Frammenti di un discorso ambizioso

Nel rissoso parlamento dei miei io confederati, la parte più conservatrice, quella che detiene stabilmente la maggioranza dei miei pregiudizi, ama le Madonne del Giambellino, la scrittura di Emanuele Trevi e gli standard jazzistici. La minoranza radicale si burla di queste passioni mielose: ritiene che il Giambellino sia il Fausto Papetti del Rinascimento, considera Trevi il nuovo Citati e definisce “neomelodiche” le sue affabulazioni critiche piene di aggettivi liricheggianti. Il mio machismo sta a sinistra, insomma. Quanto alla collezione di standard jazzistici (una trentina di varianti di Night and day e quasi altrettante di What a difference a day makes, incluso una bandistica e una gospel), pensa che sia il sintomo di un atteggiamento artisticamente rinunciatario, mero postmodernismo musicale.

 “Mi piace sia di parlare che fisicamente”, dice un conoscente barese riguardo a una ragazza, come se la congiunzione di questi due aspetti fosse una preziosa rarità. Declinata nelle maniere più curiose, la tendenza a fare della bellezza un concetto binario, dividendola in interiore ed esteriore, rappresenta il modo in cui i giudizi estetici vengono colonizzati da quelli morali. Di un’altra dice che è “brutta come il peccato”, e anche questa è una concessione al luogo comune, perché niente è più desiderabile del peccato. Stendhal nel suo diario riferisce di una nobildonna milanese che gustava un gelato commentando “peccato non sia un peccato”.

 Non desiderare la donna altrui, recita il nono comandamento, ma la donna altrui è l’unica davvero desiderabile. Un sondaggio rivela che il sogno proibito degli italiani è la cognata. Le cause sono probabilmente una vita povera di relazioni, per cui si frequentano quasi solo i parenti, la difficoltà dell’impresa, perché le grandi passioni sussistono solo a condizione di non essere appagate, e infine il valore aggiunto dello sfregio paraincestuoso. Forse è per questo che ci emoziona tanto l’episodio dantesco di Paolo e Francesca, e nessuno si commuove per Gianciotto Malatesta, il cornuto.

 Ieri notte, mentre pronunciavo un umilissimo discorso di ringraziamento per aver ricevuto il Premio Nobel della letteratura, all’improvviso mi sono svegliato per un rumore sospetto. Era un rumore felpato, il rumore di chi non vuol fare rumore. Si trattava del vicino di casa, che esultava sommessamente per una medaglia italiana alle olimpiadi. Mi sono ricordato della telefonata di Ezio del giorno prima. Lui è a Pechino per lavoro, fa il cameraman alla Rai. Diceva di sentirsi sballottato perché sta vivendo in Cina con il fuso orario di qua, dovendo trasmettere dallo studio con gli orari italiani, per cui tutta la troupe mangia e dorme come se fosse rimasta in patria. Curioso destino, il suo. Lui che è un viaggiatore no limits, del tipo che l’anno scorso era in Pachistan mentre infuriava la sanguinosa rivolta della Moschea Rossa, ora sta vivendo la condizione del turista di massa, che dovunque vada si porta appresso le abitudini e i tempi del proprio paese. Come l’immagine di cartellone del film Turista per caso, con William Hurt , un uomo seduto sulla poltrona di casa con le ali. Il turista di massa è la Regina Rossa, il personaggio di Lewis Carroll, quella seguita come un’ombra dal paesaggio circostante ovunque si sposti.

