“Che cosa ti ha portato qui?” mi chiese il primo che incontrai nella mia nuova vita. Domanda di rito, alla quale con pazienza diedi la risposta di rito. Risposta che poi con pazienza ho dato e ridato chissà quante volte, anche perché qui non c’è molto altro da fare.
“Mi ha portato qui la logica fine di una vita segnata. Lavoravo da più di vent’anni nella stessa azienda e il mio capo, fra l’altro un malato, un cardiopatico, mi sottoponeva da lungo tempo a una persecuzione feroce. Non ricordo più come fosse iniziata, forse l’aveva scordato anche lui. Fallii in in tutti i tentativi di andarmene, evidentemente era quella la pietra in cui dovevo inciampare.
Alla fine, poco più di sei mesi fa, malgrado fosse ormai malatissimo e si temesse per la sua vita, con una montatura infernale costui riuscì a incastrarmi. Me la cavai per un soffio, ma mi presi sei mesi di sospensione dall’impiego e dallo stipendio.
Mentre mi trovavo a casa con neri presentimenti mio figlio che non aveva ancora diciassette anni venne da me e mi disse: “Papà, sai che la scuola non m’interessa e che riesco male. Voglio andare a lavorare, oltretutto la famiglia adesso ne ha bisogno. Lo zio di un amico mi ha offerto un posto di fattorino, comincio domani”. Non ci fu nulla da fare, dovetti cedere.
Nemmeno una settimana dopo, facendo una consegna, mio figlio cadde dal motorino e morì. Lasciai che gli prendessero gli organi, in quel momento non capivo nulla e non m’importava di nulla. Ricordo solo che firmai qualche scartoffia, il consenso doveva trovarsi lì in mezzo.
Quando terminò la sospensione e tornai al lavoro la prima persona che mi vidi davanti fu quel capo che pensavo ormai morto. Ma al contrario sembrava star molto meglio, quasi fosse addirittura guarito. Sorpreso, non riuscii a trattenermi: “Lei qui? Ma non era moribondo?”.
Con un sorriso strano rispose: “Non l’ha saputo? Guarito, guarito completamente. Con un cuore da ragazzino. Anzi, con IL cuore di un ragazzino”.
“Come sarebbe?” feci io, subito attento.
“Credevano che fossi ancora sotto anestesia, quei due infermieri, ma io li sentii benissimo mentre dicevano che mi avevano messo il cuore di un ragazzo che facendo delle consegne era caduto dal motorino…”
Furono le sue ultime parole.
Come non fargliela pagare?
Almeno adesso mio figlio riposa in pace. Mio figlio intero, pezzo per pezzo.”

Caro Roberto,
humor nero e odî feroci. Spero davvero che questa beffa della vita non rifletta un’esperienza personale, e sia un saggio della tua abilità di costruttore di situazioni.
caro roberto, buon anno! bell’inizio: una storia “noir”. quali propositi nascondi per il nuovo anno dietro una storia come questa? è uno scongiuro? vabbè. io per me ti auguro la realizzazione di tutto quello che hai nel cuore.
Caro Roberto,
è una esperienza personale, non reale ma immaginale; si tratta, come sai, di esperienze in cui tutto viene esaltato ed esasperato, il bene come il male.
Programmo i pezzi con anticipo e a volte si verificano cortocircuiti strani, in questo caso (tra la morte di don Mario e il bel racconto pubblicato ieri da Ramona) spiacevoli; tuttavia, una volta programmato il pezzo non mi censuro più (spesso, molto spesso lo faccio prima), anche se so che quanto ho scritto può far male a qualcuno.
A volte la scrittura ordina e consola, altre porta scompiglio e sfrega sale sulle piaghe.
Non sempre l’ombra va fugata puntandole contro una torcia; sovente è utile lasciare che si esprima, magari addirittura interrogarla.
Grazie per l’attenzione e ancora buon anno,
Roberto
Cara Lucy,
grazie, ma attenzione con certi auguri: la realizzazione di “tutto” quello che ho (che quasi tutti hanno) nel cuore sarebbe un gran pasticcio, per non dire peggio. Noi non sappiamo desiderare, e spesso chi realizza i nostri desideri non è altri che il diavolo.
Detto, doverosamente e pedantescamente, quanto sopra, i migliori auguri anche a te, per ciò che può essere il tuo “vero” bene.
Roberto
roberto, neanche a dirlo! nel mio personale idioletto, realizzare quello che si ha davvero nel cuore significa fare con limpidezza di spirito quello che si può, sapendo che un “altro” farà di sicuro la sua parte (anche se potrebbe, all’apparenza, non coincidere con i nostri desideri) e quell’altro non è il diavolo, seguro seguro!
grazie per gli auguri, ne ho particolarmente bisogno! sempre bello leggerti.
Roberto, non so perché, ma come ho letto la parola morì, mi è balzato in testa il finale, ed era uguale al tuo 🙂
Buona anno.
Blackjack.
Cara Lucy,
allora siamo perfettamente d’accordo.
Ancora un caro saluto,
R
Caro BJ,
penso che a me sarebbe capitato lo stesso. In effetti, come penso sia evidente per ogni lettore appena smaliziato, bado poco all’originalità, alla sorpresa, all’intreccio, insomma al rispetto delle regole e a tutti gli elementi che costituiscono la scrittura narrativa. Più che appassionarmi a delle storie sono ossessionato da poche e sentitissime idee di cui a volte mi si affaccia alla mente la drammatizzazione, la sceneggiatura; che non faccio altro che mettere in pagina, spero senza orpelli, e di sicuro con il minimo spreco di tempo e di energie.
Un caro saluto e buon anno a te,
R