Anna Lauwaert, La via del drago

La via del drago – Anna Lauwaert – Cda & Vivalda Editori 2008 – Pagg. 354 – euro20,00.

Recensione di Alberto Pezzini

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Un storia umana, profondamente degli uomini. Anzi, di un uomo e di una donna. Soltanto. Perché soli.

Soli quando nasciamo, soli quando dobbiamo affrontare e risolvere le difficoltà della vita, soli quando soffriamo, soli quando capiamo quanto soffriamo, soli infine quando moriamo. Anche se circondati da tante persone. La montagna insegna a prendere coscienza della propria solitudine…La montagna è un grande implacabile maestro. La montagna, l’oceano, il deserto…

Un avvertimento:questo non è un libro di montagna. E’ il libro della montagna interiore, è il libro della sensibilità umana quando resta sola e non c’è più nulla da fare. E’ il libro di una pittrice, o di una musicista, o di una donna che ha saputo fare di un sogno una realtà concreta e veramente terrena.

Questa Anna strappa le consuetudini come se fossero fogli di carta da parati. Va a scalare da ragazza e con dei figli piccoli perché sente un richiamo fortissimo. Conosce Claude Barbier e se ne innamora. Ci lascia un ritratto in punta di dita e terribilmente vero di un uomo arcangelo e metà centauro. Uno dei più grandi arrampicatori del novecento, un uomo da roccia, un’anima appesa alle crode in maniera permanente, uno scalatore capace di raggiungere il paradiso passando per l’inferno di roccia. Il libro è scritto in italiano e contiene giochi di parole continui e volteggianti tra le pagine come foglie d’autunno. Barbier e la sua compagna Anna hanno elaborato un linguaggio del tutto composito dove le lingue conosciute vengono utilizzate per creare un metodo di comunicazione dannatamente straniante e bellissimo. Come la luce sulle Tre Cime di Lavaredo che scende sempre diversa, qui Bartezzaghi avrebbe avuto di che divertirsi. Claude Barbier ha impersonato un’anima alpinistica unica, solitaria, eclettica, coltissima e cosmopolita. Uomo in grado di parlare e leggere in numerose lingue, belga soltanto per nascita, nomade non soltanto linguistico ma di anima, infinito raccoglitore di libri di cui tappezzava il proprio minuscolo appartamento, mi ricorda un musicista. Mi ricorda Glenn Gould, quel pianista canadese geniale e bizzarro, umorale come una tempesta d’autunno ed in sintonia con sfere soprannaturali dove l’arte viaggia velocissima e solo un orecchio più veloce sa congelarla in attimi lunghissimi. Claude Barbier non è stato soltanto un alpinista vorace, è stato un’anima capace di mutare la concezione dell’alpinismo. La sua insofferenza per i chiodi, per tutto ciò che stava dentro certi limiti, e la sua sete di scalare in grande velocità, hanno rappresentato una notevole anticipazione sui tempi. L’unicità di Claude Barbier era la sua umanità e singolarità. Nel senso che si è trattato di una bella bestia non soltanto a livello fisico, ma soprattutto emotivo ed intellettuale. A differenza di molti alpinisti, Barbier è stato l’alpinista. Nato per scalare e soltanto per quello. La polemica sul fatto che abbia potuto essere considerato un mantenuto è una falsa cartina di tornasole. Nel senso che non se ne è mai fatto un cruccio. Era un uomo assolutamente da “famiglia” benestante. Cresciuto all’interno di un nucleo familiare dove la cultura era tutto, sviluppò con i genitori un rapporto a tratti formato da onde e a tratti da secche calme, calde e dove la dolcezza stava sotto la superficie. I vezzi familiari sono tanti. Dai viaggi, due volte all’anno, con i genitori dove i ruoli erano assai precisi e demarcati in maniera netta, all’amorevolezza con cui la madre gli comprava certi accessori come l’automobile nei confronti della quale sviluppò un amore assoluto. La sua fedele Ami 8 è ritratta in una fotografia del libro. Si tratta di una tendenza che forse ha della monomania, oppure di un vezzo intellettuale del tutto bizzarro, ma che la dice lunga sulla persona. Vi dicevo di Glenn Gould. Mi sembrano simili, non soltanto nelle stranezze, ma anche nella levatura intellettuale. Barbier ha avuto meno fortuna in vita chè la sua è durata molto di meno. La sua forza polemica, d’altro canto, non gli ha procurato moltissime simpatie. D’altro canto un uomo così, fatto di roccia, cultura e sensibilità che gira sempre