
L’India è, da sempre, tante (forse troppe) cose insieme: luogo mitico delle origini culturali e antropiche del mondo, l’alfa e l’omega di un’ alterità riottosa, indifferente alla mole di stereotipi ed interpretazioni che non decifrano mai la sua insondabile originalità, l’ombelico dell’altrove dove passato e futuro si sovrappongono vertiginosamente, lo stupefacente Anus Mundi del mondo globalizzato. Troppi odori, troppi colori, troppa sovrabbondanza di razze-religioni-lingue-tribù-folclore per non essere ammaliati da questa specie di Luna park dell’esotismo permanente, accessibile ormai anche a prezzi di saldo. All’interno della storia letteraria italiana, la peregrinazione in India costituisce poi un vero e proprio topos narrativo, tanto che appena 2 anni fa per Avagliano è uscito, a firma di Alida D’Aquino, un importante saggio “L’io e l’altro. Il viaggio in India da Gozzano a Terzani” dove si rivisita, con taglio documentaristico, la storia di questa lunga affinità elettiva, tutta libresca e cartacea. Ed ecco allora Gozzano, Pasolini, Moravia, Manganelli, Terzani, ma anche Emanuelli, Flaiano, Comolli, Montefoschi, Tabucchi: ognuno che parla e ci descrive la sua India, talvolta più idoleggiata che vista, modellata, comunque, a pelo delle proprie idiosincrasie e ossessioni. Questo “India per signorine” di Rosa Matteucci giunge quindi in clamoroso ritardo, come una specie di ultimo convitato ad un banchetto che è già bello e sparecchiato. Per questo l’autrice, tentando la carta dell’originalità a tutti i costi capace di assicurarle una qualche visibilità pur in mezzo alla congerie folta ed autorevole di tanti scrittori, vira tutta la narrazione in un grottesco a 360 gradi, che sconfina spesso nella parodia e nel kitsch, più o meno involontario. È infatti questa di Rosa Matteucci un’India scombiccherata e macchiettistica, tanto bislacca e deprimente da trasformarsi, spesso e volentieri, in un incubo da cui è impossibile evadere; un’allucinazione perenne che getta nello sconforto la civilissima voce narrante, una‘signorina occidentale’ afflitta dalla mancanza d’igiene e delle buone maniere, dei conforts salutisti e salottieri a cui era pigramente abituata. Un viaggio in una terra distopica; un paese confuso, sporco e caotico, in cui l’io che narra ricorda, in più di una circostanza ed occasione, una specie di malcapitato Fantozzi in gonnella. Ma se le goffe peripezie del più celebre ragioniere d’Italia suscitavano comunque il riso e sapevano mostrare l’ontologica mediocrità dell’’Itaglietta squallida, qui la lunga serie delle disavventure della protagonista non raggiunge mai risultati analoghi. Semmai si prova irritazione vedendo come, per quasi tutta l’opera, la protagonista ripropone, senza vergogna alcuna, alcuni dei peggiori clichés che paiono incorporati alla figura dell’italiano all’estero: tirate contro la cucina locale, mai capace di competere con la nostra, lo snobismo xenofobico vetero-colonialista verso l’asiatico considerato come un essere sostanzialmente infido, sempre tonto, lento ed approfittatore, feroci stroncature contro l’indian way of life,… Ma quello che più disturba è la reiterata correlazione che l’autrice innesca fra luoghi e personaggi dell’India e situazioni di casa nostra. Ne ho contate quasi una decina. Ora se la prima similitudine fa sorridere, la seconda incuriosisce, la terza annoia, la quarta irrita, dalla quinta in su si comincia a pensare che l’autrice sia davvero alle prese con una specie di blackout creativo che la conduce alla riproposizione inane di uno schema narrativo assai scontato. Tre comunque le tappe di questo viaggio in India: la regione del Kerala, verso l’ashram di Amma, una famosa mistica che abbraccia ininterrottamente fino a 18.000 persone al giorno; poi a Tiruvannamalai, dove l’incauta visitatrice viene risucchiata da un’impetuosa processione in onore di Shiva. Infine, Mamallapuram, stazione balneare decisamente più a misura di turista, tra Rimini e Goa, più o meno. Dappertutto spira una brezza che non è però il venticello rassicurante della spiritualità escatologica, ma semmai l’olezzo acre e nauseabondo tipico dell’evacuazione scatologica: cagano( ed urinano) tutti e molto in questo libro, assistiti provvidenzialmente da una strana genìa di animali quasi totemici, dei simpatici maialetti atti alla coprofagia “ più economici ed efficaci di un dispendioso gabinetto chimico”. Se, come affermava Manganelli nel suo mirabile “Esperimento con l’India”, lo scrittore di Siddharta andava criticato perché “a leggere il libro di Hesse ci si scorda che esistono gli escrementi” qui la centralità della cacca assume contorni sovradimensionali, quasi allegorici: una specie di inno del corpo sciolto tra santoni e paria. Sta il fatto che in queste pagine non vi sono più tracce di quella ‘prosa antiomeopatica’ che, secondo il grande Fruttero, aveva caratterizzato la Matteucci del sorprendente “Cuore di mamma”, uscito per Adelphi due anni fa. Piuttosto frasi smozzicate, sintassi scipita, prosa che ammicca a un’oralità da sora Cecioni in trasferta transcontinentale. No, davvero: l’India non è per signorine ( più o meno occidentali).

In totale disaccordo con quanto espresso dall’autore di questa stroncatura. E in totale disaccordo con Manganelli che evidentemente non ha saputo capire (ancora) Herman Hesse.
Tra le tante cose, senza alcun senso, che l’autore di questa stroncature scrive: Rosa Matteucci un’India scombiccherata e macchiettistica, tanto bislacca e deprimente da trasformarsi, spesso e volentieri, in un incubo da cui è impossibile evadere; un’allucinazione perenne che getta nello sconforto la civilissima voce narrante, una‘signorina occidentale’ afflitta dalla mancanza d’igiene e delle buone maniere, dei conforts salutisti e salottieri a cui era pigramente abituata. Un viaggio in una terra distopica; un paese confuso, sporco e caotico, in cui l’io che narra ricorda, in più di una circostanza ed occasione, una specie di malcapitato Fantozzi in gonnella.”
E’ sufficiente che sostituisca al nome Rosa Matteucci un qualsiasi altro nome e che l’India diventi l’Italia, ad esempio, e il discorso varrebbe per qualsiasi altro autore e romanzo che intendessi stroncare senza parlarne veramente. Io vorrei invece sapere, ma sul serio e nel particolare, che cosa c’è che non funzionerebbe in “India per signorine”, con degli esempi concreti citando dal libro possibilmente, affinché si possa meglio capire a fondo quali mancanze dovremmo attribuire all’autrice. Se ce ne sono, ovviamente.
Stroncatura piuttosto kitsch, o da intellettualoide.