Non c’è casa, più – di Frank LONETTI

casalonetti1Non c’è casa, più, pensa F. E non c’è più mio padre, perso andato mancato defunto morto il nove marzo di quest’anno, mio padre che viveva qui nella casa, mio padre dunque, mio padre, mio padre e la malattia, la sua catastrofe, la mia seconda catastrofe, il suo inizio e la sua fine…
Non c’è casa più, pensa F, e ora ricordo, e ricordo che lui all’inizio non mi sembrava così diverso da prima, anche se sbottava talvolta e imprecava sono malatooo-o e si sconfortava, e la sua malattia sembrava stagnare sembrava starsene acquattata, e però esisteva in effetti, lì fra le sue cose là fra il suo guardaroba elegante, là fra i suoi pacchetti di sigarette e le radioline per sentire le partite, e là dentro la scatola di ottone con gli accendini persino, e persino là fin dentro ai suoi borselli pieni di chiavi tra le scarpe sformate e il rasoio elettrico e il dopobarba, segnando e occupando la malattia il suo territorio e creando e ammantando di senso nuovi oggetti – arnesi invadenti ma rassicuranti in qualche modo—come la bilancia per controllare tutti i giorni il peso, le montagne di medicine per endovena per bocca e per culo, le caramelle senza zucchero i biscotti dietetici i plichi infiniti di analisi lastre e diagnosi.. Ma per lui era sempre la stessa diagnosi e il male gonfiato nel ventre precipitò a un certo punto, ricordo, e saliva ogni poco a spanargli il cervello e mi chiedevo che cosa sapeva, e sospettavo che lo sentisse vicino questo buco nero, quest’oscuro mai considerato che veniva e lo attirava a sé lo voleva e si nutriva di lui, ed era allora per lui credo un sollievo andare qualche volta in un coma in cui riposava in completa lontananza sloggiato da se stesso, ricordo, e quando ogni volta poi ritornava indietro incerto e ripeteva più volte incredulo “ma sono io?” era strano comico struggente, ricordo, assistere a questa lotta della sua volontà per tornare ad articolare se stessa..
E cercavamo, io e lui, ricordo, nel buio del pensiero il rimedio, e l’ansia pervadeva la casa e l’ansia si diluiva e poi ritornava, e facevamo finta di niente o scoppiavamo d’ira e urlavamo l’uno contro l’altro e bestemmiavamo, ricordo, e io lo guardavo dal balcone che parcheggiava a fatica e percorreva in diagonale a passo incerto il viale ampio troppo ampio, e aveva fretta di salire a lavarsi la pelle della pancia dove somatizzava tutta la sua rabbia…
E fuggivo io, ricordo ancora, e mi ritraevo davanti al vero, al tanto, al troppo, e cercavo di distinguere tra me e lui, ma ritirarsi dalla morte è lo stesso che assistervi e la sua rovina si dilatava, era dovunque dirigessi la mia fuga ad ogni sosta e in qualsiasi posto io fossi nelle giornate di sole, per i prati ed i casali dove potevo scappare…
E lui peggiorava, ricordo, ritornava sempre di meno se stesso ed era sempre di più la sua malattia, e io gli urlai contro una volta quando nel sollievo di mangiare un panino dopo uno dei tanti controlli non si accorse di avere la bocca tutta imbrattata di di sangue, e poi il famoso chirurgo, il famoso chirurgo ricordo mi disse di sì che l’avrebbe operato e io guardavo lo studio dalle pareti verdastre e speravo in quel chirurgo, perché lui aveva mani d’artista era risaputo, perché piuttosto che non ci restava ore e giorni in sala operatoria, perché lui era interventista sempre perché era comunista persino, perché lui era il cristo giallo e magro che redime il peso della rovina epatica che attanaglia il mondo, era lui allora il rimedio-la risposta-la soluzione, ricordo, perché lui era il dottore che spezzetta e ricompone gli uomini, ricuciti e come prima, pronti ad andarsene in giro con i giornali sottobraccio e la posta da aprire di nuovo…
E poi invece il famoso chirurgo, ricordo, venne a dirmi che ci aveva provato ma con mio padre non si poteva fare, non c’era niente da fare a mio padre non glielo poteva cambiare il fegato che dentro di lui ci aveva trovato un tessuto fibroso insondabile, un groviglio inestricabile di diverticoli, come un cielo di stelle implose, e io allora uscii fuori all’aria fuori dall’aria dell’ospedale a vedere se per caso era rimasto un pezzo di mondo, ricordo, e Torino era avvolta in una specie di melassa inquietante, ricordo, e l’aria pungente del mattino in cui avevo camminato nella neve come un soldato che sorveglia l’accampamento era sparita, ricordo, ed era salito un sole bagnato e nevoso anch’esso, ricordo, Torino mi appiccicava addosso neve e raggi di sole, ricordo, e improvvisamente ero un reduce un soldato ma senza più una causa e mio padre era tra i fumi dell’anestesia, ricordo, e avrebbe aperto gli occhi soltanto per non avere più la forza di chiuderli, ricordo, e ed io ero improvvisamente troppo stanco e una strada di casa voleva disegnarmisi sul volto, ricordo…Ma non c’era strada e non c’era casa.
E non c’è casa, più, pensa F. E ora ricordo…