 Naxos è piena di italiani. La donna che ci affitta il motorino dice che ad agosto sono il gruppo di stranieri più numeroso.  In aereo si riconoscono perché sono gli unici che applaudono all’atterraggio e in spiaggia ostentano una quantità di tatuaggi da far invidia a Materazzi. Ai bar e nei ristoranti il loro inglese da ordinazioni è stentato, forse solo gli spagnoli sono peggio di noi, ma la loro è una lingua forte, parlata in mezzo mondo. In paese c’è un negozio che compra e vende libri usati. E’ una fortuna perché io e Cinzia abbiamo finito i nostri. C’è la sezione tedesca, quella francese, spagnola, danese, svedese e inglese. La nostra è la più piccola, e ci sono solo libri blockbuster: Faletti, Moccia, Ammanniti. Ricordo il severo giudizio di Pasolini: il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa. La celebre “gita a Chiasso”, l’invito che Arbasino rivolgeva agli intellettuali nostrani per sprovincializzarsi, in tempi di voli low cost andrebbe aggiornato. Oggi che tutti vanno dappertutto, forse si dovrebbero invitare i nostri compaesani a rimanersene a casa e fare una “gita a Brera”.

 Il luogo comune è un emissario del destino, non gli si può sfuggire. Parlar male dei compatrioti è un luogo comune, oltre che un chiaro sintomo di senilità. Gli italiani, per noi italiani, sono sempre gli altri.

 La nostra Repubblica delle lettere non è democratica. Dahrendorf sosteneva che una vera democrazia si riconosce non dal fatto che vi si svolgono libere elezioni, come si pretende che succeda esportandola nei luoghi più impensati, ma perché l’ossatura del paese è costituita da un ceto medio forte e strutturato. E’ da questa fascia della popolazione che ci si aspetta un voto consapevole, che è poi ciò che differenzia un cittadino da un suddito. Nei paesi in cui la forbice è più divaricata, vedi la Russia di oggi, cioè là dove il ceto medio è schiacciato fra un’esigua minoranza di miliardari e una moltitudine di diseredati, non vi è vera democrazia perché la maggioranza della popolazione non dispone degli strumenti culturali e informativi necessari per esprimere delle scelte autonome, non manipolate, e in questa condizione prospera l’economia del privilegio, quella unicamente basata sulle conoscenze e i favoritismi. Allo stesso modo nella nostra Repubblica delle lettere, gli Abramovich come i Moccia e i Faletti si contrappongono a una massa anonima di scriventi che faticano a vendere un numero di copie appena sufficiente a coprire le spese editoriali e finiscono per mendicare una recensione purchessia. Il ceto medio degli scrittori è infinitamente minoritario. Eppure, segnali incoraggianti che dovrebbero spingere gli editori, soprattutto quelli che rifiutano a priori i manoscritti degli sconosciuti, a concedere maggior fiducia ci sono. Alcuni fra i più sorprendenti successi di questi ultimi anni sono opere di esordienti. Come Saviano, Giordano, Piperno, la Cibrario, lo stesso Moccia.

 Poco prima delle vacanze ho saputo che una persona che avevo conosciuto in rete era morta. Il suo nickname era Maria Strofa. Avevamo discusso spesso su un newsgroup letterario, poi entrambi traslocammo nei blog. Amava le provocazioni e i paradossi, e uno dei suoi scritti che più mi avevano colpito fu l’apologo della contessa di Tolstoj, che si recò in carrozza una gelida sera d’inverno ad assistere a una rappresentazione teatrale. Lei si era commossa vedendo gli attori recitare la parte dei poveri che soffrono il freddo e la fame. Uscendo dal teatro mentre ancora si asciugava le lacrime non aveva degnato della minima attenzione il suo autista, che aveva patito lo stesso freddo ad aspettarla per ore sotto la neve e che era pagato con un salario da miseria. Riflettendo sulle tante manifestazioni d’affetto che in rete le erano state rivolte, quasi tutte da persone che non lo avevano mai conosciuto di persona, avevo pensato a quanto questo mondo virtuale leghi le persone solo attraverso la scrittura. Ci si innamora e si litiga nelle chat, nei newsgroup e nei blog con una intensità che quella della realtà di tutti i giorni è sempre più un pallido riflesso. Io stesso, qui, in fondo confido a degli sconosciuti cose talmente personali che non direi a molti miei amici. Questo vale anche per la letteratura. Le nostre vicissitudini, e quelle di chi ci è più vicino, non ci scaldano più di tanto. Le conosciamo troppo bene, per ritenerle innocenti come quelle di uno sconosciuto, e questo dimostra che il fondo dei nostri pensieri non è così egoistico come si crede. La lettura di un romanzo non è significativa – diceva Benjamin – perché ci presenta, in modo magari esemplare, un destino estraneo, bensì perché quel destino estraneo, in virtù della fiamma che lo consuma, ci offre un calore che non otterremmo mai dal nostro stesso destino. Ciò che trascina il lettore verso il romanzo, la sua irresistibile attrattiva, è la speranza di riscaldare la propria vita tremante e infreddolita grazie alle disgrazie di cui legge. I lutti altrui sono le fascine del nostro inverno.

