Lettere a nessuno, di Antonio Moresco

di Ade Zeno

Sono trascorsi dodici anni da quando uscì la prima edizione di Lettere a nessuno“, libro unico e paradossale che già ai tempi provocò reazioni contrastanti. In alcuni casi perfino violente, confermando per la terza volta consecutiva (dopo i racconti di “Clandestinità” e lo splendido romanzo breve “La cipolla”) la natura anomala e combattiva di uno scrittore che ancora oggi fa discutere.

Accende dibattiti, si presenta al cospetto del mondo letterario come una forza governata dall’inarrestabile desiderio di creare lacerazioni, diluvi, soprattutto di porre e porsi interrogativi scomodi. Confuse fra riflessioni, appunti disordinati, schemi per ipotetiche narrazioni, le lettere mai inviate (o meglio: inviate a interlocutori spettrali, ciechi e muti) si fermavano allora al 1991 – dunque a due anni dall’esordio di Clandestinità – chiudendosi con l’immagine rubata a un sogno in cui Moresco immaginava una futuribile pagina di diario, datata 31 dicembre 1999, su cui profeticamente scrivere: «Sono stanco, ora vado a dormire. Mi sveglierò in un altro millennio».
Ed è da lì, da quello stesso funambolico germe onirico, che riprende a correre la seconda parte del viaggio (e di questa nuova, sorprendente, riedizione) ancora in bilico tra i margini dilatati della visione e le bassezze di una realtà in continuo mutamento, in perpetuo conflitto, viaggio che si lega ai cordoni ombelicali del passato e strada facendo fagocita tutto, riflette sulla propria essenza, di tanto in tanto si morde la coda.
Oggi come allora sarà facile avvicinarsi a queste sconfinatissime lettere pensandole come testimonianza di un mondo (quello dell’editoria, della cosiddetta cultura alta) visto con gli occhi di chi ne conosce bene regole e protagonisti, e dentro il quale è costretto a dibattersi e scalciare non senza correre il rischio di incappare in mirabolanti sconfitte e dolorosi crocevia. Eppure, forse, limitarsi a considerare la dimensione del dato per così dire storico-sociale può dimostrarsi un parziale fraintendimento, e valutare Lettere a nessuno soltanto come baluardo di una letteratura che vuole smascherare pettegolezzi e intrighi di corte rischia di far deviare in sordina un aspetto ben più decisivo, ovvero il loro essere soprattutto segno indelebile del complesso progetto artistico di un grande scrittore europeo e del suo strabordante, bulimico immaginario.
Vale la pena, quindi, soffermarsi proprio su questo lato della medaglia, e rintracciare nel diluvio moreschiano i tanti solchi scavati attorno ai quesiti sul senso dello scrivere, sul significato da attribuire ai furori grafomani, sulla necessità, insomma, di costruire mondi possibili e di codificarli in parole.
Ci tornano così in mente due particolari punti del libro. Il primo riguarda l’incontro tra Moresco e il suo collega americano William Vollmann. I due non si conoscono, le loro strade si incrociano durante un festival in cui sono chiamati a confrontarsi sul ruolo dell’esperienza nell’attività di scrittori. Vollmann sostiene che uno scrittore deve conoscere e sperimentare a fondo ogni cosa prima di trasformarla in narrazione.
E’ una disputa antica, la querelle per eccellenza su cui chiunque abbia una qualche dimestichezza con i magmi creativi si è certamente posto abissali dilemmi. Nelle pagine che seguono Moresco ci offre la sua lettura del problema, una risposta che probabilmente riesce da sola a svelare il fulcro di ogni suo tuffo nel corpo narrativo: la letteratura non è solo una registrazione, un drenaggio chimico di qualcosa di esistente. Se si limitasse a questo, sostiene Moresco, allora sarebbe unicamente un contenitore in cui tutto va a finire a catalogarsi diligentemente, e i libri sarebbero necropoli in cui seppellire brandelli di vita. Invece capita (può capitare) che nel mezzo accada qualcos’altro, qualcosa che trasforma la letteratura in un luogo propulsivo in cui tutto comincia, che insomma scrivere non significa trascrivere, ma dare un nome alle cose.
Il mondo è un sarcofago che racchiude infiniti sogni ancora da scoprire, sogni nascosti nei gesti e nei movimenti delle creature che lo abitano misteriosamente, e che convivono fra loro spesso senza nemmeno sfiorarsi. Può capitare dunque che anche la danza autistica di un piccione incontrato ai margini di un marciapiede diventi punto di partenza per individuare una breccia da spalancare, una zona critica in cui il linguaggio del mondo e quello degli uomini si fondono insieme.
E’ questo il secondo punto del libro a cui ci riferivamo prima, le poche righe in cui viene descritto il colombo al cospetto di un compagno morto che giace a pochi centimetri da lui circondato dal continuo viavai di persone. Tra l’indifferenza generale l’animale becca nel vuoto, china la testa su e giù in moto perpetuo, elabora il suo rito funebre e lo consegna al suo amico, agli dei, a noi. Ecco, uno stupido, fastidioso e sporco paria della Terra è diventato improvvisamente segno religioso: dimenticato per sempre sull’asfalto, ha ripreso vita in un mazzetto di parole che qualcuno, oggi e domani, potrà decidere di non dimenticare, mai.

