di Mauro Baldrati
Giampaolo Pansa mi ricorda i cacciatori romagnoli degli anni Settanta, appassionati fino al limite del fanatismo, aggressivi e furiosi con chiunque si azzardava a mettere in dubbio che sparare ai pennuti e alle lepri fosse uno sport.
Il cacciatore Pansa ha scelto come terreno di attività l’editoria, i giornali, i libri. La sua riserva privata è una rubrica che esce ogni settimana sull’Espresso, il Bestiario. Da questa postazione bracca soprattutto gli esponenti dell’opposizione, che sono le sue prede preferite. I cacciatori romagnoli si dilettavano in varie specialità, il fagiano, la lepre, la starna; lui va a oppositori. Ha cacciato per anni nella riserva protetta della Resistenza, scrivendo libri che hanno suscitato le reazioni dell’Anpi, che ha scritto, in un documento: “L’aspetto più anacronistico di La grande bugia è che il suo autore sembra avere come riferimento una produzione storiografica ormai decisamente superata e forse da lui poco o per nulla conosciuta”. E lui, forse per una sorta di ritorno alle vecchie passioni, o per vendetta, ha definito l’Anpi “una piccola setta di fanatici che non conta niente.”
Ma la sua tecnica venatoria è da sempre rivolta verso gli esponenti della sinistra che fa capo a Rifondazione e ai Comunisti Italiani, da lui chiamata “sinistra regressita.” I romagnoli l’avrebbero definita “caccia a capannino”: a lungo ha preso di mira Bertinotti, chiamandolo “Il Parolaio rosso” o “Parolaio Giallo” o “Parolaio splendido splendente”, e Marco Rizzo, “Il Pelatone.” A questo proposito è istruttivo pescare a caso qua e là. Ecco un ritrattino esemplare del Parolaio Presidente splendido splendente (4 maggio 2006): “Un logorroico imbattibile. Un vanitoso. Un egocentrico. Un cultore del birignao, la sua specialità: quella dizione viziata dalle erre arrotate, che ci gratta il cervello in tutti i telegiornali. Un costruttore infaticabile di bastoni fra le ruote. Un superficiale incompetente.”
Recentemente la scomparsa della sinistra regressista dal Parlamento l’ha mandato in stato confusionale. Su chi puntare la doppietta? Quello straordinario laboratorio di insulti, invidie, scrittura violenta che è Il Bestiario sembrava sull’orlo del fallimento.
Ma oggi pare che il cacciatore sia in ripresa. Forse ha individuato nuova selvaggina, e l’entusiasmo traspare tra le righe della rinata rubrica.
Sull’ultimo numero dell’Espresso ha pubblicato un esercizio di tiro a volo col titolo, guarda un po’, Quei parolai pericolosi. Un ritorno allo sfarzo dei safari in grande stile?
Afferma che “le opposizioni” hanno questa mania di gridare al regime, e per fare questo “estraggono dagli armadi la vecchia mercanzia del pericolo autoritario.” E per sostenere questa sua tesi entra nella storia, ma alla sua maniera, alla maniera del cacciatore.
Dice che nel 1972, al XIII congresso del PCI, Berlinguer “si abbandonò a dietrologie senza senso”, cioè chiamò il partito a vigilare contro le provocazioni, e i pericoli di derive autoritarie. E “le sinistre, cocciutamente, continuarono a parlare di derive autoritarie. Gli Anni Settanta furono l’epoca del Golpe Ininterrotto, figlio di quella buonadonna della Trama Nera.”
E morta lì. Butta là una citazione fuori luogo del terrorismo brigatista e via. Che ricostruzione storica. Non fa parola, neanche un vago accenno, del tentativo di colpo di stato del generale De Lorenzo, capo del SIFAR, il cosiddetto “Piano Solo” del 1964, che ebbe anche l’appoggio di settori dell’Arma dei carabinieri; né della strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 (17 morti), né del tentativo di colpo di stato di Junio Valerio Borghese (il piano “Tora Tora”), e il piano di golpe della Rosa dei Venti, l’organizzazione fascista che nel 1973 progettava di fucilare parlamentari socialisti, comunisti, ed ex combattenti della Resistenza; né della strage di Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 (otto morti), né della strage dell’Italicus, il 4 agosto 1974 (12 morti, che avrebbero dovuto essere centinaia se la bomba fosse scoppiata in galleria); né del tentato golpe di Edgardo Sogno, che con l’ex ministro della Difesa Pacciardi aveva elaborato il “golpe bianco”, né della strage alla Stazione di Bologna, il 2 agosto 1980 (85 morti). Erano tempi terribili, segnati da trame nere minacciose, e il nostro paese ha pagato un pesantissimo tributo di sangue.
Ma lo storico-cacciatore non è interessato a questi dettagli noiosi. Non ha tempo da perdere con la ricerca. Il tutto gli serve per un unico scopo: riprendere gli appostamenti nel suo capannino, individuare nuovi bersagli: per esempio Antonio di Pietro, “Tonino”, “l’uomo più intervistato d’Italia”; sembra essere il nuovo parolaio pericoloso, l’uomo che “ha studiato la storia sui Bignami”, mentre lui, il cacciatore splendido splendente, di storia sì che se ne intende!
