di Achille Maccapani
Una rivisitazione della Speculazione edilizia di Italo Calvino in salsa laziale con gli echi dei colpi di scena tipici delle Verità nascoste o di Arlington Road – L’inganno? Benché la formazione personale di Giorgio Nisini sia certamente debitrice delle forti influenze della produzione cinematografica degli ultimi decenni, e lo si nota attraverso una scrittura ampia e nel contempo carica di emozioni fissate attraverso immagini vivide, flashback che faticosamente riemergono dalla memoria dell’io narrante, La demolizione del mammut rappresenta davvero una felice sorpresa.
Anzitutto perché dimostra come e in che modo si possa veramente narrare una storia, si possano comunicare emozioni profonde, e nel contempo ci si possa permettere di effettuare una riflessione amara sulle trasformazioni ininterrotte dei nostri paesaggi. Quei paesaggi che non hanno mai smesso di cambiare nelle loro continue mutazioni, quei paesaggi che a distanza di decenni non siamo più in grado di riconoscere, quei paesaggi che conoscevamo, che facevano parte delle nostre vite di gioventù e non sono più, per sempre, gli stessi di prima.
Proprio da questa riflessione sembra prendere le mosse Giorgio Nisini, ma lo fa con un meccanismo letterario ad orologeria, dove tutti i particolari non accadono casualmente, ma rappresentano i frammenti di un passato, di un vissuto, di una fase antecedente della vita del protagonista senza nome: l’antiarchitetto, catapultato per ragioni politiche e di ricongiungimento alla cittadina laziale della sua giovinezza, viene messo di fronte ad un vero e proprio esame di coscienza di tutta la sua vita, di un percorso formativo fatto di utopie, di desiderio di cambiare la realtà in cui viviamo attraverso un modo nuovo di intendere la costruzione e la ridefinizione dei paesaggi urbani, trasformatosi in un crudo e implacabile lavoro di distruzione di edifici, atto a consentire la realizzazione di nuovi interventi edilizi, attraverso le rinnovate formule del project financing, delle concessioni di costruzione, e così via. L’architetto senza nome, dunque, di fronte all’opportunità di procedere alla distruzione parziale di un grande centro ospedaliero situato nella periferia della nativa cittadina laziale in cui ha fatto ritorno, nel momento più critico della crisi di un rapporto coniugale senza figli e ormai prossimo al crac definitivo, affronta questa commessa lavorativa cogliendo l’occasione per una vera e propria rielaborazione del proprio passato familiare, della perdita dei suoi cari. Egli dunque non si ferma alla sua infanzia, ma riscopre, nel turbine di un vortice emotivo che agghiaccia e conquista il lettore fino alla sorpresa più inattesa, le proprie radici formative, al punto tale da fargli comprendere come, in fondo, nel corso degli anni ha veramente rinnegato i valori in cui credeva, le fondamenta di tutta un’esistenza, a favore di un grigiore quotidiano fatto di piccoli e grandi compromessi con i politici locali e nazionali, nonostante le autoassoluzioni cui cerca disperatamente di aggrapparsi, cercando forse di convincere più se stesso che il lettore.
Proprio qui sta la grandezza de La demolizione del mammut, un romanzo che in origine avrebbe potuto apparire forse come una denuncia civile dell’avanzata delle costruzioni e ricostruzioni lungo le pianure e le campagne del Lazio (ma ciò può benissimo adattarsi anche a qualsiasi altra regione: si pensi al nord-est, all’hinterland milanese, alle aree cuneesi, e così via) che sta distruggendo a mano a mano le tipicità dei piccoli e medi borghi italiani, ricollegandosi così ad autori come il già citato Calvino o Francesco Biamonti.
In realtà questo romanzo si trasforma in un’amara riflessione sul senso della vita, sui bilanci esistenziali che ognuno di noi è chiamato a tracciare, e soprattutto in un invito a riflettere su se stessi, con uno sguardo sereno e nel contempo critico verso il nostro passato, nella consapevolezza che l’ultimo giro di vasca del protagonista, nel pensiero giovanile rivolto al mito di Klaus Dibiasi, rappresenti veramente l’ultimo gesto di libertà individuale, al di fuori dei compromessi, delle variabili e dei condizionamenti della sua esistenza.
Un ultimo cenno merita la scrittura fluente, essenziale e coinvolgente di Giorgio Nisini: sin dalle prime pagine, egli riesce a catturare il lettore, a coinvolgerlo in questa sottile e nel contempo infernale spirale espositiva, dove tutti i reticoli della complessa e coinvolgente trama si dipanano e conducono dritti a quella conclusione inesorabile, ancorché non prevedibile, che tuttavia permette di comprendere come quelle pause, quelle parentesi apparentemente estranee all’esposizione avevano invece una ben precisa ragione d’essere.
Un esordio, questo, davvero ammirevole, e che sicuramente dovrebbe essere utilizzato come esempio da imparare per tanti scrittori.

Una sorpresa Achille e un piacere leggerti.
A proposito delle “trasformazioni ininterrotte dei nostri paesaggi”, credo che la trasformazione continua di un paesaggio possa riguardare solo il paesaggio architettonico urbano. Cioè quella porzione di spazio già colonizzata da asfalto, cemento ecc. Mentre per quanto riguarda la cementificazione di uno spazio naturale, come poniamo una costa o una campagna, credo che sia la prima trasformazione quella irreversibile, radicalmente diversa dalle eventuali e successive trasformazioni. E’ la prima trasformazione che interrompe, in modo irrimediabile, un ordine naturale, le altre che seguono non sono che dettagli.
Il riferimento al recupero del paesaggio perduto, per rispondere a Macondo (che ringrazio), riguarda proprio il finale che non è giusto svelare, per rispetto verso i futuri lettori. Sul resto, concordo pienamente.