Pensieri sull’amore davanti alla tele (I/III), di Andrea Sartori

I. Madonne contemporanee

Qualche sera fa ho guardato alla televisione un programma condotto da Antonella Clerici, Il treno dei desideri. Ero annoiato, non sapevo cosa fare, le otto ore di lavoro trascorse in ufficio avevano indebolito la mia volontà, ottundendomi la percezione di ciò che normalmente ritengo davvero interessante: nella lettura, nella musica, nel cibo, nella stessa televisione. Con un vasetto di Jocca ed un cucchiaio in mano, ho iniziato a pormi una domanda. «Perché guardo questa cosa?».

Un cuoco calabrese, immigrato sull’Isola di Man, e lì sposatosi anni fa con una donna inglese, raccontava a me, e un po’ a tutti quelli che erano sintonizzati sullo stesso canale, della nostalgia per la famiglia d’origine. La mamma, il papà e la sorella, ascoltavano le sue parole dallo studio televisivo, con Antonella Clerici al loro fianco. L’uomo, ancora giovane – aveva più o meno la mia età – rilasciò alcune lacrime al racconto dei suoi tre figli, uno dei quali, di soli sette od otto anni, ancora non parlava. Il tubo catodico trasmetteva immagini del piccolo silenzioso e sorridente sui prati dell’Isola di Man, la mamma vicino, il padre che lo abbracciava, mentre la voce di questi si sovrapponeva alle immagini provenendo da un’altra registrazione. Nastro su nastro, la mise en abyme degli affetti si sciolse allorché la famigliola dell’Isola di Man entrò nello studio televisivo, tra applausi che celebravano la riunificazione con i nonni anche loro muti, o tutt’al più balbettanti, e con la giovane zia spigliata e a proprio agio. Io pensai al bambino che non parlava, al fatto che i nonni non avevano mai conosciuto i due nipotini più piccoli, al cuoco che mancava dall’Italia da circa sei anni, esiliato per la necessità di trovare un lavoro al largo delle coste settentrionali della Gran Bretagna. Dallo Ionio al Mare del Nord, pensavo, il salto mortale è triplo: sul piano climatico e geografico, su quello culturale e dei costumi, su quello personale e psicologico. Secondo una perfetta, studiata, progressione esponenziale, magari progettata a tavolino da qualche creativo della RAI. Continuavo a chiedermi perché non avessi ancora cambiato canale, e mi accorsi, con un certo spavento, che forse quella trasmissione era specchio d’uno status quo degli affetti, nel quale non potevo non rientrare anch’io, con tutto o quasi il mio senso individuale. Il calabrese dell’Isola di Man rimandava l’immagine del mio, del nostro, analfabetismo emozionale e morale, ma ad un tempo ne emendava la pochezza, proprio esibendolo: io, e con me molti altri, apprendevamo dalla televisione l’infinito amore della mamma e del papà per i figli, della zia per i nipoti, dei nonni per i loro figli, e i figli dei loro figli. La famiglia, così, ne usciva caricaturalizzata e ricomposta, annientata e riconfigurata su di un altro piano. Il Treno dei desideri mi insegnava che cosa è buono e che cosa non lo è, come si comporta un genitore, come ci si abbraccia tra padre e madre, tra genitori e figli. La famiglia borghese sarà anche in crisi, pensavo poi, ma non ha liquidato, come invece scriveva Adorno nell’aforisma 2 (1944) dei Minima Moralia, «l’utopia che si nutriva dell’amore di madre». Eccola lì, davanti a me, nel riquadro televisivo, l’utopia realizzata dell’amore di madre.

Che cos’è, questa, se non un’aura incondizionata degli affetti, per la quale non ha più senso porsi il problema del gettone di presenza, del cachet per la partecipazione al programma televisivo, del mercanteggiamento delle emozioni, poiché non v’è più un altrove in cui andare a scovare un residuale impulso alla fiducia, alla prossimità semplice, alla pietà? Né qui dove sono io, né sull’Isola di Man.
La totalità è tutta qui, in perfetta coincidenza con uno stato che, però, non ci rassegniamo a definire altrimenti che falso.