Lettere a nessuno
Antonio Moresco
Einaudi Stile Libero
pp. 728, euro 22

Pubblicato si Liberazione (Queer), 12-13 ottobre 2008

13 pensieri su “Lettere a nessuno, di Antonio Moresco

  1. Alessandro Ansuini

    boh, quando leggo le descrizioni dei libri di moresco mi entusiasmo, sembrano davvero interessanti, e infatti presi i canti del chaos, o meglio, me li regalarano, comunque, profondissima fu la mia delusione, cioè, da un libro con un titolo così mi aspettavo una scrittura diversa, e invece mi sono fatto due palle così. proverò con queste lettere a nessuno, vediamo un po’.

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  2. Giorgio

    Io invece ho letto queste “Lettere a nessuno” nella prima edizione, e lo ritengo una delle opere migliori di Moresco e uno dei libri migliori scritti sul 68 e gli anni 70.

    Sono curioso di questa nuova edizione, che si presenta accresciuta di nuove “lettere”.

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  3. Massimo Maugeri

    Caro Fabrizio,
    grazie per aver pubblicato questo post.
    Confesso di non aver ancora letto “Lettere a nessuno”, ma l’articolo della Zeno è molto stimolante.
    Credo che rimedierò presto.
    Massimo

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  4. andrea ponso

    Sto leggendo questo libro e lo trovo davvero esplosivo, soprattutto, come giustamente viene spiegato nell’articolo, perchè rappresenta bene lo stato cadaverico e museale di tanta letteratura italiana: e penso che dalla parte dei colpevoli, come scriveva Fortini, dobbiamo metterci un po’ tutti. Moresco è uno dei pochi che cercano di muoversi in una direzione non tanto nuova ma piuttosto fuori dalle etichette, senza tuttavia crogiolarsi nel gioco mortuario del postmoderno: illuminanti a questo riguardo alcune sue considerazioni sulla ricezione di Beckett che sono contenute in questo libro/zibaldone. Consiglio anche, oltre naturalmente ai romanzi, la lettura de “Il vulcano” e in particolare del saggio “Il paese della merda e del galateo”…

    andrea ponso

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  5. francescomarotta

    Quoto Andrea Ponso, in toto: un grande libro.

    Anche se io, a titolo strettamente personale, mi troverei davvero in difficoltà a “scartare” qualche opera della produzione di questo autore.

    Che ‘nce vuo’ fa: ‘o cor’ nun se cummànna…

    fm

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  6. Ezio

    Strano rapporto, il mio con Moresco. Di ammirazione quasi preconcetta (per il rigore intellettuale, l’impegno vissuto e scritto sulla propria pelle ecc.), ma poi perplessità sui testi. Anche qui: perplessità preconcetta, nel senso che non sono riuscito a verificarla sperimentalmente (e quindi non ne parlo, non potrei). Ho letto La cipolla e Clandestinità, pensando, appunto in virtù del preconcetto positivo, che li avrei letti tutti, i suoi libri. Ma lì mi sono fermato. Ammirato dalla bravura, ma come raggelato, e non coinvolto. E poi: libri che parlano di libri e di letteratura: non ne voglio leggere! Voglio la mediazione e il rapimento di una storia, non voglio libri che parlano di libri che parlano di libri…
    E’ chiaro che è un mio limite (nel senso proprio: di confine).
    Ezio

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  7. Giorgio

    Ezio, sicuramente sarà capitato anche a te di trovare un modo di parlare di libri non cattedratico, anzi appassionante come un’avventura, e in cui anche parlare di libri diventa racconto.

