Mano-Bocca

toto3“Penso come un genio, scrivo come uno scrittore brillante, e parlo come un bambino”.
Purtroppo, delle tre affermazioni nabokoviane, né la prima, né tanto meno la seconda hanno qualcosa a che spartire con me; è la terza invece che mi calza a pennello. Peggiorata di grado, però, almeno a vedere ciò che accade nella ricezione comune: infatti, il mio ingarbugliarmi tra le parole non suscita mai la tenerezza o la comprensione che automaticamente si materializza quando a districarsi con fatica nella selva intricata delle parole c’è un bambino e non, invece, un adulto, come il sottoscritto. E poi te li raccomando i bambini: questa specie di mostri orripilanti che tra l’anno e mezzo e i 5 anni, acquisiscono 10-15 mila vocaboli, alla media stupefacente di uno per ogni ora di veglia! Per me, invece, quando m’impappino e mi incapocchio solo sguardi in cui il disprezzo supera la commiserazione, bisbigli sottotono che è facile immaginare malevoli più che pietosi, silenzi eloquenti che stroncano senza pietà la misera fenomenologia delle mie performance verbali.
Il fatto è che quando parlo vorrei evitare ogni più piccolo iato pensiero-parola, ogni pausa fra concepimento ed articolazione. Meravigliosa sarebbe l’apertura di una cavità orale sul capo in modo che il cervello potesse parlare. Invece, eccomi qui seppellito da questo assembramento tumultuoso di sillabe e consonanti, da questo affluire violento e dissonante di suoni e fonemi, da questo sgomitare di vocali e parole che fuoriescono già malate e dimidiate, sopravvissute a stento dopo il tragitto aspro ed impervio che l’aria fa andando dalla trachea alla laringe fino alle corde vocali per salire poi al naso, alla lingua, ai denti. Occlusive, costrittive ed affricate mi danno l’esaurimento, palatali e velari, dittonghi ascendenti e discendenti mi tormentano e m’ impediscono anche la più semplice articolazione di un aggettivo. Sono un coacervo orribili di lallazioni, borborigmi, mugugni, digrignamenti, balbettii, inceppamenti, sputazzi et similia.

Ma il colmo della tragedia si ha quando debbo narrare qualcosa: se volete l’incarnazione vivente dell’anticlimax, eccomi qua. Qualsiasi cosa abbia la parvenza di un racconto, un abbozzo di trama, qualsiasi storia, barzelletta, vicenda tragica o comica, qualunque modalità narrativa che contenga in sé una logica affabulatoria, raccontata da me, perde di consistenza e senso, si sfilaccia in maniera incongrua, si disarticola in mille pezzi irrelati e scuciti. Quei bei racconti che fanno gli altri: la forma definita, il ritmo articolato, i recessi intriganti, i paesaggi che si schiudono, vivacizzati da intrighi e colpi di scena al momento giusto, con i necessari coni d’ombra e zone di luce, con il loro peculiare rapporto transitivo con il mondo reale, quei racconti che a sentirli incantano e dilettano, a me, sono proibiti. Eppure so che senza racconto non saremmo niente, che il narrare è una delle forme estetiche ed etiche più importanti attraverso cui si attua l’interazione umana.

