Nathan Zuckermann, personaggio letterario e alter ego di Philip Roth, ritorna sulle pagine del nuovo romanzo del celebre scrittore americano: “Il fantasma esce di scena” (Einaudi, pagg. 230, € 19, traduzione di Vincenzo Mantovani), pubblicato lo scorso anno negli Usa con il titolo di “Exit ghost”.
Un ritorno in scena per… uscire di scena. Sì, perché a quanto pare questo libro dovrebbe segnare “l’addio” del buon vecchio Zuck.
Il personaggio Zuckermann appare per la prima volta nel 1974 in “My life as a man”, dove svolge il ruolo di alter ego letterario dello scrittore Peter Tarnpool (a sua volta alter ego di Roth). La sua prima comparsa da protagonista, datata 1979, avviene nel romanzo “Lo scrittore fantasma”: qui il giovane Zuckerman rende visita al suo idolo E. I. Lonoff, affermato autore “auto-reclusosi” in una baita.
Zuckerman ritorna da protagonista in altri romanzi, tra cui “Pastorale americana” (1997) – il capolavoro di Roth – fino a “La macchia umana” (2000), romanzo da cui – nel 2003 – è tratto un film omonimo diretto da Robert Benton, con Antony Hopkins e Nicole Kidman (la parte di Zuckermann viene interpretata da Gary Sinise).
A livello di curiosità segnaliamo che Zuckerman appare anche in “La terra sotto i suoi piedi”, romanzo di Salman Rushdie ambientato in un mondo popolato da alter-ego letterari.
In “Il fantasma esce di scena” Zuckermann è settantenne e malato: deve fare i conti con un cancro alla prostata. Anche questo libro, dunque, riflette l’ossessione di Roth per la malattia e il degrado fisico e mentale dell’uomo (altra sua ossessione è il sesso; anche di questa se ne trova traccia nel nuovo romanzo). Il tema della morte e della malattia, peraltro, avevano già trovato sfogo in altre opere, tra cui i celebri “Everyman” e “Patrimonio”.
«La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro», sostiene il protagonista di Everyman. Del resto, come leggiamo ne “L’animale morente”: «bisogna fare una distinzione tra il morire e la morte. Non è tutto un morire ininterrotto. Se si è sani e ci si sente benissimo, è un morire invisibile. La fine, che è una certezza, non dev’essere per forza annunciata con spavalderia».
In questo nuovo libro, si diceva, Zuckermann non è più sano. Proprio per questo l’anziano e malandato scrittore di successo decide di rinunciare all’isolamento volontario sui monti del New England. Parliamo di isolamento anche mediatico, non solo fisico: «Non vado a mangiare fuori, non vado al cinema, non guardo la televisione, non possiedo né un cellulare né un videoregistratore né un lettore dvd né un computer. Continuo a vivere nell’Era della Macchina da Scrivere e non ho idea di cosa sia il World Wide Web». Il ritorno a New York avviene dopo undici anni: Zuckermann deve curarsi l’incontinenza determinata dal tumore alla prostata e dal conseguente intervento.
Siamo nel 2004 e Zuck scopre un’America diversa e a lui sconosciuta (per via del proprio isolamento volontario): quella post undici settembre. Qui incontra una giovane aspirante scrittrice: Jamie. Pur essendo vecchio, malridotto e impotente – e nonostante la giovane sia una donna sposata – Zuckermann si invaghisce di lei. Se ne sente attratto in maniera inesorabile… ma vana.
Di seguito conosce un giovane e rampante scrittore – Kliman – che ambisce a scrivere la biografia del grande Lonoff (autore venerato dallo stesso Zuckermann). Kliman cerca di carpire informazioni “scomode” da Amy Bellette – compagna di Lonoff – un tempo bellissima, ma oggi segnata dalla malattia e dalla vecchiaia. E nel disfacimento ingiusto e inevitabile di quella donna, Zuckermann riconosce il segno del proprio declino fisico e mentale. Dirà a se stesso: «Quando avevo deciso di cercare l’aiuto della medicina a New York, quello che perdeva non era soltanto il mio pene, e il cattivo funzionamento non riguardava soltanto lo sfintere della vescica; e la sciagura annunciata non era tale che io potessi continuare a sperare di limitare la perdita solo al corpo. Questa volta era la mente, e questa volta il mio presentimento stava ricevendo qualcosa di più di un breve preavviso, anche se, a quanto ne sapevo, non molto di più) ».
E poi, poco prima, riferendosi alla sua attività di scrittore (e – immaginiamo – rispecchiando il pensiero dell’autore, alter ego del personaggio): «Non c’è più nulla di certo se non che questo sarà probabilmente il mio ultimo insistente tentativo di andare brancolando in cerca di parole che possano combinarsi nelle frasi e nei paragrafi di un libro».
Addio, caro buon vecchio Zuck.
Massimo Maugeri

Una sciocchezza: in Italia il primo romanzo con ZucKermann protagonista si intitola “lo scrittore fantasma”. Ciao
Grazie per la segnalazione, caro Alessandro.
In effetti nell’articolo ho scritto “Lo scrittore esce di scena” anziché “lo scrittore fantasma”.
Si tratta di un lapsus…una specie di fusione tra il primo e l’ultimo titolo della serie Zuckermann.
Vado a correggere 🙂
Grazie ancora.
Chissà se questo libro sarà davvero l’ultimo della serie Zuckermann…
Secondo voi?
Avete notizie in merito?
«Non c’è più nulla di certo se non che questo sarà probabilmente il mio ultimo insistente tentativo di andare brancolando in cerca di parole che possano combinarsi nelle frasi e nei paragrafi di un libro».
….Massi, non so se questo libro sarà l’ultimo della serie Zuckermann.
So però che queste parole non precedono una fine. Ma un inizio, ogni volta che si scrive. Una continuità oltre l’invisibile morte, l’invisibile dolore. L’invisibile indifferenza.
Scagliare parole contro la morte è sempre un modo – l’unico – che abbiamo per non fare mai uscire di scena noi stessi.
Sì, perchè anche noi siamo fantasmi. Ma i lenzuoli che ci coprono sono incisi di versi.
Un bacio (bellissima recensione)
Simo
Grazie, Simo…
ma il tuo commento è più bello della mia recensione.
Un bacio a te.