C’è un dipinto di Raffaello, tra i più noti al mondo, conosciuto con il nome di Madonna Sisitna – ospitato dal 1754 nella Pinakothek di Dresda (Gemäldegalerie), ma realizzato originariamente per l’abside della piccola chiesa di San Sisto in Piacenza – che offre alla coscienza estetica un’immagine inarrivabile dell’amore materno. Parole d’ammirazione sono state spese per questo dipinto da J. J. Winckelmann, A. W. e F. Schlegel, J. W. Goethe, A. Schopenhauer, J. G. Herder, G. W. F. Hegel, F. Nietzsche, S. Freud, W. Benjamin, M. Heidegger, e non è illecito ritenere che un’allusione di Adorno, contenuta nella Teoria estetica, alle Madonne raffaellesche, rinvii proprio alla Sistina. Classicamente, l’aura dell’opera d’arte avvolge questo dipinto, e si mantiene in maniera paradossale anche nelle riproduzioni di alcuni suoi particolari in chiave pop, da quelle di A. Wharol, a quelle dello stilista E. Fiorucci. Certo, dopo Benjamin e lo scritto sul Kunstwerk nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, si tratta di marcare con esattezza il carattere paradossale dell’aura conservata dai prodotti della cultura di massa, cioè dai prodotti di consumo e del lifestyle design (poiché la sociologia dell’arte non può ignorare che non solo le opere sono oggi mercificate, ma che anche la merce, reciprocamente, è sempre più estetizzata).
L’aura dell’unicità ed irripetibilità artistica solo apparentemente si annulla nella sua riproducibilità tecnica, risultandone condizionata, poiché contemporaneamente essa viene trasposta come unicità ed irripetibilità, qui ed ora, di un sistema che si perpetua in risultati regolati dalle proprie indiscutibili leggi, e che così consegna tante rappresentazioni singolari di sé quante sono le sue opere, i suoi prodotti, indifferentemente più o meno creativi, più o meno seriali. L’aura investe pertanto il dispositivo della produzione creativa, e che questo possa apparire condizionato da interessi economici, da ambizioni di potere, dall’impulso di qualcuno a primeggiare sul mercato, è cosa pressoché indifferente nella sostanza.
Ciò è potuto accadere perché non solo un dipinto come la Madonna Sistina è finito raffigurato su magliette, saponette e poster, bensì perché analogo destino hanno conosciuto gli affetti oltremodo umani che costituivano il sostrato di immagini come quella: l’amore di madre di cui scriveva Adorno, il «dolce stupore», la «disinvoltura» e quasi la «spregiudicatezza» che Herder vedeva proiettati nella Madre raffaellesca. La Beförderung dell’umanità, quell’avanzamento, quel promuovimento dell’umano che Herder ravvisava nella «nuova figura dell’umanità» offerta dalla Sistina, è finito contraffatto in un format televisivo, nella mimesi d’un prodotto della cultura, cioè della seconda natura, che quasi ha cancellato il ricordo della mimesi naturale dell’altro autenticamente altro, cioè d’una vicinanza compassionevole o dolorosa, simpatetica o innamorata. O meglio, in un format che vive proprio grazie a questa vicinanza imitata, a questa mimesi trasfigurata, e diviene grottesco strumento di ri-alfabetizzazione emotiva, come se forme naturali di apprendimento non fossero più né date, né possibili.
Come definire questo stato di cose se non nei termini di una «emergenza di specie» che è giunta ad intaccare il lessico più semplice e meno strutturato delle relazioni umane, ponendolo insensibilmente in pericolo? Una volta assuntane consapevolezza, come reagire a questo stato di cose se non proponendo, in chiave ricostruttiva, una «psicologia della specie», ovvero una psicologia da comporre tratto a tratto, a partire dai vissuti psichici individuali, in vario modo reificati, offesi, mediaticamente invasi? La psicologia, per definizione, è sempre stata materia individuale, di psychè singolare, e tuttavia l’allarme emergenziale lanciato ad esempio dalle pagine de ilprimoamore.com, impone d’imprimere alla stessa psicologia uno scarto, un riorentamento sovraindividuale, che chiami in causa l’appartenenza ad un medesimo universo di sofferenza psichica, nel quale ne va tanto dell’utopia della felicità di tutti, quanto del disorientamento di ciascuno.

La rivolta di quasi tutta la filosofia del XX secolo contro lo psicologismo, rivolta avente il suo precursore settecentesco nel Kant della seconda edizione della Critica della ragion pura (1787), quello ottocentesco nel Frege della Ideografia (1879), e i suoi massimi rappresentanti in E. Husserl, M. Heidegger e nel primo Wittgenstein, ha però in parte affossato il punto di visto psicologico in materia filosofica, lasciando l’individuo privo di strumenti emotivi, soggettivi, per comprendere le domande ultimative, ovvero comuni a tutti gli uomini, della propria esistenza. Una psicologia della specie, come a suo tempo l’antropologia filosofica, si collocherebbe in questa terra di nessuno lasciata libera dal ritrarsi della filosofia dalla cogenza psicologica del domandare, in un vuoto che i minuti specialismi scientifici rivestono oggi con le tessere slegate del comportamentismo, della neurobiologia, dell’etologia, della psicofarmacologia, delle scienze sociali… .

2 pensieri su “Pensieri sull’amore davanti alla tele (I/III), di Andrea Sartori

  1. Carla

    l’arte si è sempre venduta, l’arte è puttana per antonomasia, fin dalla notte dei tempi…
    e anche la rivoluzione lo è.

    ciao

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  2. macondo

    Rifondere i saperi e riarticolare le conoscenze, di contro all’iperspecialismo dominante. E di contro alla storia e agli interessi politico-economici invalsi negli ultimi secoli in ambito di ricerca, sperimentazione e tecnologia…

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