[youtube=http://it.youtube.com/watch?v=6xhYk9PEmXA]
di Mauro Baldrati
Alcuni di noi (io in prima fila) erano innamorati di questa donna: Grace Slick, la cantante dei Jefferson Airplane. Per me era una delle voci femminili più meravigliose del Novecento, e una delle donne più fantastiche del mondo. A quei tempi avrei affrontato un leone a mani nude per lei. Mi sarei buttato nel fuoco per lei.
Il pezzo campionato qui è un classico della controcultura psichedelica degli anni Sessanta: White Rabbit, composto da lei, del 1967, contenuto nell’album Surrealistic Pillow. Surrealismo, allargamento delle coscienze, funghi allucinogeni, Alice nel paese delle meraviglie, tutto riverbera in queste parole e in questa musica.
Una pillola ti fa diventare più grande,
E una pillola ti rimpicciolisce
E quelle che ti dà tua madre,
Non hanno alcun effetto
Prova a chiederlo ad Alice,
Quando è alta dieci piedi
E se tu sei a caccia di conigli,
E ti accorgi che stai per cadere
Dì loro che un bruco che fuma il narghilè
Ti ha mandato a chiamare
E chiama Alice,
Quando è proprio piccola
Quando gli uomini sulla scacchiera
Si alzano e ti dicono dove devi andare
E tu hai appena preso qualche specie di fungo,
E la tua mente sta affondando
Prova a chiedere ad Alice,
Penso che lei saprà (la risposta)
Quando la logica e le proporzioni (delle cose)
Sono cadute morte al suolo
E il cavaliere bianco sta parlando all’incontrario
E la regina di cuori ha perso la sua testa
Ricorda quello che aveva detto il ghiro
Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente.
E’ stato eseguito a Woodstoock, alle sei del mattino, dopo il nubifragio che trasformò il piazzale del concerto in una “folla di mezzo milione di bambini coperti di fango”. Quell’evento è stato raccontato proprio da Grace Slick nella sua autobiografia, Somebody to Love?, appena pubblicata negli USA. Ne anticipiamo un passo:
“Trascorsi il giorno prima della nostra performance in albergo in uno stato di quiete, quasi di meditazione. Tutti gli altri facevano i pazzi e si fottevano per conto loro, ma, come sempre prima di un’esibizione, scelsi di guardarmi dentro, di organizzarmi mentalmente. Dove avremmo suonato? Per quanto tempo? Che cosa dovevo fare per gli accessori del mio vestito? Se mi fossi seduta le conchiglie e le piume si sarebbero rotte? Come mi sarei presentata e come sarei entrata nella cerimonia? Dovevo provare a essere una cosa o un’altra? O lasciare che tutto andasse per conto suo? Solo di una cosa ero sicura: volevo apparire una forte, ma fluida rappresentazione della West Coast.
A causa della pioggia battente non c’erano più accessi via terra al luogo del concerto, così un elicottero ci portò dall’albergo al palcoscenico. Poco prima delle nove di sera atterrammo su un campo di facce fangose, ma sorridenti. Quella era l’ora in cui dovevamo suonare, e come scendemmo dall’elicottero e mettemmo i piedi sul palco sentii la magia della notte blu e nera. Ma per i problemi di trasporto il programma andò a farsi fottere ed entrammo in scena solo all’alba. Seduta per nove ore in un buio rotto solo dai fari imponenti che dardeggiavano il cielo, ero parte di una congrega di musicisti provenienti dalle tribù di stati temporaneamente non divisi.
Ci sistemammo a semicerchio vicino al palcoscenico centrale, impegnati in un rito pagano: il cibo sembrava venire dal nulla. Ci scambiavamo frutta, formaggio, vino, marijuana, acido, acqua e parole. Noi, le band, eravamo lì forse per invocare gli spiriti? Eravamo pagani? Nessuna etichetta era necessaria. Eravamo tutti sciamani con eguale potere che incanalavano un’energia sconosciuta, cercavano fluidità.