Frank Lonetti

20 pensieri su “Non c’è casa, più – di Frank LONETTI

  1. P+

    Scusate l’OT, ma è per un’iniziative meritoria.
    Sono iniziati i lavori per la terza edizione del Premio Baghetta, che potete seguire in chiaro e in diretta sul blog http://www.baghetta.splinder.com
    Da una rosa di 37 libri di poesia pubblicati nel 2008 in Italia, si sta procedendo a un’ulteriore selezione (è possibile anche votare sul blog) che decreterà i finalisti che in primavera parteciperanno ai due convivi popolari al Castello Colleoni di Solza.

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  2. Pauli

    Un racconto difficile da commentare…forse impossibile…io penso sia più facile leggerlo e basta…daltronde l’intensità e l’emotività che comporta ogni parola non da modo di fare altro, se non condividere il BRAVO FRANK!!!

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  3. marino

    tu non ci crederai ma é uscito anche a me sbagliato e anche senbrare. ma non importa, cosa importa é che, secondo me, c’é davvero quel passo. e grazie a Paolo di averti proposto qui.

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  4. Chiara Daino

    ” perché lui era il cristo giallo e magro che redime il peso della rovina epatica che attanaglia il mondo ” – e si veste di grafica la tela di Gauguin: un segno nero [ lutto ] marca/marchia cose e persone. E quale sfera dello spazio – ora – chiamiamo “casa”?

    Grazie a Frank per il ri-Tratto che ri-Porta.
    Grazie a Paolo che è tramite. Al pensiero. Alla sintesi dei sensi.

    Chiara

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  5. katebeing

    se non conoscessi la tua voce. qui l’avrei sentita per intero. Le parole sono inflessioni di un suono unico, si risolvono in secondarietà in questi casi.

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  6. Toni Gatti

    Alè il Cicciuzzo!
    Hai visto: è già Natale,o quasi. Ho fatto il presepe col muschio dentro il camino. Comunque l’inverno hai suoi lati positivi perchè posso andare in giro con le mani in tasca senza sembrare troppo introverso.
    Auguri!

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  7. Frank Lonetti (Lallazioni Lavabili)

    Alé Totò!
    Io oggi ho acquistato dei regali per chi me li fa per forza. Non avevo molto entusiasmo: mi è venuto però, quando ho visto questi bellissimi cavatappi di vari colori pastello, e me li sono fatti impacchettare. Così però rischio di sembrare infingardo. 🙂
    Auguri

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