmi da certi nodi, per me centrali e che mi pare debbano esserlo per chiunque.
    A volte mi è stato rimproverato un certo disimpegno per il qui ed ora; ma la rude e spigolosa quotidianità, nelle sue continue variazioni più apparenti che reali, non mi è sembrata mai altro che la drammatizzazione delle domande che già mi facevo da piccolo, e delle risposte che allora mi davo e che ho continuato a darmi, ovviamente con sempre meno speranza di giungere a capo di qualcosa, e tuttavia incapace di smettere.
    Il mio vero qui ed ora è rimasto quello di quando me ne stavo da piccolo ad occhi sbarrati nel buio, senza poter prendere sonno, schiacciato da quelle domande e ancora di più da certe risposte che me ne davo.
    La sola differenza, però non da poco, è che oggi ho meno paura, perché avverto che, pur nella radicale solitudine dell’uomo, “in qualche modo” qualcosa può essere condiviso: quella paura in primo luogo, e le parole che ci salgono alle labbra lungo l’inevitabile viaggio.
    Che almeno questo non sia un inganno.
    Un abbraccio a te e a tutti gli amici,
    Roberto

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  3. fabrizio centofanti

    a volte il passaggio che ci rende stranieri a noi stessi è quello decisivo. a patto che ci si ritrovi più felici di prima. la Bibbia mi insegna che la felicità terrena è un deserto nel quale si riflettono le palme dell’oasi.

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  4. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    e fra il deserto e l’oasi c’è di mezzo la sete. Poi, per qualcuno, la Grazia.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  5. Carla

    se riusciamo ad accettare questi ‘transiti’ ecco che allora tutto si allarga (anche il respiro) la visione delle cose diviene più ampia e distaccata, forse anche più …obiettiva…
    scrivi: da schianti provengo e verso altri schianti m’avvio…
    questo è volere continuare a far battere il cuore,
    questo è dire: ho vissuto!
    la vecchiaia è nel fardello che si reca sulle spalle, che ogni tanto va riposto…per far si che non pieghi anche noi.
    e poi tutto cambia, e ritorna, e se ne va…:-)

    Ciao Roberto, un abbraccio
    C.

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  6. nadia agustoni

    ” a volte il passaggio che ci rende stranieri a noi stessi è quello decisivo”

    si, sono d’accordo.

    Un saluto a Roberto e a tutti

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  7. robertorossitesta

    Caro Riccardo,
    troppo buono, grazie.
    La mia immagine della particella sparata in un acceleratore e il concetto dell’estraneità a se stessi di cui parla Fabrizio mi sembrano formare una bella coppia lungo il viaggio, diciamo pure iniziatico, verso il nulla/Nulla (però attenzione, se la meta non è solo indefinitamente accostabile ma effettivamente raggiungibile, potrebbe davvero sovvertire tutte le antiche attese).
    In proposito la domanda, ovviamente non mia, è la seguente: quanto conta la consapevolezza in questo processo, e fino a che punto di esso ha senso parlarne?
    Ecco un’altra domanda, a cui si può anche rispondere con l’offerta di un bicchiere d’acqua fresca (o con una secchiata della medesima rovesciata sul capo).
    Ancora saluti,
    Roberto

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  8. riccardo ferrazzi

    “In proposito la domanda è: quanto conta la consapevolezza in questo processo, e fino a che punto di esso ha senso parlarne?”

    Permettimi di dare la mia risposta: non saremmo uomini se non volessimo capire il senso del viaggio, e l’unico modo per sapere fino a che punto ha senso parlarne è appunto parlarne.

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  9. robertorossitesta

    Cari amici,
    concordo anch’io. Ma parlare inaridisce la bocca, ed il deserto è torrido; perciò non ci staranno male, fra una parola e l’altra, un bicchiere d’acqua fresca e una secchiata in capo, per schiarire le idee e scacciare i miraggi… facendo spazio a ciò che miraggio non è.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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