Come se avessimo dei turni per rappresentarci a vicenda; come se qualcun altro avesse dormito al posto del mio corpo stanco. Un amico ha danzato mentre io potevo appena tenermi in piedi, e io ho parlato proprio nel momento in cui qualcuno era disposto ad ascoltarmi. La mia mente ha vagato per tutta la notte: una volta era sul palco, un’altra tra il pubblico. E altre volte ancora in luoghi impossibili da descrivere. Molto del fascino di Woodstoock era nello stare insieme e nel toccare ciò che sapevamo essere già nato. Qualcosa formato dall’energia di una invisibile coscienza collettiva. Erano le ombre di Huxley, di Leary, dei surrealisti, di Gertrude Stein, di Kafka – un’inesauribile lista di artisti che avevano incoraggiato molteplici livelli di osservazione. Era il NOSTRO turno. Eravamo pronti a respirare, pronti a celebrare il cambiamento.
Alle sei del mattino mi avvicinai al microfono. “Va bene, amici. Avete ascoltato i gruppi ‘hard’. Ora avrete la musica degli innamorati dell’alba. Credetemi, è una nuova alba. Buongiorno gente.”
Iniziammo il set con Volunteers. Proprio in quel momento la pioggia si fermò, e fu l’alba di un nuovo giorno e l’alba di un affascinante momento storico. Guardai quella folla di mezzo milione di bambini coperti di fango, alcuni facevano festa, altri dormivano, altri facevano l’amore, incuranti della gente attorno. Fogli di plastica coprivano vestiti e corpi, buste di carta davano rifugio alle teste. Qualche ragazzo danzava, spargendo attorno i lunghi capelli fangosi, ma che importava quello che ognuno stava facendo, eravamo tutti concentrati sulla stessa cosa. Neanche mi ricordo di aver cantato, e sono sicura che non è stata la mia migliore performance.
Ero rimasta sveglia tutta la notte, avevo gli occhi semichiusi, ma non era importante perché per quattro giorni e quattro notti il concetto di buono e cattivo scomparve. Quel gigantesco sogno ha funzionato? Non solo ha funzionato, ma è rimasto il magnifico simbolo di un’era. Le esecuzioni musicali della maggior parte delle band erano certo lontane dalla perfezione, ma lo spirito fu così potente che annullò ogni considerazione tecnica.”
E c’era Volunteers, del 1969, un inno alla ribellione, alla rivoluzione:
[youtube=http://it.youtube.com/watch?v=51dle65hgdE]
Guarda cosa sta succedendo fuori nelle strade
C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione
Sto ballando giù in strada
C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione
Non è divertente tutta la gente che incontro?
C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione
Una generazione è diventata vecchia
una generazione ci ha messo l’anima (il soul)
Questa generazione non ha nessuna meta da raggiungere
Basta piangere
È giunto il momento per te e per me
C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione
Forza adesso stiamo avanzando verso il mare
C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione
Chi continuerà (la rivoluzione) dopo di te?
Lo faremo noi, e noi chi siamo?
Siamo i volontari d’America
E c’eravamo noi, un paio di anni dopo: qui siamo io e Loris Pattuelli (il biondino), probabilmente nella primavera del 1970, nella cantina interrata di un amico, Martò, dove passammo due giorni in gruppo ad ascoltare musica e a fare di tutto.


bel pezzo e bellissimo “white rabbit” dei jefferson, vero. ciao mauro.
ambiente reso benissimo, con tutto il pathos che ci vuole, complimenti Mauro.
White Rabbit molto bella.
So poco di queste cose, ma schegge come questa son le benvenute.
Anche la vostra foto ricordo, io andavo in prima a scuola, col grembiulino e a quel tempo mi interessavo ancora solo degli alberi… di correre.
Se c’erano delle Gelmini in giro non lo so.
Però vorrei dire che si sopravvive ai grembiulini ecc. Il segreto? Guardare in alto, sempre.
“una generazione è diventata vecchia
una generazione ci ha messo l’anima (il soul)”
Grazie per il bel documento. (Che nostalgia …quel soul, inevitabile!)
