L’uomo aveva bisogno di aiuto nei campi. I campi avevano bisogno dell’uomo.
L’uomo si faceva aiutare dagli animali, specie dal nobile cavallo. Il cavallo aveva bisogno di nutrirsi. I campi coltivati a biada e giganteschi alberi, maestosi, bellissimi da farti commuovere e tutt’ora quando li vedo mi emoziono.
Un vecchio segnale stradale a Bitetto, prima di entrare nella parte storica, sbiadito, arrugginito, e solo oggi dopo tanti anni che ci passavo sotto mi appare: divieto di accesso ai carri agricoli.
Per allevare un cavallo c’era tutta una economia che ci girava intorno. A incominciare dal carrubo, che è un’ albero protetto…. Ma lo hanno sradicato crudelmente: ingombra, le radici divorano sostanze ai tendoni dell’uva, agli alberi d’olivo… Così, l’uomo contemporaneo, boia crudele della natura che lo ospita da milioni di anni, lo sta distruggendo!
Ci vorrebbe una festa per promuovere e valorizzare il carrubo. Nelle sue immense braccia ha una microfauna e microflora preziosissima!
E come proposi per quella costruzione fantastica tra Mellitto e Grumo Appula, farlo adottare dalle scuole, che spesso si annoiano chiusi nelle scuole-carceri…
In Sicilia, dal carrubo le api fanno un miele eccezionale, purtroppo solo pochi chilogrammi, un miele prezioso che aiuta la produzione dei globuli rossi….
A Modugno, c’era una zona coltivata tutta a carrubi, ”Cornole di Ruccia”. Un’immensa piantagione coltivata con questi giganteschi e fantastici alberi. Mio padre e i miei zii, partivano nella notte immergendosi, inghiottiti, dalla selva di carrubi e tornavano all’alba con i sacchi pieni di cacciagione! Con i baffi roridi di rugiada e piume di uccelli e pelo di volpi sulle ruvide casacche.
(Pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)


Grazie, Francesco, quando vedo questi alberi, o leggo di queste parole, mi emoziono anch’io.
bello, davvero! Io ci ho provato a mangiare il frutto del carrubo, ma non ci sono riuscita… Poi mi hanno detto che sono gli asini quelli che se limangiano… e ancora rido!
bei ricordi di un’infanzia lontanissima da questi tempi, anche se non sono trascorsi secoli!
Ramona, io da piccolo li ho mangiati, i frutti del carrubo, e mi sembravano buoni.
Ma volete scherzare? La carruba è nutritiva e ha un sapore che ricorda la cioccolata. Si mangia così, masticandola lentamente (ci vogliono denti buoni) o si preparano focacce e crostate. Trovate le carrube in ogni negozio di alimentari biologici.
Ben detto, Roberto, sapore di cioccolata… mi pare di ricordare anche che in Sicilia con le carrube si preparava una bevanda deliziosa, che si dava d’inverno in casi di raffreddamenti.
Giorgio e Ramona, percepisco in voi come un *dulce malum*, un male dolce ma necessario: emigrare a sud dei ricordi, tornare a casa, di scintilla in scintilla, il ricordo si nutre di sé.
Grazie Roberto e grazie all’amico Tommaso per essere riuscito, come solo i poeti sanno fare, a tratteggiare il sentimento…
f.s.
Bè, più che di cioccolata, secondo i miei ricordi lontani, il gusto assomigliava a quello della liquirizia… Però no, davvero, non l’ho gradito un granchè, ero piccola e mi piacevano altre cose (poche).
@Francesco: ebbene sì, da parte mia un po’ di amarcord c’è, e scritti come questo non possono che provocare una piacevole nostalgia che scalda il cuore. Perciò grazie!
Che post simpatico, Francesco. Proprio ieri raccontavo a mia figlia della fame che c’era molti e molti anni orsono,quando nemmeno io ero nata. E di come le carrube s’inserissero in un contesto sociale di povertà fino al punto che giovani studenti universitari che passavano lo stretto per i loro studi, si riempissero le tasche di fichi secchi e carrube per smorzare la fame fino al rientro a casa.
Le carrube sono buonissime, io le mangiavo volentieri, ricordo pure caramelle al gusto di carruba. Adesso non so, ma di una cosa sono certa : le troverò per farle assaggiare alle mie figlie.
Tommaso ha ragione, le cose buone della vita andrebbero preservate.
Grazie,dunque, Francesco.
Un carissimo saluto a Tommaso di Ciaula.
jolanda
di carrubi e carrube ignoro tutto.
magari li ho visti e le ho mangiate e nessuno mi ha detto che erano loro.
però è bello imparare dalla vita degli altri.
non è bene che l’uomo sia solo, diceva qualcuno.
in Sicilia ci fanno anche le caramelle, che sono state la delizia dell’infanzia mia e dei miei compagni di scuola, nonché uno sciroppo splendidamente lenitivo della tosse e del mal di gola
(dopo un incendio, di due grandiosi, nell’uliveto di mio padre ne è rimasto … mezzo, con pochi rami:
mio nonno ne vedeva i frutti alle pasticcerie di Messina: la farina di essi tritati fungeva da emulsionante per i dolci)
niente, nella vita dei padri, andava inutilizzato: ogni minima cosa era una ricchezza che riempiva i giorni
bellissimo pezzo, un grazie al grande Tommaso di Ciaula, una pagina di autentica poesia della “realtà di tutti” (come scriveva Capitini), cui, nonostante le apparenze, continuiamo ad appartenere
errata corrige: ovviamente “ne vendeva”
Fabrizio, non puoi non averle mangiate, sono fantastiche. Io le rubavo, letteralmente, dalla sacca nella quale mio zio metteva il pasto del cavallo, dopo avergliela legata al collo. Qualche tempo fa le ho trovate a una fiera e le ho fatte assaggiare anche ai miei figli. Non ti dice niente il termine “sciuscèlle”?
fm
Francesco, stai riportando alla memoria la mia infanzia napoletana.
un abbraccio
fabrizio
caro tommaso
ti scrive franco arminio.
ci incontrammo moltissimi anni fa a roma.
ti ricordi?
mercoledì sarò a bari alle 18, alla libreria laterza per presentare il mio ultimo libro.
mi piacerebbe incontrarti.