Il divino briccone

johnmcenroe11di Andrea Cortellessa

Fa uno strano effetto celebrare i cinquant’anni di John McEnroe. Non perché la sua figura appartenga a un reame distante da quelli che bazzico d’abitudine; non solo lo spazio mentale che riservo al tennis è in tutti i sensi commisurabile a quello dedicato a letteratura e dintorni, ma penso sul serio che spetti a McEnroe un posto non minore fra i massimi genî del secondo Novecento. Un genio non è altro che un uomo il quale sposi il suo talento a una disciplina, rivoluzionandone dall’interno la tradizione. Genio è chi fonda un paragone per i tempi a venire. Geniale Kubrick, per esempio, non in quanto egli sia stato superiore a Resnais, Antonioni o Tarkovskij: ma perché ogni suo film ha rivoluzionato un genere di narrazione per immagini, spostando i termini di quanto sia lecito attendersene.
In merito al genio di McEnroe sono confortato dall’opinione di Gilles Deleuze, il quale una volta si esercitò nell’ekphrasis di un suo tipico gesto: «una specie di aristocratico metà egiziano metà russo… ha inventato un colpo che consiste nel deporre la palla, una cosa curiosa, non la colpisce nemmeno, la depone». Ecco, di là dagli aspetti squisitamente tecnici (il servizio a catapulta, tutto in torsione; la risposta in chip and charge; il metodico, ma ogni volta diverso, serve and volley), è in questa gestualità rituale che consiste il suo genio. Delicato ma micidiale, virtuosistico ma infallibile. Genio non è sregolatezza: al contrario è fondare nuove regole.
Di genî autentici il tennis ne ha conosciuti uno a decennio. McEnroe è gli anni Ottanta, Pete Sampras i Novanta, Roger Federer il decennio presente. Se in Mac s’incarnano gli anni Ottanta, suo bacino di coltura sono però i Settanta (esordì nel climaterico ’77, quando a Wimbledon arrivò in semifinale partendo – mai accaduto prima – dalle qualificazioni). Infatti McEnroe fu sì aristocratico, come vuole il filosofo; ma, anche, genuinamente punk. Non perché strimpellasse ogni tanto la Stratocaster, o perché la sua icona riccioluta mettesse a rumore l’All England Lawn Tennis and Croquet Club. Ma per l’unione di talento impareggiabile e altrettanto sovrana maleducazione. Un’interpretazione buonista vuole che la proverbiale scorrettezza di McEnroe fosse preterintenzionale: che la sua rabbia folle, ai limiti dell’epilessia, fosse dovuta al fatto che non potesse ammettere limiti alla propria infallibilità. No: bisogna avere l’onestà di ammettere che McEnroe fosse insieme sublime e scorretto, angelo e demonio. Non si contano gli incontri nei quali un avversario in vantaggio, scosso da un Vietnam di recriminazioni, abbia finito per arrendersi indecorosamente a Mac.
Andò così l’unica volta che la mia grigia esistenza s’illuminò d’una fuggevole tangenza con quella del Nume. Erano gli Internazionali d’Italia dell’87. Una sessione serale alquanto freddina, disertata dai vippissimi, ebbi l’ardire di calare a bordocampo dalla piccionaia cui, per censo, ero confinato: per appunto assistere all’Epifania dell’Idolo. Due ore di godimento inaggettivabile; anche se Mac – un Mac argenteo, ormai sul viale del tramonto – giocava malissimo. Suo avversario era l’onesto pallettaro Aaron Krickstein, che sulla terra battuta del vecchio Foro Italico lo stava facendo letteralmente a polpette. Così Mac cominciò a contestare ogni chiamata dei giudici di linea, e il povero Aaron entrò in confusione sino a perdere ingloriosamente. Era punk anche in questo, McEnroe: quando era in difficoltà si metteva a contestare anche il pubblico (dopo una demi-volée finita in corridoio, pensando che un certo commento gliel’avessi rivolto io – invece acriticamente adorante a due metri di distanza – m’incenerì con un’occhiata indimenticabile. Il Dio aveva guardato proprio me: anche se, naturalmente, Per Sbaglio).
Ecco. Proprio il confronto con McEnroe, figlio dei ribelli anni Settanta, la dice lunga sul Re di oggi, Federer. E, di riflesso, sui nostri anni Zero. Al netto della rispettiva qualità tecnica (ché anzi, coi ritmi contemporanei, è nello svizzero ancora più stupefacente), è il paragone fra i rispettivi atteggiamenti a essere schiacciante. Fra le scapigliate irruzioni di Mac sul Centrale di Wimbledon e le improbabili giacchette dai bordi dorati che vi sfoggia Federer. Soprattutto incomparabile il loro modo di perdere: se McEnroe si trasformava in un buzzurro metafisico (fermoimmagine-emblema, la calibanica deflagrazione di Stoccolma, quando devastò a racchettate l’angolo con borsoni e bottiglie sino a farsi espellere dal campo), lo si è visto incredibilmente frignare come un bambino, Federer, pochi giorni fa in Australia: quando il suo miglior tennis non è bastato a piegare Rafael Nadal: incapace di batterlo perché incapace di odiarlo, il nerboruto maiorchino che – al suo posto – McEnroe strangolerebbe a mani nude. Inquietante segno dei tempi è il cosiddetto Occhio di Falco: un congegno che mostra ingrandimenti millimetrici del punto d’atterraggio della palla. Oggi il teatro della crudeltà di McEnroe sarebbe impossibile: castrato per legge.
Un Re, poi, si misura anche da chi egli detronizza (e da chi viene detronizzato). Proprio all’inizio del “suo” decennio McEnroe compie il sacrificio dell’altra faccia degli anni Settanta, Björn Borg, suo antipode perfetto nello stile di gioco come nell’habitus. L’icona cristomimetica di Borg (che pareva uscito da un video dei Bee Gees, o da una macchietta verdoniana) appariva dominante, allora, come nessuna; ma l’affatturato sadismo di Mac la ridusse a capro sacrificale, appunto, degli Eighties montanti (epos definitivo quello della finale di Wimbledon del 1980, persa da Mac dopo un tie-break durato trentaquattro punti aurei). E sarà poi un memorabile vilain l’eversore storico di McEnroe: Ivan Lendl, robotico Imperatore Ming del passing shot. Federer invece, all’inizio degli anni Zero, spodesta il Nulla dei superbrocchi Hewitt e Roddick (e viene appunto detronizzato dagli occhi teneri, dai bicipiti gonfiati – forse non solo a spinaci – di un Popeye in pinocchietti). Non c’è su piazza, nel tennis troppo asettico di oggi, nessun Genio davvero Eversivo (l’unico che ne avrebbe i numeri, l’angelo lèttone Ernest Gulbis, minaccia di restare un’eterna incompiuta come, ai tempi, Henri Leconte). Ascoltare i commenti televisivi del civilizzato McEnroe di oggi è un po’ come leggere gli articoli, sempre così assennati, di Adriano Sofri su Repubblica: ci dà il frisson di ricordarci i tempi in cui eravamo cattivi, ma è insipido e buonista, in realtà, come il tempo in cui ha avuto in sorte di sopravvivere.