“Chi continuerà(la rivoluzione)dopo di te?”
Ecco l’incipit di SOMEBODY TO LOVE? di Grace Slick: Chicago, 1973. Concerto dei Jefferson Airplane. Un ragazzo tra il pubblico si alza e urla: “Hey, Gracie, togliti la cintura di castità”. La cantante dal palco gli risponde: “Hey, ma se non porto neanche le mutande” e tira su la gonna scoprendosi il sesso. Ha davanti migliaia di persone. La band che è dietro di lei mormora: “Oh, Jesus”.
Bel pezzo! Vi confesserò che anch’io in questa mattina del giorno dei morti 2008 ho fatto una rampa di scale senza mutande, per correre dietro a dire una cosa a una mia amica. Ero certa che non ci fosse nessuno. Dormono tutti nelle ore convenute i condòmini, e questo però ci faccia brillare, nella consapevolezza che Woodstock è dentro di noi come un archetipo (anch’io allora ero piccola e andavo a scuola col mio bel grembiulino).
poco grace, senza slip, molto slick.
c’è qualcosa di glorioso in tutto questo? a me paiono tutti risvolti non propriamente gradevoli, anche se le musiche di quella “mitica” epoca sono incommensurabili. chissà perché troviamo straordinario e motivato e rispettabile quello che oggi troveremmo superficiale pericoloso volgare se lo facessero i nostri figli.
uh signur!
I nostri figli ci somigliano molto di più di quel che noi pensiamo. Qualcuno ha visto il bel film “Fame chimica”?
Film a parte, i giovani faranno cose grandi.
Anna, sei fortissima! 🙂
Caro Baldrus, se continui a pubblicare post di questo tenore (!), aspettati a breve una diffida da parte del mio avvocato (?): sono stanco di passare ore, ogni volta, ad asciugare il pavimento inondato dalle mie lacrime (cfr. “As tears go by”). L’avviso s’intenda esteso, per conoscenza, anche al dottor Pattuelli…
fm
p.s.
Ti ricordi di Baron Von Toolbooth and the Chrome Nun?
Io facevo addormentare mio figlio cantandogli “Sketches of China”.
Vi ho recuperato il testo, se qualcuno volesse provare: l’effetto è immediato (anche se, nel sonno, il pargolo/pargola tende invariabilmente a “sfilarsi” il pannolino…).
SKETCHES OF CHINA
(Musica: Paul Kantner
Testi: Grace Slick e Paul Kantner)
He’s stronger by talk than by sight
But by sight he’ll know you
You buy him a ride he’ll know you
Somebody’s bound to lead you
Sooner or later you’re bound to go
You don’t know what this man feels like
He doesn’t care if you think you know
Somebody’s bound to lead you
If that man got a smile on his face
Sooner or later you’re bound to go bound to go
Let me tell you bout a man I knew
He roamed the depth and the breadth of China
On a horse that he grew himself
From the bark of a tree on mainland China
And he had a time yes he had the time of his life in China
He carried strife and harmony to all the people on the mainland
And there was a warlord who rode the murky depths of China
With a shotgun in his hand and he wondered where the people’d gone to
Have you got the time to listen while i sing this song
I had the time to listen to the man go right and wrong and right thru China
And it ain’t what you want it’s what you need
No it ain’t what you want it’s what you need
And I’d rather be here than yesterday
It ain’t what you want it’s what you need
And there was a lady she rolled around in town in China
And there was a lady she rolled and rolled
And she killed a war she made the warlord rise in time
She sat him down took him down and she laid him out for just one more round
Drunk in a beautiful garden celebration
Here comes the Khan
Storm the palace
look for Alice
Rising Oriental girl diving back for just one more pearl
And it ain’t what she wants it’s what she needs
She don’t want your sound she wants your country
And I’d rather be next year than on the way to Bombay
It ain’t what you want it’s what you need
Grazie a tutti, sono contento. Sì, Francesco, ho il Baron, su LP, una svolta dei Jefferson che li porterà a chiamarsi Jefferson Starship. Ma ti prego, non mandarmi l’avvocato! Sono uscito da una causa interminabile a Milano (otto cause) perché applicai l’equo canone all’appartamento che avevo in affitto, e sono allergico agli avvocati! Che bella ninna-nanna ha avuto tuo figlio. Pensa che io a mia figlia leggevo una favola scritta da Céline per sua figlia, illustrata da sua moglie.