 Cinzia non ama la statuetta di Ganesh che campeggia nella mia libreria. E’ l’unico oggetto che non sia un libro che vi è ospitato. A me piace perché è la divinità indù protettrice degli scrittori, il Dio divoratore. Scrivere è vampirizzare la vita, ogni vero scrittore è uno sciacallo, degli altri e di se stesso. Le disgrazie di Achille e le peripezie di Ulisse servivano al nostro canto, la sofferenza è il pegno per l’immortalità. Tutti gli altri Agamennone della Storia, senza il loro Omero hanno vissuto e patito invano?

 Un’amica traduttrice dice che la mia scrittura è molto noli me tangere. E’ una critica fondata, ed è per questo che provo a vincere la naturale ritrosia a parlare in modo crudo di me stesso, confessando cose imbarazzanti come il suicidio di mio padre o i miei sogni di gloria e di soldi. L’autobiografia non è un parlare di se stessi, ma un parlare contro se stessi. Mettersi a nudo, darsi in pasto, è più facile dirlo che farlo. “Chi legge questo libro tocca un uomo”, scriveva Whitman in Foglie d’erba, dando così voce a un’aspirazione universale. Eppure le resistenze sono forti, il contatto fisico con un estraneo ci attrae e ci terrorizza allo stesso tempo. In chiesa, il momento più imbarazzante è quando il prete chiede di scambiarci un gesto di pace.

 Nei commenti al mio penultimo post, in cui confessavo di sognare di vincere al superenalotto, mi è stato detto che sono “speciale”. E’ curioso: quando ammetti di avere le debolezze “comuni” a tutti, risulti “speciale”. E’ il dirlo, l’ammetterlo che ci rende tali? Ad ogni modo il noli me tangere ha molto a che fare con la scrittura, è la vera sfida di ogni scrittura, non solo nel senso di avere il coraggio di “farsi toccare”, ma per il tentativo di afferrare la vita, trattenerla e restituirla sulla carta magari creandone una nuova, concorrenziale e non meramente parassitaria. La scrittura autobiografica viene spesso intesa come una registrazione dell’esperienza, mentre è un suo sostituto, un “invece”. E’ quell’invece che bisogna saper afferrare. Nell’originale greco il verbo per tangere è háptein, che significa appunto “trattenere”, “afferrare”. Il difficile è farlo senza estirparne lo spirito vitale, come quella pianta chiamata impatiens noli-tangere, che solo a sfiorarla perde i semi. Un amico mi dice che in tutti i miei pezzi, anche quelli più ironici, si sente una punta di disperazione, e io replico che però la speranza che qualcosa cambi c’è sempre, perlomeno nelle intenzioni. Per Kafka la scrittura era il vessillo di Robinson Crusoe, la bandiera che il naufrago issa sul punto più alto dell’isola deserta per segnalare la propria presenza nella speranza che chi passa la noti e lo salvi.

