Finalmente un Nobel coraggioso: premiato Le Clézio, lo sperimentatore
di Ade Zeno
Tanto prolifico e poliedrico quanto schivo e poco affezionato alle ribalte mediatiche in cui spesso e volentieri amano confondersi i grandi nomi della cultura, Jean-Marie Gustave Le Clézio, dopo un lunghissimo e complesso percorso artistico in cui è riuscito a produrre una quantità impressionante di opere indimenticabili, ha finalmente vinto il Nobel. Nato a Nizza il 13 aprile 1940 da una famiglia bretone, e trasferitosi, dopo la laurea, negli Stati Uniti, Le Clézio inizia a scrivere giovanissimo, e a soliventitré anni pubblica presso Gallimard la sua prima opera: Le procès verbal (riproposto recentemente in Italia, con il titolo Il verbale dalla coraggiosa e minuscola casa editrice: due punti), romanzo impegnativo e schizofrenico germinato in pieno periodo nouveau roman,che, oltre che a vincere il prestigioso Prix Renaudot e a comparire nella rosa del Gouncourt, gli valse subito l’ammirazione di Michel Foucault e Gilles Deleuze, affiliandolo idealmente ad altri illustri, irregolari ribelli come George Perec e Michel Butor, con i quali condivise, almeno nella prima fase della sua ricerca, la spinta verso l’esplorazione di nuove possibilità per affondare nelle ragnatele del linguaggio, della scrittura, cercando di descrivere la realtà con gli occhi di un osservatore affezionato al dettaglio, alla scarnificazione degli oggetti, un osservatore di cui Adam Pollo – protagonista appunto del Verbale – rappresentava la simbolica personificazione, colto in tutta la sua ossessiva empatia verso un mondo estraneo, inquinato, irrimediabilmente ucciso dalle convenzioni sociali. Un mondo, quello in cui si ritrovava allora ( e suo malgrado) lo scrittore francese, in cui pareva impossibile non sentirsi stranieri, nemici, in definitiva svincolati da qualsiasi legame con radici inestirpabili. Ed è proprio a questo sentimento di sradicatezza che si aggrappa la poetica raminga di Le Clézio, al suo percepirsi come oggetto alieno senza fissa dimora, condizione certo alimentata dai continui viaggi, dalle interminabili peregrinazioni, dai mutevoli e disordinati passaggi in cui il suo corpo e la sua fantasia hanno sempre voluto disperdersi spingendosi anche in zone geografiche sperdute, insolite, distanti anni luce dai confusi bagliori delle grandi metropoli e delle strade affollate di gente. A testimonianza di ciò, alcuni dei suoi più bei titoli usciti a partire dalla fine degli anni Settanta (quelli, per inciso, che lo offrirono al grande pubblico, svincolandolo lentamente dall’etichetta di scrittore difficile, destinato a pochi eletti ), libri in cui si attenua la matrice cervellotica e sperimentale per avvicinare, al contrario, toni più sereni, riflessivi, prossimi ai temi dell’infanzia, della favola e soprattutto del confronto con culture diverse dalla nostra come per esempio Vers les iceberg, Voyage au pays del arbres, Onitsha, o i davvero celebri Etoile errant e Diego e Frida, questi ultimi tradotti anche da noi rispettivamente per Il Saggiatore (Stella errante, 2000) e Net (Diego e Frida, 2004). L’ultima traduzione approdata ai lidi italici risale proprio a qualche mese fa, quando la piccola editrice Instar ha dato alle stampe Il continente invisibile, libro ibrido, a metà strada fra il saggio e il diario, che mette da parte le ispirazioni psicotiche di un tempo per affidarsi alla descrizione-indagine di un paradiso concreto (l’Oceania) dipinto sullo scheletro di arcipelaghi popolati da civiltà che hanno conosciuto le perfidie dei coloni invasori e le umiliazioni causate da chi (l’Occidente, noi), nei secoli, ha cercato di sopprimere libertà e tradizioni millenarie di una terra e dei suoi figli. Opera che non ha niente a che vedere con i rigori scientifici di un’indagine etnografica, ma che riesce tuttavia a sedurre grazie alla sua incondizionata capacità di ascolto, alla sua abilità nel restituirci – attraverso gli appunti solcati su un taccuino minimo – leggende popolari, miti, ritualità primitive, insomma residui di un passato che malgrado la sua precarietà può ancora trovare la forza per opporsi alle tensioni globalizzanti che lo assediano. Defilato e renitente, il neo-Nobel, è famoso per una certa ostinata avversione a concedere interviste, a dividere la propria onestà intellettuale con i media, coerente fino in fondo, insomma, a una proterva linea di distacco. Speriamo solo che quel volto elegante, bello e affilato che ora ci osserva cupamente smarrito dall’altra parte di uno schermo in cui – grazie alle nuove e inaspettate notizie di Stoccolma – torna a comparire possa servire a svegliare i nostri Grandi Editori dai consueti ottusi oblii, invitandoli a proporci i tanti, tantissimi titoli ancora non tradotti qui, malgrado la loro fortunata, abissale e sconfinante bellezza.
Pubblicato su Liberazione, 10 ottobre 2008
di Marco Dotti
Partiamo dal presupposto che assieme a quello per la pace, il premio Nobel per la letteratura è forse la più contestabile – dati alla mano – fra le onorificenze che comitati parlamentari e Accademia Reale di Svezia, con improrogabile puntualità, conferiscono ogni anno a scienziati, medici, ricercatori, letterati. Difficile, però, nel caso del premio attribuito ieri dalla Svenska Akademien allo scrittore francese Jean-Marie Gustave Le Clézio, limitarsi a registrare le due righe di motivazioni addotte dal comitato. Definito autore di «avventure poetiche», di «nuove partenze», di «estasi sensoriali», e soprattutto «esploratore di un’umanità che sta al di là e al di sotto dell’avvento della civilizzazione», Jean-Marie Gustave Le Clézio (che da sempre sigla i suoi libri con le sole iniziali del nome) è soprattutto un «écrivain aux yeux bleus», uno scrittore fotogenico e al tempo stesso appartato, un diplomatico amante dei begli orizzonti e dei paesaggi mozzafiato, qualità che non bastano ad ascriverlo alla lista cui appartengono Paul Morand o Saint-John Perse ai quali, incautamente, è stato accostato.
Certo, Le Clézio non è un assiduo frequentatore di talk show, è invece un discreto e sognante indagatore dell’esotismo e dell’universo del mito, ma questo non basta a trasformarlo di colpo in ciò che non è: la sua critica dei processi di globalizzazione essendo soft e un po’ troppo generica. Anche se è vero che il meglio di sé Le Clézio lo ha dato proprio in questo campo, con un genere misto fra autobiografia e automitologia che negli ultimi anni – dopo un promettentissimo esordio con Le proces-verbal purtroppo non sempre seguito da altri romanzi alla stessa altezza – lo ha rilanciato agli occhi dei lettori non francesi, in lavori come Il sogno messicano o il pensiero interrotto (traduzione di Elena Baggi Regard, Mondadori, 1993), L’Africano (Instar libri, 2007) e, soprattutto, Il continente invisibile (tradotto, come il precedente, a cura di Maurizia Balmelli, Instar libri, 2008). Basta per un Nobel? Evidentemente agli accademici di Svezia basta, mentre a noi rimane una domanda sul perché, giusto per rimanere in ambito francofono, il premio non lo abbiano dato, per esempio, al ben più meritevole Michel Tournier. Fatto sta che scomparsi Julien Graq, l’«ultimo dei classici», Alain Robbe-Grillet, che quanto meno era uno scrittore originale, e Aimé Césaire, uno che la nozione stessa di esotismo l’aveva fatta a pezzi, e avendo scelto per ragioni di equilibrio geoletterario di conferire il Nobel a un francese, i giurati si sono forse trovati senza assi tra le mani. E hanno fatto una scelta al ribasso: perché Le Clézio è senz’altro un bravo autore, ma senza picchi di eccellenza. Le sue qualità sono una certa costanza tematica, la propensione per grandi soggetti – come la morte, la «visione» l’ «estasi» o gli elementi naturali – e una certa capacità di perseguire fini tutti suoi, muovendosi in contro tendenza rispetto alle mode e alle trame del mondo delle «belles lettres».