E a proposito di figli e di generazioni mi copisce il commento bacchettone di Lucy (posso chiamarlo così? Spero che non ti offenda, Lucy)Dice che oggi troveremmo la leggenda riportata da Lorpat “superficiale pericoloso volgare se lo facessero i nostri figli”. Ma oggi accettiamo – lo accettiamo? – che si faccia pubblicità all’alcol in tv per i giovanissimi (qualcuno ha visto lo spot Aperol?), una droga pesante che fa più morti dell’eroina, senza contare gli incidenti stradali. Ma va bene, l’acol piace ai proibizionisti governativi ed è tutto ok. Questo è il nostro presente, è davvero “superficiale pericoloso volgare” , e lo fanno i nostri figli purtroppo, visto che bevono in discoteca anche se sono minorenni. E per quanto riguarda mia figlia io spero per lei una vita affettiva sessuale libera e felice, se lo vorrà, mentre giudico “superficiale pericoloso volgare” l’identificazione con le modelle-veline vestite ultrafirmate (qualcuno ha dato un’occhiata ai prezzi dei vestiti per ragazze giovani?), che imperversa nell’immaginario dei nostri tempi.
Va bene, Mauro, non ti mando l’avvocato. Ma lasciati dire che perdi una grande occasione: il mio avvocato, infatti, ha fatto (o si è fatto?) il ministro della giustizia nella repubblica delle banane e, pensa!, è andato anche in carcere, vittima innocente di quelle maledette toghe rosse che infestano questo paese. Meno male che poi “Lui” ha rimesso le cose a posto…
fm
p.s.
Vuol dire che l’avviso lo riceverà il buon Pattuelli al prossimo post… a lui mando direttamente “il nostro amico Angiolino”, col permesso di Paolo Conte. E senza la moglie “tutta bionda e tutta bella”.
Anche la cantina! Un al massimo sedicenne disposto a buttarsi nel fuoco per Grace mi ha ricordato la mia passioncella per Keith Richards, verso i quattordici anni, prontamente sostituito con un ragazzo in carne ed ossa. Ma la cantina custodisce i miei ricordi più belli, pieni di musica, luce di molte candele, scritte e disegni su diari. A quell’età una cantina è indispensabile per essere felici.
non escludevo, ma anzi includevo sottintendendole, una valanga di pratiche “televisive” e di volgarità di personaggini vari. niente di quello che passa la tv, certa tv, io l’accetto. solo che mi piace confrontare quanto siamo indulgenti verso personaggi all’acido dei “nostri” tempi (la laudatio temporis acti è sempre in agguato tra i vecchi) e ipercritici nei confronti del nulla o poco meno che imperversa oggidì. mi diverto a vedere l’effetto che fa. e…tràcchete, mi becco puntualmente della bacchettona. non mi offendo, perché è un artificio. però mi godo l’alzata di scudi, i due pesi e le due misure. per fortuna o per disdetta, non so, ma i nostri figli non ci assomigliano affatto.
“chissà perché troviamo straordinario e motivato e rispettabile quello che oggi troveremmo superficiale pericoloso volgare se lo facessero i nostri figli”
forse perchè siamo vecchi, forse perchè noi abbiamo rinunciato, forse perchè non ci fidiamo dei nostri figli, forse perchè temiamo, anzi, ne siamo certi, perchè siamo diventati “grandi”, che la giovinezza è solo un po’ di folclore e niente più.
forse mi sbaglio ma abbiamo i figli che ci meritiamo.
un bacio
la funambola
E’ neanche un mese che ho postato quel video sul mio blog, il pezzo è fantastico, lei è fantastica e il gruppo è fantastico.