 Tiziano Scarpa, in una mail affettuosa, mi spinge ad abbandonare le stampelle letterarie, il citazionismo che contrappunta i miei racconti autobiografici. Mi rendo conto che ha ragione, che spesso tutti quei riferimenti appesantiscono la lettura, e se infastidiscono uno colto come lui figuriamoci gli altri. Non so se ci riuscirò mai, sarebbe come chiedermi di non essere biondo, e tuttavia spero sempre che qualcuno capisca che le mie citazioni non sono uno sfoggio di erudizione, ma il mio modo di esprimermi, la colonna verbale (musicale e vertebrale) della mia vita. C’è il “dillo con i fiori” e c’è pure il “dillo con i libri”, e non di rado le due cose vanno assieme, vedi la festa di Sant Jordi in Catalogna, quando i fidanzati regalano rose alla loro donna e le fidanzate libri al loro uomo. Forse è il mio lato femminile a parlare, non solo il pensiero che vita e arte non sono entità distinte.

 Dopo aver compiuto 45 orbite intorno al sole, ancora molti sono i posti che devo visitare, ma in tutti quelli che ho visto finora io ero previsto. Dal Brasile alla Turchia è sempre la medesima claustrofobica sensazione, come se mi aspettassero al varco, se lì vi ritrovassi intatti tutti i giorni inerti, i continui cedimenti, le infedeltà a me stesso che avevo sperato di seminare nel viaggio. Forse è per questo che mi sono rassegnato a fare il Pausania, l’esploratore del noto. Nella laicissima Siena rivedo il Guidoriccio da Fogliano, e capisco finalmente che un po’ della magia che ancora mi trasmette quell’immagine apparentemente così elementare e statica dipende da questo strano connubio di idealismo e concretezza, l’essere insieme pittura di cronaca (il suo assedio alla città di Montemassi) e forma puramente astratta e intemporale, con quel vestito decorato che lo rende un grafismo, una nota su uno spartito musicale. A volte le cose migliori nascono da questi paradossi. E’ il motivo per cui amo gli standard jazzistici, le varianti di brani famosi: perché mi comunicano un effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa.

 Io non lodo Alfano, penso che la riforma della Giustizia che il governo Berlusconi sta portando avanti sia un ulteriore passo verso l’instaurazione di un regime, seppure soft e paternalistico. E’ la stessa logica della social card per gli anziani, beneficenza di Stato. L’affresco di Ambrogio Lorenzetti su Gli effetti del mal governo pone l’accento proprio su questo, mostrando una giustizia legata e asservita ad interessi particolari.

 L’11 agosto Repubblica riporta l’affermazione trionfante di Enrico Letta sul fatto che “l’antiberlusconismo è finito”. Suona un po’ come una resa definitiva. Su Il Giornale la foto di Veltroni che va in spiaggia con un ombrellone in mano viene irrisa, mentre su Chi c’è un lungo articolo con le immagini delle numerose ville del Cavaliere sparse per il globo. Vorrei una sinistra “senza se e senza ma anche”, e spero che l’elezione di Ferrero a Rifondazione Comunista riporti la rotta verso un sano antagonismo. Pare che col cambio di guida sia in discussione pure la direzione del quotidiano Liberazione, per il quale ogni tanto scrivo, e che in questi ultimi anni con Sansonetti aveva sposato le tesi più improbabili: la difesa di Fabrizio Corona perché “vittima del sistema”, le scuse a Mara Carfagna per il vile attacco antifemminista ecc. Non sono vittime del sistema, ma ingranaggi ben oliati, gente che ha capito perfettamente come funzionavano le regole del gioco e ha deciso di parteciparvi godendone poi i frutti. In un articolo del Corriere Berlusconi dichiara di essere l’alfiere del liberalismo, ma liberalismo non significa libera volpe in libero pollaio. La verità non la si può occultare a lungo, prima o poi ci si accorge del trucco, come nel caso della copia dell’affresco del Tiepolo, quello con la nuda verità a cui è stato messo un velo al seno.

