… and everything under the sun is in tune,
but the sun is eclipsed by the moon.
Pink Floyd, Eclipse.
(The dark side of the moon, 1973)
Quando apro gli occhi la luce del sole appena sorto m’abbaglia, per un attimo.
Entra dalla finestra a fianco del letto e si staglia sulle lenzuola, riflettendone il candore.
Illumina il volto ed i capelli di Hannah, mia moglie: dorme ancora, sorridendo cullata da chissà quali sogni.
Mi alzo, senza far rumore.
Devo andare al lavoro, ed è già tardi.
Devo andare al lavoro ma, come ogni mattina, osservo per un attimo il viso di Hannah e le quattro mura della nostra casetta: una stanza soltanto, una vecchia cassettiera, una stufa, un pagliericcio e un letto per i bambini.
I bambini, ecco. Guardo anche loro, per qualche istante, li guardo per farmi forza, per non pensare a quello che mi aspetta.
Mentre mi faccio la barba ripenso al ballo di ieri sera, per la nomina del generale Ziegler. Penso ad Hannah, ed al suo abito azzurro. Glielo avevo regalato prima dell’inizio della guerra ed era un vestito speciale, per le grandi occasioni.
C’eravamo conosciuti alla sagra di Gardelgen, io ed Hannah. Si festeggiava il raccolto e lei pareva quasi una bambina, mentre danzava leggera, coi capelli raccolti ed ornati di fiori di campo.
M’ero appena arruolato: per servire la nostra Patria, il nostro Popolo, la nostra grande Nazione. Mettevo in mostra la mia divisa nuova di pacca, col piccolo stemma dell’aquila ancora lucente. Avevamo ballato per tutta la sera, io ed Hannah, e pochi giorni dopo avevo chiesto la sua mano.
C’eravamo sposati la primavera successiva, in una piccola chiesa di sasso appena fuori Helmsted, una cappella sulle rive di un ruscello, lcon e acque gonfie del disgelo.
Pochi mesi dopo ero divenuto sergente, e m’avevano persino affidato un sidecar BMW, vecchio e traballante. Tutte le domeniche vi montavamo per la consueta gita fuori città. Dapprima eravamo solo io ed Hannah, poi anche i bambini, felici di partecipare alla scampagnata, di poter correre nei prati e catturare le farfalle.
Mentre ripenso a tutto questo per un attimo dimentico quel che mi attende, per un attimo mi sembra di poter intravedere una scintilla di pace, quasi di armonia.
È molto tardi, ormai, e devo andare.
Indosso in fretta l’uniforme logora, senza staccare gli occhi dal viso di mia moglie, imperlato dal chiarore dell’alba.
All’improvviso tutto si fa scuro, quasi buio: l’oscurità sommerge Hannah, la nostra stanza, i bambini.
Il sole sembra scomparso, come eclissato, ma quando m’avvicino alla finestra vedo che non è la luna ad oscurarlo: a celarlo è una grande nube nera, di fumo denso, che s’alza dalle ciminiere del campo.
È davvero tardi.
M’infilo gli stivali ed esco accostando la porta dolcemente, per non far rumore.
Vado al lavoro.
Vado anche oggi, come ogni giorno, a trasportare cadaveri di ebrei e dissidenti, polacchi e omosessuali fino ai forni crematori.

un buco nero nella coscienza, coma da immagine.
Un racconto delicato, una vita normale di una coppia normale che rende bene l’idea delle vite che stanno dietro le guerre, siano esse degli oppressori o degli oppressi.
tutto all’ombra delle suggestioni musicali dei Pink Floyd …
ti lascio il testo di una piccola canzone dei Muse del 2006, credo si addica al senso del tuo racconto.
a presto, natàlia
***
Soldier’s poem
Throw it all away
Lets lose ourselves
Cause theres no one left for us to blame
It’s a shame we’re all dying
And do you think you deserve your freedom
How could you send us all far away from home
When you know damn well that this is all
I would still lay down my life for you
And do you think you deserve your freedom
No I dont think you do
Theres no justice in the world
Theres no justice in the world
And there never was
The Muse (Black holes and revelations, 2006)
***
La poesia del soldato
Buttiamo via tutto
si, buttiamo via le nostre vite
perché non ci è rimasto più nessuno da biasimare
E’ una vergogna: stiamo morendo tutti
e tu, credi davvero di meritare questa libertà?
Come puoi mandarci così lontano da casa
sapendo dannatamente bene che sarà la nostra fine?
Metterei ancora una volta la mia vita nelle tue mani
ma pensi davvero di meritarla questa libertà?
No, io non credo che la meriti
no, non la meriti
E non c’è giustizia al mondo
no, non c’è giustizia in questo mondo
E mai c’è stata
Luce/buio, vita/morte, normalità/tragedia… un testo ricco di contrasti. Complimenti a Mario, un racconto molto evocativo e ben scritto. Che tristezza, però, pensare che gli orrori continuano a esistere…
Si addice eccome, Natàlia. Grazie infinite a tutti per l’apprezzamento.
A presto,
Mario