Giorgio Vasta, Il tempo materiale
pp. 320, Minimum Fax, euro 13
È una Palermo deforme e allucinata lo scenario in cui si incrociano le lucide inquietudini dei tre ragazzini – Nimbo, Raggio e Volo – che guadano con tormentata disinvoltura il cupo horribilis millenovecentosettantotto italiano, riesumato per l’occasione dal primo benvenutissimo libro solista di Giorgio Vasta. Una Palermo (dis)animata da esseri inetti e arresi, da gatti storpi, cani randagi bruciati vivi, piccioni sbranati in mezzo alle strade, un mondo marginale che assiste inerme alle circonvoluzioni della Storia attraverso tubi catodici in bianco e nero senza rendersi conto di niente, senza porsi interrogativi, limitando il proprio raggio d’azione al ruolo di spettatore immobile e indifeso.
Lontani da tutto e da tutti, gli abitanti di questa provincia selvaggia si apprestano a salutare il ’78 come un istante qualsiasi, nient’altro che il riflesso di una innocua sequenza cronologica, eppure qualcosa si sta muovendo, un fermento sismico è pronto a scoppiare, a emergere dalle vene gonfie di una società rancida, saturata, e questo qualcosa ha un nome, Brigate Rosse, e soprattutto un segno, un simbolo: il cadavere di Aldo Moro accartocciato dentro un cofano aperto. Meticoloso e disperato, l’occhio precocemente adulto di Nimbo registra e rielabora, cerca linfa per speculazioni più grandi di lui, si interroga sul senso delle cose, esamina strenuamente tutti i significati possibili da attribuire al suo sentirsi diverso, superiore, una sorta di eletto capace di trovare un vero dialogo solo con i suoi simili, la sua piccola congrega di neo-sacerdoti insieme ai quali sarà facile innescare una potenza, un cortocircuito micidiale per affrontare l’esistenza nel più giusto dei modi possibili. Abbacinati e sedotti dalla forza di un linguaggio nuovo, irriducibile e rivoluzionario come riesce a essere quello dei comunicati brigatisti, i tre ieroinfanti si gettano a capofitto alla scoperta dell’eversione, si immedesimano nelle parole dei loro maestri putativi, stabiliscono codici, inventano alfabeti inauditi (alfamuti, come li chiamano, ovvero geometrie pseudoverbali fondate sui gesti, sui movimenti del corpo) e ragionano, più o meno consciamente, intorno alla forza dell’ortodossia e all’inutilità delle azioni che i precetti dogmatici sanno comportare. Vanno a scuola, guardano la televisione, il carosello, i mondiali argentini, vivono in contesti familiari normali fatti di padri madri e fratelli, ma è un teatrino che non basta, che nella sua misera linearità non è sufficiente, anzi va disprezzato, commiserato e infine combattuto anche se un’alternativa credibile ancora non c’è, e se c’è sembra confusa, fumosa, lontana anni luce da qualsiasi distanza. L’Italia è a pezzi, in frantumi, poco più che concetti geografici i suoi confini appaiono effimeri e inconsistenti, si disperdono nelle paludose mollezze di un tempo immateriale, non sanno cosa esprimere, e se anche sapessero cosa non sarebbero in grado di rintracciare un come. Problema di linguaggio, quindi, perché la povertà di un Paese, forse, si manifesta prima di tutto nella sua inadeguatezza nell’esprimersi, nell’auto-codificarsi, insomma nella virale pochezza delle parole che adopera. Introversa e gelida, la voce undicenne di Nimbo ci guida decisa nel tetro e farraginoso percorso della sua formazione, una voce certo troppo adulta, eccessivamente cervellotica per essere “vera”, ma se l’intento dell’autore non aveva niente a che fare con genuflessioni a ordigni veterorealistici, allora il suo forbito e colto ragionare non ci spiazza, né ci spaventa, anzi aiuta fin da subito a entrare in un’amniosi allegorica di grandissima forza. Lui – Nimbo – e i suoi compagni d’avventura hanno solo la forma esteriore di un’adolescenza abbozzata, il resto (i loro gesti, la loro raffinata immaginazione) appartengono ad altro, a un riflettere sui destini passati e presenti della nostra italietta, a costruirne la parodia (di lei, l’Italia, e dei suoi nemici-complici: politici, palinsesti, attori nazionalpopolari, gli stessi brigatisti), una parodia non priva di delicatezze (si lascia spazio anche a un piccolo, ingenuo e profondissimo lacerto amoroso) ma comunque feroce, dura, in fin dei conti cattiva. Le parole che Vasta sceglie per riempire il mondo della sua storia sono studiate, complesse, e la lingua con cui scrive stupirà spesso, denunciando da sola una matrice letteraria ricercata e sapiente; eppure scorre, scorre che è un piacere, e a libro ormai chiuso viene da pensare che pagine del genere varrà la pena rileggerle ancora più volte.
Ade Zeno

Concordo, proprio un gran libro, di quelli che resteranno, un esordio impressionante per maturità e potenza espressiva.
io credo che il libro di giorgio sia veramente un libro potente per lingua, scrittura e per come affronta il tema, spinoso, degli anni 70.
d.
“Il tempo materiale” di Giorgio Vasta, è un esordio tra i più potenti da molto tempo a questa parte, con una forza visionaria e assieme concreta che vive solo nella grande letteratura.