 Sulla stampa si dibatte circa il privilegio concesso a Ottaviano Del Turco di ricevere molta gente in carcere, cosa che ai detenuti comuni non è permessa. Pochissime sono le voci contrarie, e fra le favorevoli c’è ovviamente quella del figlio, giornalista del tg5. A fare una ricerca in rete si scoprono cose interessanti a proposito della presenza nelle redazioni dei giornali e delle televisioni di figli di politici o finanzieri. La verità è che le caste in Italia sono due: la stampa e la politica, si proteggono a vicenda e le commistioni sono tali e tante da rendere evidenti i motivi del nostro declino, sia culturale che economico. La stampa dovrebbe essere il cane da guardia del potere, mentre da noi è il suo cucciolo da salotto.

 Walter Siti invita a “inocularsi il presente”, e dà l’esempio tuffandosi nelle borgate romane. L’esergo del suo ultimo libro, Il contagio, sfotte Piperno e la sua passione per Madison Avenue, ma secondo me il suo vero antagonista è Michele Mari, che ha in sommo disprezzo la realtà. Come mi succede spesso, non riesco a parteggiare per nessuno, o meglio sento che entrambi hanno le loro ragioni. Più passano gli anni e più mi oriento per l’et et, rifiutando l’aut aut. Poi a ben vedere entrambi indagano il presente, solo che Mari lo fa più da osservatore distaccato e critico, laddove Siti si compromette immergendosi totalmente. E in fondo tutti e due coltivano un’idea di tempo quale un assoluto presente soggettivo, grazie alla quale il personalissimo microcosmo del giardinetto dell’infanzia di Mari e quello della borgata di Siti assurgono a metafore universali. Forse quello da cui sono più distante è Piperno, perché la quotidianità mi attira molto di più dello straordinario, e fra l’asino degli alpini e il purosangue di Ascot io preferisco mille volte il primo. Anche nei musei archeologici, che un recente sondaggio afferma essere i meno visitati di tutti, mi soffermo più volentieri a osservare i corredi funebri della gente comune, o le lapidi del Sig. Rossi, che non i grandi sarcofagi in porfido degli imperatori. Platone escludeva che si potessero attribuire delle idee a cose basse e spregevoli come gli oggetti di uso quotidiano, che avessero insomma un fondamento ontologico-conoscitivo, eppure le cose di tutti i giorni parlano della nostra vita con meno infingimenti di quanto potremmo fare noi stessi, e sono ben più rappresentative dei sommi capolavori, tant’è che di molte civiltà scomparse ci sono rimaste solo quelle.

 Uno degli angoli di Milano che più amo è in via Speronari, a fianco di una pasticceria famosa per i suoi cannoncini alla crema. Lì, sul retro della chiesa di San Satiro, celebre per la finta abside del Bramante, circa ad altezza d’uomo è incastonata nel campanile la lapide di un servo romano. La scoprii su un testo di epigrafia latina di mio padre. Le lapidi antiche erano una forma di pubblicità, venivano poste ben in vista lungo le strade più trafficate e di solito ci si vantava di avere parenti illustri, o di aver ricoperto qualche carica importante, come se ora dicessi che mio cugino era assessore o che mio nonno fu cavaliere di Vittorio Veneto. Questo schiavo apparteneva alla classe sociale più infima dello Stato Romano, i servi erano considerati meri instrumenta vocalia, utensili dotati di voce e privi di qualsiasi diritto. Forse perché non poteva far altro, lui si vantò di sua moglie, una donna piena di virtù (coniugi benemerenti) con la quale visse senza mai uno screzio (cum qua vixit sine ulla macula). La lapide durante il riuso fu scorciata all’altezza del nome, per cui del suo autore non conosciamo il nome. In più lo smog la sta corrodendo e presto diventerà illeggibile. Ogni tanto passo di lì e depongo un fiore alla memoria di questo anonimo servo innamorato. Mi sento stupido come un fan di Moccia che mette il lucchetto a Ponte Milvio, ma continuo a farlo.

 Mio padre era un appassionato di storia romana. Da ragazzo vinse un concorso come miglior studente del classico in latino. A casa si dilettava con dei plastici delle grandi battaglie, e chissà perché le sue predilezioni, tranne qualche caso (Alesia, i Campi Catalaunici), andavano alle disfatte (Canne, Carre, la selva di Teutoburgo, Adrianopoli). Un avvincente resoconto di quest’ultima è appena stato pubblicato da Laterza, ed è opera di Alessandro Barbero, uno storico che vinse qualche anno fa inaspettatamente il Premio Strega con un romanzo storico ambientato durante le guerre napoleoniche. In 9 agosto 378, oltre alla celebre battaglia parla dell’inizio delle invasioni barbariche, dei rapporti fra Roma e i barbari, ed è istruttivo anche per il presente, in relazione alle immigrazioni dei clandestini che questa volta giungono dal sud, dal mare. Da mio padre non ho ereditato i tratti somatici ma ho preso l’abitudine di notare le somiglianze fisiognomiche delle persone con gli imperatori romani. Quello ha le labbra sottili e il mento piccolo come Tiberio, quell’altro il mascellone di Caracalla, quell’altro ancora le orecchie a sventola come Ottaviano Augusto. Quando chiesi a mia madre il perché del mio nome, disse che sia il mio che quello di mio fratello erano nomi romani che aveva scelto mio padre.

 Se riguardo l’album fotografico di famiglia mi accorgo che è sempre festa, le immagini ci ritraggono in vacanza o in gita domenicale, la quotidianità non è ritenuta degna di essere immortalata. Ecco perché mi piacciono tanto gli affreschi di Memmo di Filippuccio a San Gimignano, con quelle insolite scene di amore coniugale, e perché amo molto l’episodio tratto da Smoke, il film con Harvey Keitel e William Hurt, in cui il primo mostra al secondo l’album fotografico della propria tabaccheria, ritratta ogni giorno per vent’anni con la stessa angolatura. Il fascino delle infinite modulazioni di una medesima melodia, come negli standard jazzistici, e delle infinite sfumature del cielo in quelle foto… Poco prima di partire ho rivisto una videocassetta che ha mia sorella in cui sono stati riversati i super8 di quando eravamo bambini, quasi tutti sulle vacanze al mare. Le Eolie, in particolare, e poi la Sardegna. C’è mia madre ancora bella, più giovane di me ora, e mio padre con l’immancabile sigaretta. Io e i miei fratelli che giochiamo in acqua, rotolandoci sulle montagnole di soffice pomice a Lipari, o tuffandoci dagli scogli. Vicino all’Hotel Carasco ce n’era uno molto alto, sarà stato una decina di metri, che mi intimoriva. Già solo scalarlo e arrivarci era un problema. Fu nell’agosto del ’78, a 15 anni, dopo averlo rimirato a lungo, che trovai il coraggio di arrampicarmi e tuffarmi da quello sperone di roccia. Oggi penso che in quel momento attraversai il mio Rubicone esistenziale, quella fu la mia soglia di ingresso nell’età adulta. Non mi sono mai tuffato con eleganza e perizia acrobatica, come guardavo fare in questi giorni agli atleti delle olimpiadi, i miei erano banali tuffi di piedi, fatti per l’emozione di librarsi nel vuoto, di vincere la paura e la forza di gravità anche solo per un istante. Da qui nasce l’attrazione per il gesto disperato dei jumpers delle Torri gemelle, per il Saut dans le vide di Yves Klein (vedi foto) e per la pellicola The Bridge, in cui sono filmati i voli dei suicidi dal Golden Gate. Sono convinto che sia sbagliato omettere per falso pudore le modalità del suicidio di uno scrittore. Quando feci una ricerca sul tema mi accorsi che spesso su questo punto si taceva. Credo che per la cultura occidentale la morte sia pornografica. Per questo, non per pudore, si coprono i cadaveri in strada con un telo, e la morte volontaria è considerata la più oscena di tutte. Per uno scrittore non dire come lo fece significa fargli un torto, la forma per lui è fondamentale, il modo con cui scrive e perfino il modo con cui sceglie di farla finita sono espressioni della sua personalità. Mishima mise in scena un suicidio spettacolare e rituale perché voleva contestare l’abbandono delle tradizioni del suo paese; Antonia Pozzi scelse di terminare la sua esistenza nella immacolata neve decembrina di Chiaravalle per un anelito di purezza. Non può mai essere una scelta casuale, o meramente funzionale. Lo stile è l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa: mio padre usò una pistola, io, se mai accadrà, mi tufferò nel vuoto.