(pubblicato su Il Riformista il 15 febbraio 2009, col titolo (redazionale) Il mezzo secolo di Mac, genio aristo-punk)

15 pensieri su “Il divino briccone

  1. linnioaccorroni

    se,come dice Cortellessa in questo bel pezzo, il genio è ‘ chi sposa il suo talento a una disciplina,rivoluzionandone dall’interno la tradizione’, se,come dice Deleuze nella sua abbagliante ekphrasis, il genio può essere ipostatizzato in un gesto che reinventa la tradizione, anche nel calcio abbiamo un equivalente di ciò che McEnroe è stato nel tennis. Si chiama Ibraimovic e giustamente un cronista sportivo,restituendo alle telecronache una necessaria patina di realismo nomenclatorio,lo chiama:”ilGenio”.Tout court. Per antonomasia. Anche per lui ci sono gesti che svelano e abbagliano,che lasciano allibiti ed interdetti per la loro oltraggiosa bellezza:penso, fra tanti che potrebbero essere citati, all’ultima Lazio-Inter e a quell’incredibile torsione a centrocampo,quando il Genio, emulando la posa disarmonica di un involato contadino chagalliano, ha colpito la palla di tacco,fornendo un assist inventato ex nihilo…Purtroppo,il calcio, a differenza del tennis,è sport collettivo. Così questi gesti, grondanti dépense e incantamento, non riescono sempre a trovare chi sa coglierne la folgorante irripetibilità. Pensa se da quelle parti passa Burdisso o Quaresma ( ah, per fortuna non c’è più)

    Rispondi
  2. sparz

    pezzo bellissimo, grazie, anche per chi, come me, di tennis sa a malapena qualche nome, per lo più del passato. Se qualcuno spiegasse lo sport così, forse sarebbero di più i veri appassionati.

    Rispondi
  3. mbaldrati

    Io ero con Borg. Mi piaceva quella sua ripetitività, la tenacia, quel suo non sbagliare mai, quel rovescio a due mani martellante: la potenza lenta e indistruttibile del motore diesel contro lo scatto a benzina della ferrari.

    Rispondi
  4. Carlo Cannella

    Anch’io stavo con Borg. McEnroe mi dava ai nervi, non riuscivo proprio a sopportarlo. Poi un giorno mi e’ successo qualcosa, sono diventato punk e ho cominciato a stargli dietro. Oggi mi piace perfino come musicista.

    Rispondi
  5. Arminio

    CARO ANDREA
    bel pezzo. diffile che gli scrittori odierni suscitino tanta spemeggiante verve critica.