Un po’ di biografia
Nato il 13 aprile del 1940, a Nizza, da una famiglia bretone emigrata due secoli prima nell’isola Mauritius, con i suoi numerosissimi libri Le Clézio avrebbe contribuito a promuovere – dice tra l’altro la motivazione del Nobel – una non comune riflessione sul tema del viaggio, del confronto e dell’incontro fra popoli e civiltà, favorendo in sostanza la presa di coscienza e l’interesse per la causa delle popolazioni in via di scomparsa. Troppa retorica e troppo politically correct per un autore a sua volta fin troppo prolifico e in certi casi, specie nel ventennio ’70-’90, non meno retorico. Definito a più riprese «esagerato», Le Clézio negli anni ’60 aveva comunque dato buona prova di sé con saggi – poco letti e mai ristampati in Italia – come L’extase matérielle; ma soprattutto con Le procès-verbal, il suo primo e forse, a tutt’oggi, più interessante romanzo edito nel 1963 da Gallimard, tradotto due anni dopo nella collana «La ricerca letteraria» di Einaudi e di recente meritoriamente riproposto dalle edizioni :duepunti di Palermo. «Ho due ambizioni segrete», scriveva l’allora ventitreenne Le Clézio, ancora in vena di sperimentazioni linguistiche, ma presto sedotto come tutti i suoi compagni di viaggio – da Sollers a Pleynet – dal ritorno alle convenzioni, alle belle storie, rassicuranti e lineari, in una parola al «plaisir du texte». Delle due sue segrete ambizioni la prima era «arrivare a scrivere un romanzo che abbia il potere di riversarmi addosso una valanga di lettere anonime e oltraggiose, se il protagonista muore all’ultimo capitolo, o è colpito dal morbo di Parkinson». Quanto all’altra, Le Clézio la taceva non senza avere avvertito tutti che in futuro, forse, sarebbe riuscito «a portare a compimento un romanzo veramente effettuale», un «romanzo attivo» che «faccia leva non già sui gusti veristici del pubblico, ma sulla sua reattività sentimentale». Pur evocando «enormi spazi vergini da esplorare, immense regioni ghiacciate fra autore e lettore» su cui far leva, l’ambizione dell’autore è andata quanto meno scemando dai primi anni ’70 a oggi, quando la sua narrativa ha subito una vera e propria svolta, segno di un non meno vero e non meno materiale disimpegno. Orizzonti perduti a parte, Il verbale (:duepunti, traduzione di Silvia Baroni e Francesca Belviso, pp. 320, euro 12) rimane un libro fresco, originale e in qualche modo ancora difficile da etichettare. Assieme a Estasi e materia, uscito da Rizzoli nel ’69 che si spera presto ristampato, e ai racconti de La Fièvre, è fra i pochi libri di Le Clézio che meritino senz’altro di essere letti.
Nel Verbale, che gli valse il Prix Renaudot, lo scrittore metteva in gioco un attualissimo universo legato agli scenari urbani dell’alienazione (il protagonista, Adam Pollo, è soggetto a continue trasformazioni, fatto che lo rende uno dei tanti esangui epigoni di Gregor Samsa della tarda modernità) della psicopatologia, del crimine e di una certa sfiducia nei confronti della parola e dei poteri quasi «taumaturgici» della comunicazione (propri anche del suo tardo «lirismo etico»). E in questo romanzo – ma non solo – Le Clézio aveva lavorato anche con segni paralinguistici, con schemi tratti dalle tabelle per i sordomuti, dall’alfabeto Morse, con ritagli dai giornali, come su un tecnigrafo da geometra paziente, intento a smontare le dinamiche di una città sempre più disumana. Il tutto con una meticolosa attenzione per il dettaglio deformante, psicologico o fisico, dei personaggi. Ma questo avveniva prima della frattura o della «apertura» – come l’autore preferisce chiamarla – determinata dalla stagione dei «viaggi», quella evidentemente più amata dai giurati svedesi, che sembrano trascurare, invece, opere come Terra amata o Le déluge, precedenti il ’70.
Assiduo lettore di Lautréamont, al quale ha dedicato alcuni saggi, in un’intervista rilasciata nell’aprile del ’78 a «Lire», Le Clézio notava di avere avvertito, in tutti i suoi libri pubblicati fino a La Guerre e Les Géants, ossia fino al 1970-73, «la necessità di descrivere il mondo della città, il mondo meccanico, l’aggressione del linguaggio e quella delle forme… Ora ho come l’impressione di essermene in parte liberato, ma proprio perché ne ho scritto. Ecco perché ho la sensazione che non si tratti proprio di una frattura». Tuttavia, a dispetto del numero di libri – sfornati quasi uno l’anno – e delle migliori intenzioni di critici, giurati e lettori, per una volta le ambizioni frustrate sembrano essere valse di più di quelle «premiate». E forse il tempo renderà loro ragione.
Pubblicato su Il Manifesto, 10 ottobre 2008


Nel romanzo L’africano ( pubblicato in Italia da instar libri nel 2004), J.M.G. Le Clézio si dice “appartenuto al silenzio, confuso con tutto ciò che non si esprime e nascosto dai nomi e dai corpi degli altri”. Attribuendogli il premio Nobel di letteratura 2008, l’Accademia svedese ha in qualche modo risposto e salutato uno “scrittore della rottura, dell’avventura poetica e dell’estasi sensuale, l’esploratore dell’umanità al di là e al di fuori della civilizzazione imperante.”
Il romanziere francese – ma anche d’altrove – si recherà il 10 dicembre a Stoccolma per ricevere uno chèque di dieci milioni di corone svedesi ( 1,02 milione di euro).
Naturalmente non si tratta soltanto dell’emergenza di un caso personale e di una meritata “rivincita”. Durante una conferenza stampa nei locali delle edizioni Gallimard, lo scrittore ha espresso, ancora una volta, la sua fede nella letteratura: “Continuare a leggere dei romanzi, è un buon modo d’interrogare il mondo attuale, senza avere risposte troppo schematiche. Lo scrittore non è un filosofo, né un tecnico della parola, ma qualcuno che scrive e che pone delle questioni.”
Jean-Marie Gustave Le Clézio nasce a Nizza nel 1940, da una madre delle isole Mauritius e un padre britannico che lo porta in Nigeria e in Cameroun – esperienza evocata nell’Africano . In viaggio da sempre, J.M.G. Le Clézio, come firma i suoi libri, non può che essere portatore di questioni di “rottura”, profondamente radicate al cuore del suo pensiero, delle sue emozioni e del suo sentimento, insomma della sua vita intima. Di una intimità “nomade” fin dalla prima infanzia, mai esposta direttamente e della quale peraltro lo scrittore non fa mostra – preferendo volgerla verso un fuori impossibile: “J’ai toujours cru que la littérature c’était comme la mer, ou plutôt comme le vol d’un oiseau au-dessus de la mer, glissant très près des vagues, passant devant le soleil”, scriveva nel 1985.
Forse perché sapere che al mondo, nonostante la durezza dei rapporti sociali, esiste la poesia, e volare sul mare della significazione, fare il surf su cavalloni immensi e passare davanti al sole dovrà loro essere sembrato troppo limpido, i colleghi letterati del piccolo milieu parigino & de-costruzionista hanno ironizzato sull “ utopiste Le Clézio”. E il nostro Pietro Citati, il saggista che favoleggia di un mondo infinito, sublime e mortifero, lo accusa di essere “uno scrittore molto mediocre” (“ Non si capisce perché gli accademici di Stoccolma debbano giudicare ‘provinciali’ dei grandi scrittore americani e poi premiare uno scrittore come Le Clézio che aveva cominciato bene ma che poi ha continuato mediocremente”, ha commentato il principe dei critici italiani, schiumando rabbia e bollando l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura come “una scelta del tutto infelice”).
Non pochi colleghi letterati forse consideravano J.M.G. Le Clézio un semplicione, se non un po’ naif. Specialmente quando, opponendosi al degrado nostro e della natura, lo “scrittore filubistiere” difendeva le tribù fagocitate dalla civilizzazione in corso e le nobili balene minacciate di sterminio, insieme al mare e all’immensità di una coscienza che oggi sembra che nessuno abiti più ; oppure, quando nel 1979, in L’Inconnu sur la terre, con un tono lirico che non sempre, anzi raramente, egli si autorizza nelle sue pagine, affermava:”Je veux écrire pour la beauté du monde, pour la pureté du langage. (…) Je veux écrire pour être du côté des animaux et des enfants, du côté de ceux qui voient le monde tel qu’il est, qui connaissent toute sa beauté…”.
Non ci può che rallegrare del riconoscimento tributato al discreto, cancellato, anti-mondano, inaudibile JMG Le Clézio : uno dei pochi narratori veri, uno scrittore per il quale l’altrove non mette sul cammino di una perdita di sé ( magari per finire, con Cèline, nel solito “mare di pus”).
Mentre il mondo, anche nella civiltà letterata, si predispone allo sfogo dalla barbarie incombente, forse per gran senso di noia o di sazietà, non pochi letterati ( come per esempio M. Houellebecq, Bernard-Henri Levy, o un certo Mancuso del quotidiano “il Foglio” ) fanno storie per questo Nobel e quasi si torcono per restare a galla.
Meglio tornare sulla terra e il corpo in cui siamo nati. E rileggere L’africano da così lontano, vedere più da vicino il mondo attraverso gli occhi di Le Clézio: “Guarderò la febbre salire nel cielo del crepuscolo, i lampi rincorrersi silenziosi tra le scaglie grigie delle nuvole aureolate di fuoco. A notte fonda ascolterò i passi del tuono, sempre più vicini, il vento che fa oscillare la mia amaca e soffia sulla fiamma della lampada. Ascolterò la voce di mia madre che conta i secondi dallo schianto del fulmine e ne calcola la distanza moltiplicandoli per trecentotrentatré. E poi il vento della pioggia, gelido, che investe la cima degli alberi con tutta la sua forza, sentirò ogni singolo ramo gemere e scricchiolare, l’aria della stanza riempirsi della polvere sollevata dall’acqua nell’urto con la terra”.
Insomma ecco un altrove che ha il coraggio di essere tenero, febbricitante e vero, che non è il nouveau roman, l’estenuante e vacuo gioco degli sperimentalismi intraverbali o la dèrive ( questa idiozia! ); e neanche il mondo di Pietro Citati ( “un mondo stellare dove non esiste colpa, non esiste sesso, non esiste storia, esiste solo una beatitudine infinita”) .
L’infinito? Sì, và, citrullo! Nel 2003, in Révolutions, lo scrittore ci consegna un altro desiderio: “Etre à la fois ici et ailleurs, appartenir à plusieurs histoires.” Appartenere a molte storie, non per fare dell’esotismo, ma per ritrovare – attraverso un lavoro solitario e immenso – il grande abbraccio della vita oltre il foglio bianco: in quel “là fuori” della scrittura che per l’autore, tra l’ altro, dell’ Extase materielle e di Voyages de l’autre côté resta quell’ “innumerevole esistere” e quell’ “essere vivente” di cui la letteratura non cessa di ricostruire la traccia, ponendo questioni di “rottura” ogni volta inattese e sorprendenti.
Chi vive ? Forse è la vivida fluttuazione delle sensibili parole febbricitanti e ferite di Le Clézio, l’altezza delle sue piccole estasi terrestri e l’ampiezza dell’irriducibile speranza in una letteratura aperta al mondo, ai tanti mondi possibili, o anche impossibili, e agli altri viventi, anch’essi feriti, che il Nobel di letteratura ha voluto onorare.
grazie per questa difesa appassionata, Gianni.
certo è che lC riesce a suscitare reazioni diametralmente opposte.
Le Clezio è un genio assoluto! Il più grande Nobel da 20 anni a questa parte. L’ho letto in francese da anni, complimenti!
Ciao,
Ren.
@ Gianni
Mi hai fatto venir voglia di leggerlo. Bene, grazie.
un saluto a Nadia e Renato (che mi sembra di conoscere:-).
lo conosco io, valanga è un ex campione di vela prestato alla letteratura. me lo ha presentato marino magliani a maggio, a imperia.
Bello il suo “Altrove”che e’ espressione di liberta’ dell’Uomo.
si intanto il suo primo scritto “la Fièvre” resta intradotto in italiano… cercatemi, lo offro alla letteratura!