 

 

 

28 pensieri su “Frammenti di un discorso ambizioso

  1. Stefania Mola

    All’ambizione di questi bellissimi frammenti mi permetto di aggiungere un pizzico di ammirazione. Nonostante tutto, il noli me tangere nella scrittura e nella lettura è solo una sfida: una chiave sotto lo zerbino, non un muro [per fortuna].

    p.s. Ammettere le proprie debolezze è una pratica assai meno comune e diffusa del collezionarne. Forse è questo saut dans la vie che rende “speciali”. 😀

    Rispondi
  2. andrea ponso

    Davvero molto, molto bello. Mi spiace ma non riesco a dire altro, però mi sentivo in dovere di condividere questa mia sensazione: in queste parole traspare un senso di lucidità proprio delle cose opache, delle cose di tutti i giorni, di quel “ceto medio” che non è solo di tipo sociale, ma è anche uno spazio della letteratura, del pensiero ecc. e che spesso è appunto schiacciato dai vari e spesso del tutto inquadrati (e quindi innocui) salti sopra o sotto il codice. Complimenti, mi ha dato molto da pensare e da godere,

    andrea ponso

    Rispondi
  3. mimma

    L’ho letto tutto d’un fiato, come faccio sempre quando un testo mi prende. Ma lo rileggerò più lentamente per assaporare la tua prosa, semplice solo in apparenza, ma così densa e ricca di riferimenti artistici e punteggiata di profonde, fulminee immersioni nella esperienza interiore più intima. Mi viene in mente un cormorano che vola a pelo d’acqua e che ogni tanto si tuffa velocissimo per non farsi scappare la preda.

    Grazie, con ammirazione
    mimma

    Rispondi
  4. lucy

    e dopo noi si trova quest’uomo “speciale”…specialissimo, direi. anch’io tutto d’un fiato. sono in apnea.

    Rispondi
  5. franz krauspenhaar

    uno dei più bei testi di sergio che abbia letto finora. un gran bel ritorno dalle vacanze.

    profondo e godibile, a volte sarcastico e autoironico: questo, e naturalmente altro, é sergio.

    franz

    Rispondi
  6. fabrizio centofanti

    Sergio, te ne approfitti perchè siamo costretti a leggerti, visto che scrivi solo cose interessanti, cormorano che non sei altro (Mimma, per il copyright o copyleft ci accordiamo, magari).
    ma se pensi di suicidarti, ricordati della dissenteria del don.

    Rispondi
  7. stefanie golisch

    The woods are lovely, dark and deep
    But I have promises to keep,
    And miles to go before I sleep
    And miles to go before I sleep.

