Curriculum scolastico

Chi leggerà questo post avrà l’impressione di sentirsi raccontare una sceneggiatura per l’ennesimo remake del libro Cuore. Invece è tutto vero.
Ho fatto le scuole elementari negli anni ’50 a Busto Arsizio, in provincia di Varese. Si portava il grembiule nero, si scriveva usando penna, pennini e calamaio (ogni tanto veniva il bidello a riempirlo d’inchiostro: i calamai erano incassati nei banchi), c’era il voto di condotta, si studiavano a memoria le poesie, la disciplina non arrivava al punto da essere militaresca ma era una cosa piuttosto seria. In classe eravamo più di quaranta e la maestra era una sola. Non posso dire di ricordarla con particolare simpatia, ma in fin dei conti neanche con astio. Tutto sommato, faceva il suo mestiere.
Il preside si vedeva solo in rare occasioni ed era un tizio pieno di sussiego, neanche fosse stato un generale dei carabinieri. In classe c’erano i figli degli industriali e degli operai, del farmacista e del fruttivendolo. C’erano esami anche in seconda elementare. L’analisi logica faceva la sua prima comparsa in quarta, e in quinta era pane quotidiano. Maestri e preside mostravano di considerare gli esami di quinta come una tappa fondamentale nella vita di un essere umano.

Alle medie la materia più importante era il latino. In ginnasio era il greco. Agli esami di maturità si portavano otto materie: quattro scritti e otto orali diversi. La commissione era formata solo da professori mai visti né conosciuti. Per ciascuna materia si portava il programma degli ultimi tre anni. C’era da sgobbare, eppure siamo sopravvissuti tutti: figli di industriali e di operai, di impiegati, artigiani e commercianti. Oggi, fra i miei compagni di liceo ci sono medici, impiegati, piccoli imprenditori, un preside, un professore di matematica, un infermiere, un architetto. C’è di tutto.
Io non ho scelto una facoltà umanistica (come avrei voluto). Per motivi pratici, mi sono iscritto alla Bocconi. Ho avuto i miei problemi con la matematica, ma sono riuscito a laurearmi.

Gli insegnanti che mi hanno accompagnato dal primo giorno di scuola alla maturità non avevano niente di straordinario e non erano pagati meglio degli attuali, eppure né io né i miei compagni abbiamo avuto bisogno di ripetizioni, doposcuola, Cepu o simili. Merito degli insegnanti, ma un po’ anche merito nostro. Chi era rimandato a settembre studiava e si metteva in pari. Quando arrivai all’università chiesi al professore di matematica del liceo se poteva darmi una mano per le derivate e gli integrali: me la diede e non volle neanche un quattrino.
Non ricordo che mia madre abbia mai parlato con i professori. Mio padre firmava i compiti in classe con un grugnito e non ricordo che mi abbia mai detto bravo. Il loro principio era che io venivo alloggiato, nutrito e vestito gratis, quindi andare bene a scuola non era soltanto un dovere: era il minimo che potessi fare.
La soddisfazione più grande l’ho avuta agli esami di maturità: con quattro otto e quattro sette ero risultato fra i migliori dell’istituto. Me la rovinarono i giornali, che all’epoca pubblicavano i risultati degli esami di maturità in tutta Italia. A sud del Volturno i nove, e addirittura i dieci, si sprecavano. Tutti futuri premi Nobel.

Se ho combinato qualcosa nella vita lo devo alla curiosità intellettuale, allo sforzo di capire il significato di ciò che dicono gli altri. E questo l’ho imparato assimilando l’organizzazione mentale di una lingua come il latino.
Oggi sarò anche diventato un vecchio rinco, ma ogni anno tv e giornali mi mostrano cosa sono diventati gli esami di maturità e mi piange il cuore a pensare che, in quarant’anni di esperimenti (uno più fallimentare dell’altro), la scuola italiana è ridotta a campare sull’abnegazione degli insegnanti che hanno una vera vocazione pedagogica (quanti saranno?). Via il latino, l’analisi logica e l’analisi del periodo; abolito l’esercizio mnemonico; le nozioni di base indispensabili rese optional; niente disciplina mentale e formale; in queste condizioni, c’è da stupirsi se al concorso per l’ingresso in magistratura il 90% dei candidati (tutti laureati in giurisprudenza) sono stati scartati per manifesta ignoranza?

Lo so: questo discorso presta il fianco a molte critiche. È poco significativo, perché riguarda solo la mia esperienza personale. È arretrato, perché il mondo cambia e la scuola deve cambiare con lui. È poco informato, perché ignora i criteri della riforma Pinco e del libro bianco Pallino, del DPR tale e della legge talaltra. Insomma: ha tutti i difetti del mondo.
Eppure, se non lo si guarda dall’alto in basso, è un discorso che potrebbe aiutarci a evitare qualche inconveniente.

10 pensieri su “Curriculum scolastico

  1. robertorossitesta

    Caro Riccardo,
    parole sante.
    Se si cominciasse ad ascoltare questi discorsi senza sbuffare ed alzare le spalle, comprendendo che sono fatti per il bene, sarebbe già molto. Posto che ci sia ancora tempo, cosa che possiamo soltanto sperare.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. sparz

    caro Rick, l’unica differenza che riscontro con il mio curriculum è che alla maturità (1960) ho portato solo le materie dell’ultimo anno. Nell’estate successiva un mio amato cugino mi spiegò le derivate e tutto funzionò poi nel corso di laurea in fisica da me scelto. Senza esagerare nella laudatio temporis acti, laudatio peraltro presente in ogni tempo, il lavoro faticoso, che nessun nostro governante ha voglia (né tempo, né intelligenza) di fare è quello di andare a vedere nel dettaglio cosa andava bene e cosa no di quel modo di fare. Come si disse poi nel ’68 “cazzo compagni cioè, quando manca la volontà politica…..”

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  3. riccardo ferrazzi

    Caro Sparz, “…nella misura in cui…” Eh, bei tempi!
    Ho fatto mente locale e, nel 1966, quando la maturità l’ho fatta io, si portava il programma dell’ultimo anno, è vero, ma “con riferimenti” agli anni precedenti. Il risultato fu che, per esempio, in greco mi interrogarono su Eschilo (che era in programma in prima liceo); in latino su Cicerone (che credo fosse in programma in seconda); ecc. ecc.

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  4. orsola puecher

    …fra questi ricordi dei Sumeri… la mia maturità, oramai medio antica anch’essa, del resto, che si portavano una materia preferita su quattro ed una a caso nella rosa delle quattro, che poi era sempre quella desiderata, sembra una cosa da Lucignoli al Paese dei Balocchi.

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  5. riccardo ferrazzi

    Cari Giorgio e Orsola, avete ragione: Sumeri e vecchia Milano. Ma fino a un certo punto. Come dicevo, so che il mio discorso non può essere preso come base di una riforma scolastica (e vorrei vedere!), ma sono convinto che qualche piccolo contributo possa darlo.
    Quanto a vedere la Milano di oggi nella tua scuola, grazie Giorgio, ma temo che mi creerebbe troppi problemi: ho già confessato di essere un vecchio rinco, e anche la mia salute non è più quella di una volta.

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  6. lucy

    e quando i maestri unici erano persone problematiche, che facevano i bambini? mettevano da parte i soldini per pagarsi lo psicanalista da grandi? ci vorrebbe una società interamente rivista e corretta per concepire ancora una scuola così. se una scuola così ha prodotto i i genitori, e i nonni, di oggi qualche stortura l’avrà pur avuta, no? o la scempiaggine imperante, il vuoto pneumatico si sono autogenerati? io per prima duro fatica a digerire la morte civile che regna in certe classi, l’ignoranza impermeabile che moltiplica l’ignoranza, mi dò da fare, non mollo. ma se non cambia la famiglia, se non spariscono certi miti spazzatura, non saranno crocchia e bacchetta a far la maestra perfetta (cito da michele serra), non sarà il grembiulino a insegnare il rispetto e la democrazia. che poi, il grembiulino! coprirà anche le scrpe da 200 euro? non sarà occasione per averlo D&G contro quello dell’iper da 5.90 euro?

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  7. riccardo ferrazzi

    Lucy, non so cosa dirti. Se avessi in mente una riforma organica (e non ho la competenza per formularla), scriverei una lettera aperta al ministro. E non solo a questo, ma anche ai precedenti.
    Siccome non ci provo neanche a dire cosa si dovrebbe fare, e mi sembra inconcludente dire “questo non serve a niente, quell’altro meno ancora, ecc. ecc.”, tutto il mio contributo si riduce a ricordare la scuola che ho conosciuto io. È poco, lo riconosco. Ma credo che non sia il caso di dimenticarlo.

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  8. mario pandiani

    Sono commosso, commosso e angosciato, un curriculum così è la gioia di ogni genitore, io ai miei ho dato solo rogne (ma un 10 alle elementari, quando ero pressochè autistico, ha fatto piangere mia madre), la mia contestazione è stata l’afasia.
    Quello che posso dire è che la tua generazione ha avuto un pregio fondamentale, il fatto che essere secchione non era in contrasto con l’essere intelligente, che lo sforzo e l’impegno fossero raccolti e dessero dei risultati stimabili.
    Quando ho fatto le scuole io, (nel ’68 avevo 11 anni), il diploma, la laurea erano già diventati “il pezzo di carta” e non si considerava più importante, per contrapporsi al sistema, avere il curriculum scolastico di Paolo Hutter, (il mito di famiglia, “fa il contestatore, ma ha tutti 8 e 9”).
    Per contro ho ricordi di professori che sono stati amici e che mi hanno insegnato a vedere anche se non assimilavo il metodo, che mi hanno insegnato a stare lontano dalla televisione, la cui assenza renderebbe superflua una riforma della scuola, la cui assenza sarebbe sufficiente ad aumentare il livello cerebrale dell’intero paese, laureato o no.
    La cui assenza ci avrebbe risparmiato il sommo picio, come si dice a torino.
    Io sono un inveterato anarchico e non credo ai sistemi, quindi non credo alla scuola mentre credo profondamente all’insegnamento, uso più gli occhi del cervello e il cuore più della memoria, mi trovo completamente d’accordo su un punto, tacere su ogni possibile proposta per quanto riguarda l’istituzione scolastica e il suo assetto.
    Finchè c’è la televisione a fare la concorrenza formativa, nella scuola non ci investirei cinque lire.

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  9. ramona

    Faccio parte anch’io ormai della preistoria, avendo conseguito la maturità nell’82… Però mi sento abbastanza aggiornata, tramite i figli di amici che vanno dall’asilo all’università e alcuni amici e parenti insegnanti.

    Diciamo che tutti i commenti fin qui fatti hanno in fondo ragione. La nostalgia dei tempi andati è fortissima, specie perchè la prospettiva futura è assai triste, per non dire assente. Ho avuto anch’io la maestra unica e discretamente severa, alle medie ho avuto insegnanti speciali (e compagni meno speciali) e alle superiori di tutto un po’, dall’insegnante menefreghista al commissario interno della maturità che per noi, per seguirci nella preparazione, perse dieci chili; e che dire dell’insegnante di lettere che venne di proposito ad assistere al mio orale (e solo al mio)?
    Il passato è denso di questi ricordi, e come è stato detto, siamo venuti su bene senza troppe seghe mentali: chi studiava veniva promosso, gli altri no. Magari nel lavoro non andava allo stesso modo, ma pazienza…

    Ma è pur vero che i tempi sono cambiati. Sono cambiati i genitori, gli adulti in genere, e i principi sociali. Sembra non esserci più tempo, nè attenzione, nè passione per nulla. C’è rassegnazione e quasi disperazione, come se ogni cambiamento fosse inutile e dunque a che pro farlo?

    La scuola non va bene, e su questo siamo d’accordo. Nonostante l’eroismo vero e proprio di molti insegnanti, a tutti i livelli, che si scontrano con una educazione che da parte dei ragazzi, spesso abbandonati a se stessi, non c’è(per colpa di chi?); e si scontrano, quei tanti insegnanti onesti, con strutture sempre più carenti e colleghi che sempre più se ne sbattono, che tanto la paga la prendono lo stesso.

    Non c’è dubbio che urge fare qualcosa di serio per garantire cultura e formazione a coloro che un domani dovrebbero, nella teoria, avere cura di quello che la nostra generazione ha costruito o preservato, ricevendola a nostra volta dalle mani di chi ci ha preceduto.
    Mi piacerebbe molto, in un’utopistico desiderio, che le riforme venissero fatte però in base a studi reali, e non sparando a zero su tutto. E’ impensabile per esempio, a mio parere, risparmiare sugli insegnanti di sostegno, quando ormai buona parte dei bambini, oggi, manifesta disagi più o meno importanti, e sono perfino incapaci di stare fermi nel banco. Nè la maestra può permettersi di essere severa, perchè se no finisce denunciata.

    Prendiamo atto dei cambiamenti sociali, sosteniamo le famiglie, tagliamo sul nascere le discriminazioni. Reintroduciamo l’educazione civica, che ce n’è bisogno, alterniamo i cassici all’informatica e licenziamo i fannulloni. Ma non riduciamo all’osso risorse e strutture che funzionano, premiamo i meritevoli, e soprattutto pensiamo che il futuro dei ragazzi è anche il nostro.

    Scusate la lunghezza dello sfogo.

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