    Rispondi
  6. carmine vitale

    “circoletto rosso”
    non direi che il borg che rivoluzionato il rovescio a due mani le rotazioni il passante lungolinea 8o non sono fondazioni di nuove regole?)e la capacità di concentrazione sia da meno del pur genio ribelle di ragazzaccio mcenroe
    diciamo questioni gusti
    avendoli visti svariate volte giocare posso dire che è stata la rivalità più contrapposta della storia
    fondocampo e rete
    luce e tempesta
    genio e sregolatezza
    c

    nel calcio poi leggo qualche commento spropositato sui geni del calcio
    ibra o cosette del genere
    e Maradona?
    saluti carissimi

    Rispondi
  7. Emanuele Kraushaar

    D. F. Wallace su R. Federer

    “Tutto questo è vero, eppure niente di tutto ciò spiega veramente qualcosa, niente evoca l’ esperienza di guardare quest’ uomo che gioca. […]
    Esistono tre tipi di spiegazioni valide per dar conto dell’ ascendente di Federer. Una ha a che fare con il mistero e la metafisica ed è, ritengo, quella che più si avvicina alla realtà. Le altre sono più tecniche e più praticabili per un testo giornalistico. La spiegazione metafisica è che Roger Federer è uno di quei rari, soprannaturali atleti che sembrano essere esentati, almeno in parte, da certe leggi della fisica.”

    Rispondi
  8. carmine vitale

    Diego Armando Maradona

    Azzerate il pallottoliere
    le formule
    le varianti
    e il segno del tempo

    ricordate il freddo ferro
    la nebbia l’acqua che ci separa
    le prove inconfutabili
    i vostri stessi occhi

    fingeva sempre a sinistra
    la forza di gravità oltre il quaranta percento
    napoletano
    lanzichenecco argentino

    amato come i miei genitori
    la mia carne
    il mio seme
    la mia donna
    il migliore amico
    il mio cane

    sarebbe ingiusto fermarti tra due virgole
    renderti semplice omaggio
    dedicarti una stella
    una sfumatura del cielo

    è meglio parlare di sogni
    della materia
    della bellezza
    di come il destino non ha potuto cambiare
    della maschera
    del tuo nero cuore animale
    del sesto senso

    lo so che un occhio chiuso non può vedere
    che la stessa terra ha i vivi e i morti
    che la malinconia è degli angeli
    che la ferita è infetta

    ma mi ricordo il volo delle onde
    le voglie e i chiaroscuri
    i disegni
    l’amore molesto
    le mani verso il cielo la luce
    il piegarsi delle leggi della fisica
    e le lacrime di stelle
    in una partita di pallone
    c.

    Rispondi
  9. Emanuele Kraushaar

    Nuvolari è basso di statura,
    Nuvolari è al di sotto del normale
    Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa
    Nuvolari ha un corpo eccezionale
    Nuvolari ha le mani come artigli,
    Nuvolari ha un talismano contro i mali
    Il suo sguardo è di un falco per i figli,
    i suoi muscoli sono muscoli eccezionali…

    (L. Dalla)

    Rispondi
  10. Giacomo

    Mac è sempre stato e sarà sempre il mio idolo indiscusso,
    Forse è per colpa sua che non guardo più il tennis moderno, nessuno riesce più ad emozionarmi e farmi soffrire come Lui, le macchine da guerra del tennis moderno mi danno un pochino sui nervi, non hanno avversari con gli atrezzi moderni tirano botte inenarrabili ma…alla prima difficoltà smettono di lottare e perdono, Nadal a parte.

    Mac ha lottato contro Borg, Connors, Lendl, Gerulaitis, Wilander etc.poteva vincere o perdere.
    Ora, a parte gli scontri diretti Federer Nadal le altre partite sono scontate.

    Grazie Andrea per avermi riportato indietro con i ricordi e complimenti per l’obiettività con cui hai affrontato l’argomento.
    IL tennis di MAC è come un quadro di Picasso o di Van Gogh bisognerebbe farlo vedere ai giovani, i circoli del tennis dovrebbero proiettare i match Borg-McEnroe ai ragazzini delle scuole tennis per far capir loro che il tennis si può giocare anche con la testa e non solo con la forza.

    Grazie
    Giacomo

    Rispondi
  11. ezio

    “John McEnroe non era tanto alto, eppure si può ragionevolmente affermare che sia stato il miglior giocatore di serve and volley di tutti i tempi; ma d’altronde, McEnroe era un’eccezione rispetto a tutti o quasi gli schemi di prevedibilità esistenti. Al suo apice (diciamo dal 1980 al 1984) è stato il più grande tennista di sempre – il più dotato, il più bello, il più tormentato: un genio. Per me, guardare McEnroe che indossa una giacca blu in sintetico e fa quelle ignobili telecronache colorite, zeppe di luoghi comuni idioti, è come guardare Faulkner che fa uno spot pubblicitario per una catena di negozi di abbigliamento.”

    David Foster Wallace su McEnroe

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *