L’autostrada è fuga. Se la vita è una morsa che ti stringe dappertutto – e guai a lamentarsi, l’hai voluto tu -certamente l’autostrada è fuga, di cemento e vernice, di asfalto irregolare come i tuoi pensieri, liberi di accendersi, frenare, ripartire. E’ l’autista di un camion, immobile, all’uscita del casello di Loreto: lo guardo meglio, ha gli occhi fissi, è morto; il camion invece è integro, come si fosse fermato solo per l’incrocio. E’ il pneumatico squarciato all’autogrill di Napoli; non mi ci fermo più, ma quando passo di là mi chiedo cosa accadrebbe se rischiassi, se l’esistenza non fosse solo schivare i fallimenti. E’ don Mario con il mal di pancia che non so come fare, ma alla fine me la cavo, alzandolo su una gamba nella toilette della stazione di servizio; vivo su una gamba sola, mi viene da pensare: ero un fenicottero, in un’epoca remota, volavo, senza sapere quali e quante ne avrei viste, in un tempo più umano e più terribile. E’ il mare di chilometri bevuti per rimbalzare da un benefattore all’altro, quella volta che andammo a Parma e dimenticai l’insulina per il mio amico invalido; organizzarono un pranzo da Charlie, ma rispedirono indietro il cameriere, già pronto per servire; non ci invitarono più e dirottammo sul prosciutto – straordinario – al primo bar che apparve; usciti da una favola, rientrammo dalla porta di servizio trasformati in zucche, ma felici. E’ la corsa pazza per trovare un uomo di cui conoscevamo solo il nome; girammo la città come marziani, fin quando lo sguardo incrociò l’orologio: era l’ora di tornare; lo ritrovammo di fronte a casa nostra, Antonio. E’ l’ultimo viaggio di chi diceva, in auto, di non farcela più; non avrei mai pensato che mio padre potesse morire, come gli altri. E’ tutte le volte che mi sono addormentato, dopo cinque o seicento chilometri filati per arrivare in tempo: e il nastro d’asfalto era ancora lì, dritto come un cero alla Madonna.
L’autostrada è vita, non sai mai se disperarti o ridere quando arrivi all’ultimo casello, con i pensieri che si preparano alla stretta di chissà quale altra morsa, quale altra fuga.
(versione audio)


On de road! Andare e allora ci si riscopre “fenicotteri” in eterno equilibrio precario… su una gamba sola, capaci nonostante tutto di guardare altrove, magari in “alto” dove c’è il tramonto, che a volte si tinge proprio di quel rosa.
Bellissima pagina Fabrizio!
l’autostrada è un sogno irrealizzato/irrealizzabile (per me 🙂
grazie,fabry, una pagina magistrale.
Forse l’autostrada è la strada più sincera e leale, perché dice subito chiaro che una volta imboccata non si può andare che dove porta lei.
Magari si può riuscire a piegarne la rigidità ad altri fini, verso altre mete, certo però che è dura.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
Calvino diceva che i limiti favoriscono la fantasia, Roberto:
ma la cosa, alla fine, è soggettiva.
grazie e una abbraccio a te.
fabrizio
Caro Fabrizio,
non è questione terminologica ma di sostanza: per andare oltre la “privata” rêverie non di semplice fantasia c’è bisogno, bensì di immaginazione creatrice; il che non è da tutti.
Riabbraccio,
Roberto
La vita è un’autostrada che si imbocca alla nascita, puoi scegliere ad un bivio in quale direzione procedere, fermarti in un angolo a sostare e riposare, fermarti un po’ per ristorarti e riprenderti ma comunque vada puoi solo andare avanti fino alla fine. A volte qualcuno esce prima dell’utlimo casello, qualche volta si rallenta ma spesso si corre. Non si torna indietro e non la si può percorrere guardando solo lo specchietto retrovisore, devi per forza guardare avanti e andare oltre.
A volte si incontrano caselli dove c’è lo sciopero e non si paga, altre invece paghi doppio perchè hai cercato di passare al telepass e tu il telepass non lo hai. E’ comunque sempre una grande avventura e se durante il percorso non riesci a finire la tua poesia, lasciala bene in vista perchè qualcuno, un figlio, un amico, possa scrivere l’ultima frase che la renda eterna.
sorprendente e bravo come al solito ma vuoi scrivere qualcosa in cui non ti si facciano i complimenti??? scherzo, uffah però!
e non correre in auto:-)
Stella
grazie, Roberto, davvero.
e grazie, Stella: il mio destino è correre.
c’è da capire solo contro quale ostacolo si schianterà il volo:-)
Lo sai benissimo, Fabrizio.
E come Bernanos gli dirai: “E adesso a noi due!”.
Roberto
grazie ancora, Roberto.
Mi scuso per l’errore: “On the road”. In autostrada viene fuori
una certa ignoranza e approssimazione tutta italiana.
Secondo me non c’è bisogno di schiantarsi affatto, gli ostacoli ce li poniamo già abbastanza nella cabezza, non credi, Fabrizio?
E poi noi ti vogliamo qui,a dirigere le rotte e la navigazione, e le tue pecore dove le mettiamo?
Un’amica molto dolce mi regalò: Dont’worry, be pecora..”
Maria Pia
Resta d’impressionante in un’autostrada il punto in cui resta sospesa (Salerno – Reggio Calabria) alla fine e hai come l’impressione che tutto quel groviglio di strade (le arterie dei flussi e delle correnti) sia come una pista di decollo o di atterraggio. Non lo sai che alla fine, (un voyage è innanzitutto voierie, “vedere”) se il tuo sarà uno slancio tra asfalto e cielo, uno spiccare il volo, o il posarsi in dolcezza delle ali che ti accarezzano l’aria planando fino a toccare terra.
effeffe
Maria Pia e Francis, grazie. quello che conta è ritrovarsi, perché tutto, alla fine, gira che ti rigira, strada dopo strada, torna sempre là: al cuore. e se non trova niente, non vale la pena aver vissuto. se invece si ama, anche dopo lo schianto non si può fare a meno di continuare.
baci
fabry
siccome una volta era intasata, me ne uscii al primo casello
nomi di paesi che non avevo mai saputo
curve, rotonde, semafori, il doppio del tempo per arrivare
a casa della mia allora fidanzata
ma non c’è più pedaggio e piede anchilosato
per un po’ ho smesso con le autostrade
e mi sono anche convertito alla bicicletta in pieno gennaio
sotto la pioggia battente
è la storia di una conversione, davvero,
non andare più in negozio con l’autostrada
(eh, Fabry, sono del tutto fuori dal solco della tua metafora, vedo bene, ma che bella quella città invisibile, Smeraldina, dove Calvino racconta che gli abitanti per andare da casa al lavoro, a scuola, a fare compere, possono fare ogni volta una strada diversa, per canali, calli, ponti…)
abbraccio e buonanotte
Mario
Mario, se mi citi Calvino, mi convinci sempre.
non si dovrebbe morire prima di aver letto Le città invisibili.
un abbraccio a te
fabry