    Robert Frost

    Mi vengono in mente cose oscure, Sergio, come questi versi di Frost , i quadri di Bacon…

    Stefanie

    Rispondi
  8. Sabrina

    Come una lunga nuotata al largo, godendo del contatto con l’acqua, della precisione della bracciata, della terra che si allontana. E rabbrividendo di alcune correnti fredde. Grazie

    Rispondi
  9. sergiogarufi

    Grazie a voi per l’attenzione e i complimenti, entrambi troppo generosi. Quando provengono da persone che si stimano fanno doppiamente piacere. Poi volevo rassicurare Fabrizio che certi pensieri oscuri sono solo un esorcismo, scrivendoli me ne libero (anche se forse non è giusto scaricarli sugli altri). Infine a Franz, Fabrizio, Francesco, Andrea e Giocatore d’azzardo mando un forte abbraccio, mentre a Francesca, Sabrina, Stefanie, Gena, Lucy, Mimma e Stefania (l’ordine è puramente casuale) mi permetto di dare un bacio.

    Rispondi
  10. Bartolomeo Di Monaco

    Ciao, Sergio.
    Riferendomi a quanto riporti di Scarpa, ricordo quando nei tuoi pezzi comparivano certi paroloni (serendepico, prossemico, tassonomico, ucronico, assiologico, e così via). Mi piaci di più ora, che la tua scrittura si fa facendo più semplice. Mi pare di capire (ormai ti seguo da un bel po’) che sia un percorso che ti sei proposto di compiere. Se è così, ne sono felicissimo.

    Ti segnalo un errore di battitura, qui:

    “il contato fisico”

    Bart

    Rispondi
  11. sergiogarufi

    Ciao Bartolomeo, come hai bene intuito sto provando a sfrondare, spero di riuscirci. Il tuo apprezzamento mi fa molto piacere, e ti ringrazio pure per la segnalazione dell’errore, ne faccio sempre tanti. Un abbraccio

    Rispondi
  12. la funambola

    il fernando invita 🙂
    a “sentire tutto in tutte le maniere, vivere tutto da tutte le parti, essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo, realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante”
    io anche 🙂
    mica bau bau micio micio essere la stessa “cosa” in tutti i modi possibili

    sempre bravo
    bacio
    la fu

    Rispondi
  13. sparz

    non perdo una parola di quanto scrivi, Sergio: ripeterei il commento 13 di Sabrina. Pari pari. Un abbraccio.

    Rispondi
  14. Angie

    Il mio “speciale” non era riferito solo al testo che avevi scritto, ma all’averti conosciuto quando avevi vent’anni e ritrovarti adesso..
    Angela

    Rispondi
  15. gianni biondillo

    Sergio, putacaso ti butti avvertimi, ché porto la telecamera. Nel frattempo ci si può vedere prima per una birretta, no?

    (inutile commentare il pezzo, sarei noioso nei miei soliti complimenti)

    Rispondi
  16. sergiogarufi

    Angie, dove e quando ci siamo conosciuti di preciso, che sono curiosissimo? Ed è vero, a Lipari le spiaggie bianche non hanno più nulla di bianco, e lo scoglio è rimasto lì, sotto il Carasco.
    Gianni, non vale la pena riprendermi, se mi butto lo faccio di piedi (ma non mi butto, non mi butto mai nelle cose, figurati lì) 🙂 x il drink quando vuoi, e prima è meglio è.

    Rispondi
  17. lambertibocconi

    1) Come non c’è più la pomice a Lipari? Mi piaceva tanto…
    2) Caro Sergio, nessuno ti chiederà mai di non essere più biondo, ti dona!
    Ciao, magari vengo anch’io alla birretta.

    Rispondi
  18. Angie

    Lipari, la mia isola. Estate ’83. Amica comune Caterina (Turmalin).. e poi .. io tu e quello della renault 🙂

    Rispondi
  19. sergiogarufi

    Cara Angela, mi ricordo sì, il caschetto biondo più bello di Lipari. Quello della Renault non mi è mai piaciuto, e vinse lui purtroppo 🙂

    Cara Anna, la pomice la tolsero dalle spiaggie bianche, non so per quali ragioni, ma io è molti anni che non ci torno, ne saprà qualcosa di più Angie. La birretta con Gianni la combiniamo presto, magari anche con Franz e Francesca.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *