Cinque canzoni di Roberto Galofaro

7 gennaio. Ciò che disse il workaholic

Gennaio è bianco latte
non come la neve bianco
piatto, liscio, immobile
non chiamarlo è inutile
non si volterebbe
Ti sei accorto che è ricominciato?
Ora rinumera le stagioni
da una settimana intera
Ricordi la sequenza?
Ormai è bianco e andato
latte versato, tempo scandito
ticchettio, capelli grigi,
un altro suono, l’hai sentito?
Meno di una mano e mezza
i giorni, e già sei stanco
hai rinnovato ancora
la tua sfiducia nella primavera.

L’alba me la ricordo viola
lontana, opalescente,
confusa nella foschia iniziale
e tramonti ne ho visti
accesi di porpora.
La luce elettrica del neon
riflessa sul piano di formica
delle scrivanie allineate
il riverbero azzurro
dei monitor all’ora di punta
la consistenza cedevole
al tatto della tastiera.

Le donne delle pulizie a sera
avanzano nei corridoi
silenziose, opache, schive,
non mi disturbano affatto
non più del ventilatore.
Cos’era questo fuoco
o questo tuono fiacco
l’eco di una risata
dalla sala dirigenti
le cicche spente sotto la moquette
di sigarette aspirate alla finestra.

Ho visto ogni mattina
tutte le mattine sante e profane
il cielo grigio marmo
chiudersi oltre le porte a vetri
in questo santuario dall’ingresso ampio
dal quale non ricordo mai
d’essere uscito.

Sublicio notte

E quando mi hai mostrato
il ponte Sublicio
cercando un parcheggio a Testaccio
e per tre volte abbiamo fatto il giro
dico: tre volte perdio,
quarantacinque minuti.
Non è questa la generazione degli eroi
non è questo il ponte della disfatta
una ricostruzione postuma
dalla discendenza inerte dei sopravvissuti
gli ignavi in doppia fila, i trafficanti,
abiti stretti, sampietrini, le infradito
la storia si è arenata improvvida
sventura che si abbatte alla cieca
rimostrante invano
Ne abbiamo seppellito troppe volte
gli artefici, gli artifici,
i fuochi artificiali che rimbombano
nel cuore della notte a perdifiato.
L’ansia che ci scompone gli abiti
ha preso il posto comoda
dell’ambizione antica.
Alle madri racconteremo
altra canzoni, altre emozioni facili.
Intanto ci affondiamo tra la folla,
numeri incontro ai numeri.

Troppi caffè

È fresco come un vezzo impuro
il gesto noncurante con cui pieghi
e afferri e poi rialzi
contro il tallone sollevato
il nastrino del sandalo azzurro.
Il minimo spettacolo
sul marciapiede affollato
(per poco non ti travolge un occhialuto)
rivela la stagione: primavera
nostro malgrado.

Via dalla pazza folla

Siedi di fianco a me
abbandonata
alla musica che ci assorda
le nostre piccole scemenze
tra gesti esagerati e occhiate vuote
dobbiamo gridarle
dritto nelle orecchie.
Si è sciolto tutto il ghiaccio
nei bicchieri, ora batto
il tempo con le dita
sulle tue ginocchia
le tue pupille due trentatré giri
(bravo chi la capisce questa)
spalancate enormi.
Ora non parlo più, tu dormi.

Dovere e piacere

Solo per un bacio delle tue labbra nervose,
quando abbiamo chiuso a chiave
tutte le parole odiose
solo per l’incendio delle tue dita
per la tua mano aperta
l’incavo della spalla il collo
la tua pelle nuda
solo per il profumo caldo
per un fiato del tuo sospiro
E quando poi mi dici
di non farlo più di non peccare
di lasciare andare in ombra
i baci negli scantinati
nei parcheggi sotterranei
di centri commerciali sovraffollati
E spezzi ogni catena
l’esile corda che ho teso
da davanzale a davanzale
stacchi ogni conto sospeso
strappi, cancelli, neghi
le tue labbra, le tue labbra, le tue labbra,
ancora la maledizione
la mia colpa la tua distrazione
Basta, adesso basta
stropiccio gli occhi
riprendo a camminare.

[Roberto Galofaro è nato a Palermo nel 1979, ha vissuto infanzia e adolescenza a Gela. A Roma da dieci anni, lavora da quattro nell’editoria].

17 pensieri su “Cinque canzoni di Roberto Galofaro

  1. Roberto Galofaro

    Grazie Francesca! Purtroppo è una delle controindicazioni.

    Un grazie di cuore a Rosella per questo post, che rende pubblico ciò che era privato (immaginate l’ansia…).

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  2. Armati

    Ciao Roberto,

    è bello scoprirti poeta (anche se non dubitavamo): il verso più bello nelle tue cinque canzoni?

    è primavera nostro malgrado,

    questo merita di essere citato

    Rispondi
  3. Serena

    Rosella ha fatto bene, perché sei bravo. E, non so perché, la sensazione di bianco del drogato di lavoro mi è molto vicina, assomiglia molto a quel senso di stordimento da schermo del computer che provo la sera. Hai azzeccato in pieno.

    Rispondi
  4. Roberto Galofaro

    Grazie Cristiano, i tuoi complimenti fanno un gran piacere (anche perché… ne dubitavamo!).

    Serena, vuol dire che lavori troppo. Smetti. 🙂

    Mi permetto due parole noiose sul perché si chiamino “canzoni”. Prima: perché sono facili come le canzoni pop, nell’intenzione almeno, giocate su immagini semplici, senza concetti o filosofie da sviscerare. Seconda: perché in qualche caso sono legate come “a orecchio” a testi di altri poeti (per dirne una: la poesia sul Brooklyn Bridge di Kerouac è sottotesto di Sublicio notte).

    Grazie ancora, alle prossime canzoni.

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  5. micol

    ma pensa, io invece stavo per citare:

    hai rinnovato ancora
    la tua sfiducia nella primavera

    c’è molto di sentito nelle tue parole. che poi è la cosa più bella del leggere i testi di persone che conosci. ritrovartele davanti agli occhi. identiche e diverse.

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  6. Raffaele Mozzillo

    queste canzoni sono dirette, metropolitane, sono fatte dell’oggi; ma sono intense e tristi, sono fatte di ricordi.

    l’ansia aiuta sempre.

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  7. florinda

    roberto inaspettato poeta
    ammiro molto la capacità di chiudere a chiave tutte le parole odiose, prima di stropicciarsi gli occhi e riprendere a camminare…

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  8. allatuadestra

    Belle. Mi sembra di leggerle in musica, e mi appare proprio quell’alba viola, lontana, opalescente, che ha il colore dei ricordi…

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  9. Luna

    non ti scopro, ma ti ritrovo poeta e – dice bene Raffaele – cantore metropolitano e dell’oggi che riesce a mettere in versi la profana ritualità di giorni trascorsi dinanzi a monitor accesi e fatta di neon, riverberi azzurri o sigarette aspirate alla finestra o l’ansia degli ignavi che porta a tuffarsi tra la folla come pure a cogliere la poesia di un tallone nudo e di una mano che solleva il nastro di un sandalo azzurro tra “i numeri incontro ai numeri” che affollano un marciapiede…

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  10. Girolamo

    Esistono ancora parole poste in sequenza che riescono ad emozionare, emozionarmi, meglio…Scrivi parole che ancora tendono, sfiorano corde profonde, mescolanze di antichi sapori, un passato lontano che ci unisce, ed una nuova vita che sconosco… Ti riconosco, e sono felice ,che il seme appena germogliato che allora solo spiavo, adesso ha già messo solide radici, e mostra lucente la sua corolla. Fai strada adesso…
    A presto Rob.

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  11. Roberto Galofaro

    Grazie signore e signori (e amici del liceo, che ancora vi ricordate di me: sì, sono proprio io, il terzo in piedi della seconda fila!).
    E io che pensavo di esser stato fin troppo “libresco”! Guarda che pioggia di emozioni! 🙂

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  12. martina

    Fai bene a chiamarle canzoni perché tali sono, e brava Rosella che le ha pubblicate qui. Tutto misurato, le parole, il ritmo. Belle Rob e grazie perché è stata davvero una bella sorpresa.

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  13. Roberto Galofaro

    Già, anche la foto è mia. Peccato non siamo riusciti a trovarne una “metropolitana” che potesse andare bene. Ma le formichine sono suggestive comunque. Credo.
    Grazie Rosella e per la scelta delle poesie, e per la ricerca della foto tra le mie. Non hai scritto nulla a commento, ma la sola tua proposta di pubblicarle qui è stata per me un gran riconoscimento.

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  14. ettore malacarne

    Roberto
    Quando ho letto Canzoni mi aspetavo qualche mp3, pensavo Guarda te, Roberto compone canzoni, invece sono poesie. Mi hanno reso dolci questi istanti della sera. Ho gradito in modo particolare Troppi caffè. Immagino che queste cinque siano sorelle di altre: mi piacerebbe conoscere l’intera famiglia.

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