Delle mitiche partecipazioni di Calvino ai mercoledì dell’Einaudi Cases ne parla come di uno show in cui gli interventi dello scrittore ligure erano tramati da alti e bassi, pause e soprassalti, sordina ed ottoni; era una specie di colonna sonora in cui si registravano le successive stratificazioni di un processo di lettura molto faticoso: “ cominciava a fatica, con molta lentezza, con balbettamenti e borborigmi, muovendo un po’ le braccia come per aiutarsi[…]guardando davanti a sé quando diceva le cose meno importanti e abbassando la testa e atteggiando la bocca in espressione grave e beffarda quando arrivava al dunque ed il libro veniva ora lodato, ora dannato,ora ammesso con la voce e negato con le labbra, dopo di che la testa si risollevava…”. C’è anche una poesia di Sanguineti che apre il volume di Riga dedicato a Calvino che si sofferma sulla bizzarria di questo doppio gioco corpo-bocca: un “semirecitativo semimonologante” condito da “eh puramente ribattuti” mentre “gli occhi, intanto, salivano al soffitto: le mani erano appena similannaspanti”.
Ma in fondo la curiosa gestualità di Calvino era solo una specie di empirica applicazione di ciò che una certa corrente scientifica sostiene a proposito dei rapporti bocca-mano. C’è sul Corriere della sera di 3 giorni fa la recensione di Sandro Modeo ad un libro appena tradotto da Cortina dello psicologo australiano Michael C. Corballis, uscito nel 2002 intitolato “Dalla mano alla bocca”.:Un articolo affascinante anche per un analfabeta della materia quale io sono. Corballis sostiene che, prima di tutti la parola, sarebbe “l’ approdo conclusivo di un percorso a lungo dominato dalla gestualità, e per un tratto connotato dal condominio delle due modalità comunicative, come mostrerebbe la nostra abitudine «residuale» di gesticolare conversando, anche al telefono”. Ma prima del momento in cui la parola è venuta alla luce ci sono state tutta una serie di tappe progressive: l’ acquisizione della postura bipede, intorno a 5 o 6 milioni di anni fa con la possibilità di «liberare» gli arti superiori incanalandoli verso la prensione e il lancio, premesse per un salto di manualità tecnologica. Poi la «lateralizzazione» emisferica cerebrale a sinistra come la svolta neuroanatomica decisiva nella scrematura delle funzioni comunicative, in quanto responsabile sia delle «vocalizzazioni» di tante specie animali (da quelle delle scimmie a quelle vertiginose degli uccelli), sia, appunto, del linguaggio gestuale umano, sviluppato a partire da schemi basici quali «l’ additare» (per esempio un nemico, una belva, un compagno). E infine la genesi della parola (anticipata da ansiti e grugniti) e la sua emancipazione dal gesto dopo dettagliati mutamenti anatomici e neurofisiologici, in un processo graduale giunto a compimento circa 175 mila anni fa: l’ abbassamento della laringe, l’ allungamento del tratto sopralaringeo e le modificazioni cerebrali (non solo quantitative) legate alla necessità di leggere e decifrare un ambiente carico di nuove e diverse pressioni selettive. La successione filogenetica gesto-parola sarebbe anche provata dal fatto che i bambini imparano i gesti 2 o 3 mesi prima delle parole.

Un pensiero su “Mano-Bocca

  1. Gene Simmons

    caro Professore,
    è bello leggerti dopo quasi 10 anni.. in caso non ti ricordassi chi sono, pensa al mio nick 😉

    Secondo me sei troppo duro con te stesso: ci hai insegnato parecchie cose anche se a quei tempi ti davamo l’impressione di fregarcene.
    E, credimi, quando il tempo della scuola finisce ci si ripensa ben volentieri a quei bei tempi andati (nonostante a volte in effetti eri un pò pesantino eh..)

    Parli come un bambino? Beato te.
    Magari tanta gente ritornasse a parlare col linguaggio limpido ed innocente dei bambini, che con la loro spontaneità spesso sanno zittire il piu pomposo degli intellettuali superbi e tronfi nel loro sapere 😉

    Ricordati che chi si farà piccolo come un bambino, arriverà alla vera felicità.
    Chi invece si innalza sarà abbassato dalla sua stessa superbia, come una Torre di Babele che al momento di toccare il cielo è crollata miseramente su sè stessa.

    L’unica cosa che mi sento di dirti (e spero non ti offenderai, ma immagino già la tua faccia 😀 ) è TAGLIA QUELL’ORRIBILE PIZZETTO ALLA CORSARO!! Stai molto meglio senza 😉

    un abbraccio sincero,
    un ex-alunno :))

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *