“Francesco? Che sorpresa! Non tornavi da un sacco di anni…”
“Ventidue…”
“Beh, sono davvero tanti… ti trovo in forma… ma ora siediti, voglio offrirti qualcosa da bere.”
Mi accomodai su uno sgabello, presso il bancone.
“Va bene il solito? Non sarai diventato astemio?”
“Non ancora del tutto…”
Enrico versò il whisky: brindammo insieme, come ai vecchi tempi. Eravamo stati compagni di banco, alle elementari. Poi lui andò giovanissimo in Germania, mentre io rimasi chino sui libri per molti anni ancora. Iniziò a lavorare come lavapiatti, fece il cameriere, ma a un certo momento si stancò di quella vita e decise di tornare. Prese in gestione il Bar Centrale, quello dei nostri ricordi. Si affacciava sulla piazza principale del paese, era un locale sordido e puzzolente, macchie di umidità sulle pareti e mozziconi sparsi dappertutto. Noi ci andavamo perché non c’era nient’altro da fare, ammazzavamo il tempo con la briscola e fra una partita e l’altra sognavamo il nord. Io non sapevo nulla di azienda, team working, problem solving, orientamento al cliente… Così, il mio ingresso in ditta segnò l’inizio di una seconda vita, fatta di regole e “valori” del tutto sconosciuti. Alternavo momenti di curiosità ed entusiasmo ad altri di profonda tristezza: era forte la sensazione di aver smarrito una parte di me, quella più vera. Inizialmente tornavo due-tre volte l’anno. Poi mi accorsi che gli incontri coi vecchi amici finivano per diventare sempre più patetici, e incominciai a rendere meno frequenti i ritorni, fino alla decisione estrema di un addio. Furono anni di solitudine indicibile, mi immersi nel lavoro tentando di esorcizzarla. Forse sarebbe stato tutto diverso se mi fossi sposato e avessi avuto dei marmocchi da educare. Ma chi può dirlo? Magari mia moglie mi avrebbe fatto le corna, i figli si sarebbero drogati… Insomma, è andata così, poche avventure insulse e qualche ora d’amore a pagamento.
Quel mattino di settembre ero di nuovo laggiù, aggrappato alle emozioni della mia prima vita, in compagnia di un caro amico d’infanzia e tanti ricordi struggenti. La piazzetta era là come sempre: poche auto parcheggiate, alcuni ragazzini rincorrevano un pallone, qualche anziano li osservava in silenzio alle panchine. Enrico era molto invecchiato: i capelli bianchi, le rughe profonde, un paio di incisivi mancanti testimoniavano uno stato di profonda rassegnazione, comune a tanti nostri coetanei rimasti in paese, che avevo visto sfiorire negli anni senza il minimo tentativo di ribellarsi all’inesorabile corsa del tempo. Io avevo avuto cura di me: palestra, footing, una dieta equilibrata. Così, a ogni ritorno, non mancavano gli apprezzamenti sulla mia forma fisica. In realtà, era solo un modo per mascherare un profondo disagio esistenziale…
Qual era il senso di quella rimpatriata? Non lo sapevo. I miei genitori erano mancati da tempo, non avevo più una casa dove andare a dormire, quei deliziosi pranzetti che mi preparava mia madre con la stessa premura di quand’ero fanciullo…
“Chi ti ospiterà in questi giorni?” mi chiese Enrico sorseggiando il whisky.
“Nessuno.”
“La mia casa è a tua disposizione.”
“Apprezzo molto la tua disponibilità, ma ho bisogno di riflettere…”
“Fa’ ciò che vuoi. Se ci ripensi, la mia porta è sempre aperta.”
In serata mi incamminai verso il vecchio albergo. Era l’unico in paese, me lo ricordo sin da ragazzino: non ci andava mai nessuno, talvolta pensavo che fosse una casa come tutte le altre. In effetti, l’unico particolare che lo distingueva era la porta sempre aperta, ma non recava alcuna insegna. In realtà era una semplice pensione. L’albergatore Domenico – ormai quasi ottantenne – non mi riconobbe.
“Vorrei una stanza per stanotte.”
“Favorisca i documenti.”
Mi consegnò le chiavi: salii al quarto piano. La posizione della camera dominava l’intera valle, punteggiata dai lampioni dei centri vicini. Localizzai R., la cittadina dei miei studi liceali. Poco distante A., il paese della prima cotta. Com’è strana la vita! Erano passati tanti anni, eppure le immagini apparivano nitide, le emozioni intatte. Anzi, perfino più intense, confrontate col prosieguo di un’esistenza scialba, insignificante, scandita dalle timbrature del cartellino e interrotta – solo per poche ore – dalle gite fuori porta in cerca d’aria pura. E l’immagine di Irene era ancora quella di una liceale acqua e sapone, un po’ timida, con due occhi cerulei da restare senza fiato.
Sentii suonare il clacson. Erano loro: Gianni, con la sua 127 rossa, e Daniele.
“Ragazzi, non sono ancora pronto. Salite a bere qualcosa?”
“Ti aspettiamo qui: cerca di sbrigarti…”
Finii di impomatarmi i capelli e cospargermi di profumo, quindi scesi giù di corsa. Prima di salire in macchina, mi resi conto che avevo dimenticato la cosa più importante: il regalo. Le feste di compleanno erano l’unica occasione per rompere la monotonia delle nostre serate. Non c’erano locali o discoteche nelle vicinanze, dunque trascorrevamo il tempo libero in piazza. Talvolta si andava al bar e si giocava a carte, tra le urla e le bestemmie degli adulti. E ci sentivamo come loro: malinconici e arrabbiati, insoddisfatti di una vita che non era stata per nulla generosa, relegandoci in un paesino sperduto e abbandonato. Così aspettavamo con trepidazione che qualcuno di noi compisse gli anni, per andare alla sua festa e, magari, trovare un momento di intimità: complici l’atmosfera e qualche bicchiere, spesso era l’occasione giusta per dichiararsi…Irene compiva diciotto anni. Viveva in uno dei palazzi storici di A., lo stemma di famiglia ben in vista sul portone, spalancato per la circostanza. Consegnammo il regalo, dopodiché fummo condotti in un salone immenso, arredato da mobili imponenti e suppellettili di gran pregio. Al centro, un ricco buffet che venne subito assaltato. Era forte, in quei casi, il senso di estraneità che provavo: mi sentivo impacciato e fuori posto, mentre vedevo tutti sorridenti e disinvolti… Irene era più bella che mai. A un certo punto ci spostammo in un’altra sala, ancora più grande, la luce soffusa e una gradevole musica di sottofondo. Irene era la protagonista, quella sera, temevo che mi avrebbe del tutto ignorato. E invece d’un tratto si accorse di me, seduto in disparte col mio whisky. Si avvicinò e mi invitò a ballare. Un lento. Le sussurrai appena: “Sei stupenda…”. Rimanemmo a lungo teneramente abbracciati… Dopo il liceo ci perdemmo di vista: non la incontrai più.
Cullato dai ricordi, la stanchezza ebbe il sopravvento prima che riuscissi a raggiungere il letto. Così mi abbandonai sulla scrivania, vicino alla finestra. All’improvviso una sorta di lampo mi abbacinò. Appariva nitida, tuttavia, l’immagine di Irene.
“Francesco,” mi disse con voce suadente “perché sei tornato?”
“Non lo so. Forse credevo di ritrovare me stesso…”
“Fuggi da qui! Stai cercando qualcuno che non c’è più: vattene via finché sei in tempo, fuggi dal tuo passato!”
Frattanto, la sua immagine diventava sempre più sbiadita… Mi svegliai di soprassalto. Osservai il panorama: in lontananza, adagiata come una signora un po’ stanca ma di classe, vidi le luci fioche della città. Quante volte l’avevo ammirata da ragazzo, bella, foriera di vita, irraggiungibile… Ora sapevo, finalmente, qual era il senso di quel viaggio. Avrei potuto concluderlo in modo diverso: bastava che facessi un salto giù. E invece quel panorama notturno, un po’ malinconico, mi aveva illuminato. All’alba, presi il pullman delle sei e, giunto in città, partii col primo aereo per Milano. Il biglietto era solo di andata.

Tutti i viaggi importanti si fanno con biglietto di sola andata, tutti i ritorni importanti si fanno senza biglietto, al massimo con una moneta sotto la lingua 🙂
Un caro saluto,
Roberto
Il titolo di questo post è benaugurante per l’autore, basta togliere la virgola, io la tolgo per un attimo per dire bentornato a Pasquale e grazie a Fabrizio per avercelo riportato.
Un dettato di parole semplici per dire di un disagio che attraversa l’anima ma anche il corpo, quando si tratta di fare scelte che incanalano l’esistenza verso altre direzioni. Un ritorno per riflettere,per superare il conflitto passato-futuro. Il passato è ciò che ci caratterizza, ventre materno di sicurezza e stabilità. Il futuro mille e mille esami con la vita, esami che andrebbero superati per non morire di nostalgici ricordi.
Francesco sceglie il futuro, altri, prima di lui, non hanno potuto scegliere ma sono stati costretti a farlo perchè la vita non regala niente e il pane si guadagnava a denti stretti,lontano dagli affetti più cari.
Francesco, dunque, va, ma sono certa che nella sua valigia il passato sarà patrimonio inestimabile per meglio superare i giorni della tristezza.
Un forte abbraccio, Pasquale, un altro a Fabrizio
jolanda
Tema non facile quello del ritorno. Sono tanti i motivi che possono indurre al ritorno, in questo racconto: la percezione più o meno consapevole di aver fallito la partita più importante: quella della vita. Francesco si è salvato in extremis, decidendo per il biglietto di sola andata.
Roberto e Jolanda, vi dico grazie ma lasciatevi anche dire bravi: avete colto l’anima profonda di queste righe.
Naturalmente un grazie di cuore al padrone di casa.
Cari saluti,
Pasquale