    Comunque in “Lettere a nessuno” (almeno nella prima edizione che io conosco) non si parla di libri, si parla di un viaggio concretissimo nel mondo dell’industria culturale, un viaggio nel quale certi valori “di bandiera” di certa cultura sono sperimentati sul campo.

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  8. andrea ponso

    Si, in effetti, quello che denuncia Moresco è proprio questo “parlare di libri” cioè riferirsi sempre ad un già detto, ad un già stabilito che blocca qualsiasi progressione (è anche la sua denuncia della nostra passiva ricezione del postmoderno), tuttavia Moresco non cade nell’equivoco opposto, cioè nel fatto che da una parte c’è la vita e dall’altra la scrittura e che bisogna scegliere tra l’una e l’altra, altrimenti cadrebbe nell’equivoco di gran parte degli intellettuali (sia quelli favorevoli alla mediazione sia quelli favorevoli ad una vitalistica, e altrettanto improbabile, immediatezza: questo, del resto, è proprio lo schema principale del nostro canone nazionale! infatti, nella nostra letteratura non mancano gli esperimenti, diciamo così, vitalistici e più legati al corpo, alla creaturalità ecc. (basti pensare al primo testo della letteratura italiana, al cantico di Francesco, oppure a Dante o, ancora, a Jacopone da Todi, o ai grandi irregolari del ‘500 e via dicendo…) solo che anche queste esperienze, come più recentemente quella dei dialettali e neodialettali, vengono percepite nel canone come il rovescio della medaglia, e spesso rischiano di essere catalogate (anche se non lo sono sempre) come sperimentazioni all’ombra del potere, opposizioni o dosi omeopatiche che non fanno altro che rinforzare il sistema che intendono decostruire o, meglio, allargare…
    Il tentativo di uscita sarebbe quello di una conciliazione tra nuda vita e forme-di-vita (e l’esempio principale è quello di Dante… che tutti diciamo essere il “padre” della letteratura italiana quando invece, pare più giusto che il vero padre della letteratura così come è stata poi codificata è piuttosto Petrarca filtrato dai petrarchisti)…

    andrea ponso

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  9. filippo

    per massimo maugeri:
    “della zeno…”
    una precisazione
    malgrado le apparenze fonico-acustiche dello pseudonimo, ade zeno è masculo.
    (ed è anche una penna niente male)

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  10. rosella

    la cosa meravigliosa che ho scoperto di antonio moresco, lavorando con lui, è che è una grande persona, oltre che un grande scrittore. l’ultima frase di quel libro, ogni volta che la leggo (e l’ho letta, credetemi), mi commuove. il fondamentalismo letterario di moresco è il suo limite e la sua grandezza, dipende da come lo si guarda. io lo guardo dalla prospettiva del suo candore, dalla prospettiva di un uomo con la barba grigia che guarda alle cose, alle persone, alle parole, con il candore di un bambino. moresco è severo, non ha pudore a parlare di purezza, moresco è schietto. moresco è sincero, crede nelle relazioni umane, crede ancora, in modo sconcertante, nella necessità della letteratura, della scrittura. dopo tutto e nonostante tutto. passare una giornata con lui non lascia mai indifferenti. ho un ricordo di quelle giornate molto vivo, davvero molto bello.

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  11. ellepi

    libro assolutamente straordinario. Perché riesce a non cadere mai nella trappola del livore, e della facile invettiva, ma diagnostica in maniera lucida la miserabile miseria di molti miserrimi intellettuali e scrittori, e descrive perfettamente, dal di dentro, il meccanismo di cooptazione che la maggior parte di scrittori critici e intellettuali mettono in piedi per sopravvivere

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