Io odio, di Ivano Porpora

 

Io ti odio.

La misura del mio odio è proporzionale al dolore con cui sono stato messo al mondo, che è incommensurabile; e proporzionale al dolore che ho dato al mondo, che è altrettanto grande. Non è importante sapere della data in cui sono nato, né le sue circostanze. Questi mi appaiono come dettagli di infinitesimale importanza, benché li ricordi – benché abbia la facoltà di ricordare il mio primo vagito accompagnato dall’urlo di morte di colei che mi ha partorito. Ci sono poche cose importanti della mia biografia: a tratti mi pare di essere come quei personaggi che nei film fanno le comparse non parlanti. Posso essere stato la persona che ha chiesto qualcosa da bere prima che entrasse qualcuno, o quello che ha abbandonato la camera poco prima che ci entrasse qualcun altro. Ma tutto questo non importa.

Qualcuno ha detto che l’odio deriva dalla mancata conoscenza delle cose, o delle persone. Che, se si conoscessero sufficientemente le cose, o le persone, questo odio non potrebbe che degenerare in amore. E uso appunto questo verbo, ‘degenerare’, con la cognizione che mi è data delle parole terrene, e delle persone, e delle cose. Ho la fortuna, o il vanto, di poter conoscere alla perfezione il vocabolario e di potervi adattare con la massima precisione possibile qualsiasi concetto. E quindi la mia precisione diviene precisione con cognizione di causa.

Io odio te, e odio voi, perché vi conosco. Perché non potrei altrimenti, essendo io voi.

Io sono ognuno di voi, e sono stato ognuno di voi. Ho una tale, radicata conoscenza del tutto, motivata dal fatto che io sono tutto.

E’ passato il tempo in cui cercai giustificazione a quanto asserisco. Andavo dalle genti e le guardavo in faccia, persona dopo persona, e mi divertivo a stupirle raccontando loro particolari talmente profondi che dovevano spalare nei loro ricordi alla ricerca di un sì o un no a quanto stavo loro rivelando. Lo stesso potrei fare con voi.

Ad esempio. In questo momento tu stai leggendo tenendo questa rivista con la copertina piegata e grattandoti la testa con la mano libera. Ti rimangono scaglie sotto le unghie, unghie che hai smesso di mangiare da poco tempo.

Ad esempio. In questo momento una parte di te è intenta a leggere. Un’altra parte sta pensando a tuo padre. Gli hanno trovato un linfoma non-Hodgkin al timo. Ti stai chiedendo cosa significhi linfoma non-Hodgkin; se, quel non, è un qualcosa di positivo o di negativo se correlato alle parole che gli stanno ai lati. Come due avvoltoi appostati su rami vicini; ti chiedi se tuo padre potrà passarci in mezzo indenne.

Di esempi come questi ne ho a migliaia. Ne ho miliardi. Così come ho cercato di convincere due di voi, così dovrei fare con ogni altro; ci sarà sempre qualcuno che crederà di essere spettatore in un circo, e dirà sorridendo tra sé che quello chiamato tra il pubblico è un attore perfettamente a conoscenza del meccanismo circense.

Io porto voi con me ogni giorno. Sono ognuno di voi e sono ogni vostra conoscenza. Sono ogni persona e ogni cosa, e sono la conoscenza di questa persona o di questa cosa. Sono stato Caio Giulio Cesare e sono stato Bruto, e sono stato la coscienza di Bruto, la sera. Sono stato il vaso scagliato da Bruto, la sera, e il coccio pestato dal suo servitore. Sono stato il suo servitore, dal piede profondamente tagliato dal coccio, che non ha dormito per le successive sei notti se non per pochi, paurosi minuti. Sono stato – oserei dire sono tuttora – Paul Revere e sono stato – oserei dire sono tuttora – il meno noto William Owes. Sono stato Borges, e ho conosciuto la sua disperazione; sono stato le braccia che hanno sorretto Dorando Pietri, le pagine corrette da William Shakespeare, i bozzetti sconosciuti di Leonardo e di Gödel, il teorema risolto di Foucault. Sono stato morso da una serpe, sulle mura di Sana’a; sono stato inculato da un giudeo che credevo amico.

So come ci si sente ad avere la piena conoscenza del mondo perché io la sono, la piena conoscenza del mondo e delle cose e delle persone; e questa conoscenza piena del mondo, delle cose e delle persone non mi impedisce di essere solo.

Solo dal giorno in cui tradii.

Sono stato anche un apostolo, un tempo. Dio mi concesse questo, e mi punì per questa sua richiesta. Ho conosciuto Dio, e gli ho chiesto di esser parte del suo disegno, e Dio mi diede il compito che è stato il più difficile per tutti. Dio mi disse che avrebbe ratificato questo mio desiderio, ma avrei preferito essere la polvere sotto i calzari di Catilina piuttosto che assolvere al compito che mi venne ascritto.

Si dice che la scala del dolore umano sia enumerabile da zero a dieci, con il valore zero come totale assenza del dolore e dieci come il massimo dolore raggiungibile. Entrambi sono caratteri aleatori. Lo zero perché in realtà inesistente: ho provato il dolore che prova un sasso, quello di un’unghia, e nessuno di questi è paragonabile ad un dolore zero. In una scala così adattata il valore zero si accosta comunque a qualcosa che potrei paragonare alla sordità o al punto cieco di un occhio: un dolore che non voglia esser visto o che, per sue caratteristiche intrinseche, non possa esser visto.

Lo stesso discorso vale per il valore dieci. C’è chi lo indica per il parto podalico, chi per le ustioni di tutto spessore, chi per antiche torture mongole. Io ho provato tutti e tre, e altissime si sono levate le mie grida ad infuocare le volte celesti o a rimbombare in oscure segrete; sono certo che nessuno di essi si avvicini lontanamente al dolore massimo, insostenibile. Esso consiste in una missione che prevarichi le proprie capacità e nella consapevolezza che il raggiungerla non potrà che esserti di male.

Avete capito quale apostolo fui. Non Natanaele di Cana, che Gesù vide sotto il fico, né Matteo il pubblicano, detto Levi, né Simone il Cananeo. Voglio dire: fui anche loro, così come fui anche Simon Pietro, sul cui ricordo si erge la Chiesa di Roma; ma da quando mi fu assegnato il ruolo di Giuda ho sempre sentito quelle come indicazioni corrive e questa come la mia missione. Ricordo lo sguardo che mi fu dato da Gesù, la notte che tradii la sua parola tre volte, ma ricordo soprattutto lo sguardo che in quanto Iscariota non mi rivolse.

Simon Pietro, figlio di Giona, ebbe una sorte migliore della mia. Simon Pietro si addormentò quando Egli gli chiese di vegliare, si rifiutò di farsi nettare i piedi, ferì Malco cercando di tradire ancora il destino del suo Signore. Eppure, nell’istante in cui il gallo cantò il suo terzo richiamo, in una stanza accanto al cortile in cui Egli veniva processato si volse, e Lo vide. Io no. Io lo vidi prima, non poi, e questa assenza mi traversò il cuore come Lucifero che tradì Iddio e cadde agli Inferi senza tornare indietro.

La tua missione, mi disse un angelo in sogno, è di portare la conoscenza del Signore ad un grado superiore. Verrà il Figlio dell’Uomo, mi disse, e tu ne sarai spettatore e portatore della Parola.

Io mi illusi, nel Cristo. Credetti che avrebbe portato un Nuovo Tempo Romano. Credevo che dalla Palestina le sue parole di rivoluzione avrebbero creato una scia di risonanza nell’Egitto, e da lì nelle terre libiche, e da lì nelle terre che avevano combattuto Roma e nelle terre che erano Roma. Una consonanza come del diapason che avrebbe creato una nuova armonia nel potere terreno. Credetti anche quando mi si chiese di immolarmi e di immolarlo, nuovo Abramo di fronte al figlio Isacco. Solo che quella sera, mentre un refolo di vento mi portava sul Golgota, io non sentii la mano di Dio che mi fermava; sentii solo un dolore, un dolore lancinante, nel momento in cui lo baciai e Lui, che sapeva, mi baciò. Il peso dei sicli mi trascinò a terra a mordere la polvere, come un cane epilettico sotto il Sole infuocato di Betsaida; eppure non mi guardò.

François de la Rochefoucauld ha asserito che nulla è così sopportabile come il dolore degli altri.

Lo so perché Rochefoucauld fui io. E so che questa è una delle maggiori empietà che siano mai state pronunciate da uomo.

Perché quel suo dolore sono duemila anni che me lo porto in grembo, e non c’è stato parto podalico per estrarlo da lì e farlo sortire tra grida lancinanti a nuova vita. Non c’è stato rapporto sessuale, confessione, record mondiale, battaglia o duello vinto, libro scritto, lettera consegnata che me l’abbia attenuato.

Quel suo dolore sono duemila anni che me lo covo in corpo.

E per questo io ti odio.

7 pensieri su “Io odio, di Ivano Porpora

  1. Carla

    ‘Io odio te, e odio voi, perché vi conosco. Perché non potrei altrimenti, essendo io voi.’

    omessa questa frase, che non esiste in quanto tu non potrai mai conoscere me, per esempio,
    io posso solo dirti che:
    chi odia in questo modo, ama spietatamente.

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  2. Massimo

    Una correzione: Levi è detto Matteo, non Matteo detto Levi.

    Non mi piaciuta la frase “Ho conosciuto Dio, e gli ho chiesto di esser parte del suo disegno, e Dio mi diede il compito che è stato il più difficile per tutti.”

    Sembra quasi che Giuda sia stato predestinato al tradimento main eraltà non è così perchè Giuda ha potuto scegliere.

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  3. Ivano Porpora

    Carla: concordo sul fatto che chi odia così ama spietatamente. E’ anche una bella frase.
    Massimo: credo tu abbia ragione. Levi detto Matteo. Correggerò: negli intenti questo è uno dei racconti di una raccolta sui personaggi della Bibbia (principalmente i dodici).

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  4. robertorossitesta

    “come Lucifero che tradì Iddio e cadde agli Inferi senza tornare indietro”

    E’ quel “senza tornare indietro” che è importante. Chi vive una determinata condizione non sa/non può/non vuole tornare indietro. Nessuna voce lo richiama indietro, oppure non la sente.
    L’odio appare come una droga esaltante, mentre è un veleno che consuma. Non che le due cose siano in contraddizione.
    Il risultato comunque è che non odiare è difficile.
    Conosco bene tutto questo.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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