Woodstock chiude (le scene finali del film con l’improvvisazione di Hendrix sono pura profezia), coronandolo al meglio un tempo in cui potevano convivere sul palco sha na na e Sly, Hendrix e (aaarghh) Joan Baez, the Who e il colossale Joe Coker, Richie Havens e Santana, non c’era ancora quella frammentazione voluta dal mondo discografico in generi commerciali, psichedelia, folk, rock e soul vivevano insieme senza chiedersi cosa suoni tu, come ti vesti, da che parte stai la fraternità non era mai messa in discussione.
Da quel giorno sino al 1974 il sangue ha cominciato a colorare di dolore la musica più bella, colorando alla fine tutto, dopo, l’industria ha sparso i pesticidi e tutto è cambiato.
C’è una differenza, Lucy, fondamentale tra il gesto di scoprire il pube in quegli anni e lo stesso gesto oggi, ed è che allora potevi finire in prigione piuttosto che in copertina, che aveva una portata eversiva, che soprattutto non era volgare, nulla era volgare in quegli anni, e guardare le facce della gente in quel film ti mostra una bellezza a cui non siamo più abituati.
I figli allora manifestavano per non andare a morire in Vietnam, oggi per una scuola che garantisca l’impiego, sarebbe bello che ritrovassero l’idea di un modo diverso di vivere, se ritrovassero un sogno.
all’epoca non avevo ancora il grembiulino, come Nadia, che saluto insieme agli altri, ma il ciripà…
però la necessità di conoscere quanto accadeva in quegli anni in cui *c’ero e non c’ero*, e prima, e dopo, occupa una grossa fetta del tempo e delle energie che dedico a leggere, ascoltare, guardare, cercare…
con la stessa passione in cui *scavavo* nel piccolo archivio di mio nonno, che se n’era andato pochi mesi dopo quel 12 agosto 1992 in cui un ictus si portava via un quasi ottantenne che consideravo mio maestro di musica di performance e d’avanguardia – sono un nipote naturalizzato, più che un figlio illegittimo, dell’avanguardia, occhio a chi mi fa morire i miei nonni due volte!!
c’è stato anche un periodo in cui ho imprecato di non essere nato in tempo per partecipare a Paradise Now del Living Theatre… e un periodo, durato simbolicamente fino al suicidio di Kurt Cobain, in cui ho imprecato che quegli anni potessero tornare e nel mio piccolo ne ho fatte di ogni perché tornassero… e un periodo, di cui fatico a vedere la fine, in cui ho smesso di imprecare di vivere fra gente troppo stanca e scettica nel “diffondere gioia e rivoluzione” come John Cage sostenne che gli avesse profetizzato l’*I Ching* all’inizio degli anni ’60, quando faceva esperimenti con le sonorità di impianti di amplificazione sempre più potenti e plateali
dicevo: fatico a vedere la fine. Ma perché non vedo i segni del cambiamento? Perché non saranno uguali a quelli prodotti dall’epopea dei beat, di woodstock, dei figli dei fiori (che già col funerale dell’hippy che chiuse la Summer of Love del ’67 la dicevano lunga su quello che sarebbe stato il destino di tanti pezzi del movimento, spinti a sopravvivere solo in forme di non permanente esposizione mediatica e di riflusso nomadistico), non saranno quelli che ho imparato a riconoscere già tra i fotogrammi del documentario del Monterey Pop Festival, prima ancora che nel lungometraggio woodstockiano
certo è molto difficile riconoscere segni di cambiamento in atto da parte di artisti ed intellettuali che NON agiscono preventivamente dentro logiche di contrapposizione generazionale (un po’ come già avvenne all’epoca, ma in misura più circoscritta, tra i *vecchi* beatniks e i *giovani* flowers children, o tra i *vecchi* delle avanguardie newyorkesi e della East Coast e i *giovani* dei vari happening, garage, pop art, underground, fluxus, ecc.), però già questo dovrebbe essere una traccia per segugi, che non si lasciano abbagliare dalle caterve di fresca carne da macello, giovani registi, giovani poeti, giovani autori, giovani vj, giovani produttori, giovani direttori artistici, giovani attori, giovani voci, giovani maestri (ci mettiamo anche i giovani politici?), che le multinazionali della cultura stanno stoccando negli angiporti dei nostri cuori, così bisognosi di sogni ad occhi aperti e di cambiamenti promessi
Mario Bertasa
I segni del cambiamento non sono mai uguali da un’epoca all’altra, ma conservano un’impronta più o meno leggera di quello che è stato il passato. Romanticismo? Può essere. Mio figlio ha quasi mitizzato il nonno che non è più tra noi da qualche anno.
Io facevo lo stesso con il mio. Certo i giovani sono molto più critici ora con i genitori(per me nel ’68 -70 era lo stesso – sembravamo parlare lingue diverse).Eppure nella storia famigliare e collettiva ci sono delle “ricorrenze”: esperienze che ritornano, valori trasformati che si riaffermano, quell’anima, il “soul” di un uomo, di un popolo che continua a vivere sempre nuova. Certo c’è della negatività (qualcuno sembra perdersi – è accaduto anche nei nostri “mitici” anni),
ma la “fenice” risorge dalle sue stesse ceneri.
Prima parlavo di un film. Oggi sembra già vecchio, ma quei ragazzi … un po’ disperati e fragili all’estrema periferia di una città, che si amano, tentano di lavorare, di studiare, di “resistere” a un mondo spesso contrario, portano impressa anche la nostra parte migliore.
La musica a quei tempi era meno superficiale, l’autorità meno ossequiata, la violenza meno tollerata, l’amore meno ostacolato, la ricchezza meno venerata, il potere meno idolatrato, il senso di colpa meno inflitto, la depressione meno titillata e la paura meno aghiacciante.
“Ma ero così vecchio allora, adesso sono molto più giovane”. Bob Dylan
Posso consigliare tre libri di tre scrittori che in un qualche modo sono ancora imparentati con questo “BIG TIME?
Tom Robbins -Le anatre selvatiche volano al contrario – Baldini Castoldi Dalai Editore)
Franco Bolelli – Cartesio non balla – Garzanti
Paulo Coelho – Sono come il fiume che scorre – Bompiani
bel post – complimenti (e maledetti gli avvocati!)
ciao, e. (avvocato,ahimè)
Baldrus, a distanza di 40 anni eppiù, quel linguaggio, quei modi, quei tempi ora sono spenti. Sembra che posseggano però un karma ad alto voltaggio. Basta un interruttore come il tuo, e sprigionano un’energia, una forza possente sconosciute ai giorni, e ai giovani nostri. Si accende un faro che incanala luce e calore nelle arterie. Si mette in movimento, strisciante, il gollum dei rimpianti.
Poi, squilla il cellulare e:
Guarda cosa sta succedendo in rete
C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione
Sto ballando in rete
C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione
Non è divertente tutta la gente che incontro? [in rete?]
Patti Smith nel suo album di cover “12” ha fatto anche una riuscita versione di White Rabbit.
http://www.youtube.com/watch?v=sXdUJu8xtLU&feature=related
“la rivoluzione siamo noi”.. qualcuno nel frattempo ha esclamato
sempre eterni i Jefferson!
abbracci dal cosmo
f.
appartengo ad un’altra, molto più recente generazione, ma ben volentieri mi farei costruire una macchina del tempo per vedere la Slick dal vivo…
Non mi pare affatto spenta quell’energia, seppure a distanza di anni, tanti. (Io sono venuta crescendo negli anni settanta,dopo di loro, i fratelli maggiori e pacifisti); nelle notte che viene, di queste elezioni americane, pare che qualche scintilla, molto ignota, e parziale, potrebbe rimettersi in moto, chissà.
Lo vedremo lo faremo, by
Maria Pia Q.
Noi che e quei tempi eravamo così semplici e caldi come le estati in cui ballavamo così appiccicati che il calore ci faceva fondere in un unico corpo.E il tempo passava e noi felici a ballare come pazzi e fare l’amore in auto!
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