su se stessa, non poteva che incontrare gradimento oppure odio. Nel libro sembra anche che Messner non l’abbia mai amato molto. Devo dire che il confronto non è generoso ma per alcuni aspetti la Lauwaert ci dice cose senz’altro vere. Barbier non avrebbe mai e poi mai accettato la spettacolarizzazione imposta da Messner alla montagna, anzi alla sua montagna. Non avrebbe mai accettato di bere dell’acqua purissima e lievissima per fare soldi. Non lo avrebbe fatto perché nella sua testa un concetto del genere avrebbe avuto un impatto tanto terribile come quello di un camion che schiacciasse la sua Ami 8. Messner risponde che lui deve anche vivere e far vivere, e ha la delicatezza di non aggiungere che lui non era un mantenuto. Basta ? Non saprei. Il confine può essere molto difficile anche perché fa da spartiacque tra due eccessi. Barbier avrebbe continuato a indossare la veste bianca della purezza, quella nivea pur odiando la neve, e Messner continuerà in un progetto commerciale che oggi con la montagna del Drago non c’entra più niente. E’ questo quello che Barbier non perdonò a Messner. Un’anticipata uccisione di quel Drago che lui stesso aveva denunciato. Un tradimento. Di qui una rabbia profonda mista a una vertigine costante dentro cui vivere. La dote più bella di Barbier fu una sete profonda di vita. Dalle lingue, ai libri, alle montagne, alle Dolomiti, agli amici, ai rifugi, ai giochi linguistici. Un intellettuale. No, un poeta. Un uomo solo. Un uomo che sarebbe morto molto presto. Lasciando una solitudine dietro di sé, delle canzoni, e delle sensazioni permanenti. Giorni fa ho incontrato una vecchia amica il cui papà mi aveva aiutato quando era ancora in vita. Mi diceva che erano passati dieci anni. E che molto, anzi tanto resta di chi se ne va prima di noi. E’ come se nelle persone restasse impressa una traccia di quello che siamo stati. Anna Lauwaert è ciò che resta di Claude Barbier. La via del Drago l’ha sempre percorsa con quest’uomo apparentemente sgraziato e così elegante quando arrampicava. Forse Anna ha amato troppo quest’uomo, di un amore senza un limite terreno e che capita soltanto poche volte. Ha conosciuto più da vicino Claude che i suoi genitori i quali impararono a conoscerlo anche da morto. Quando un attachè del Re del Belgio venne al funerale si creò un mezzo scompiglio. Questo perché certi uomini non hanno la capacità di schiudersi con i propri cari ma scelgono altre vie ed altre persone dove specchiarsi. Anche se la solitudine arriva come una polvere fredda e ostile sembra che resti soltanto qualche vecchia fotografia. I giorni dopo la morte di Claude Barbier furono freddi, come un autunno cinerino, terribile. I suoi libri vennero portati via da Anna, anche perché di montagna i suoi genitori non vollero più sentire nulla. E tutta la sua vita, dalla ricerca affannosa e calcolata dei libri, per esempio, alle corse sulle montagne, sembrò soltanto vana agitazione. La vita è vana agitazione, è un muoversi senza costrutto. Serve a qualcosa la vita di un alpinista coscienzioso o preferiamo un alpinista che faccia della magia il suo credo assoluto ? Forse né l’uno né l’altro, se non si vuole soffrire. Ma la sofferenza non sta scritta nei libri. Essi servono soltanto per ricordare e per dare piacere. Nessun libro possiede una scadenza.

Un pensiero su “Anna Lauwaert, La via del drago

  1. elio_c

    Messner ha compiuto un’impresa (quella di salire per primo sull’Everest senza bombole) di cui tutti riescono a comprendere il senso e la grandezza, contrariamente alla foia di effettuare una moltitudine di ascensioni consecutive in una gara di velocità che può essere compresa soltanto nei termini di una degenerazione mimetica che ha sempre caratterizzato l’alpinismo moderno, ma che si tenta di nascondere sotto pose “mistiche” assai poco convincenti. Quindi al semidio delineato da questa innamorata prefazione preferisco il Messner un po’ comico dell’acqua minerale, o quello che dopo aver scalato per primo tutti gli 8mila si rompe il piede sul muricciolo di casa, o quello che da candidato dei verdi ha la bella idea di fare il testimonial di una marca di doppiette.
    Perché andare in montagna è dannatamente divertente e non costituisce certo un sacrificio che uno va a compiere in nome dell’umanità.

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