Anna Negri “Con un piede impigliato nella storia”: 400 colpi negli anni di piombo

i 400 colpiUn libro prezioso quanto necessario, una perfetta mésaillance fra storia privata e pubblica, un lessico familiar-nazionale. Ma forse soprattutto una lezione di stile, la stessa del Truffaut de “I 400 colpi”(1959): abbassare la telecamera fino all’altezza degli occhi di una bambina che diventa adolescente per analizzare con spietata oggettività il mondo degli adulti. In questo bellissimo “Con un piede impigliato nella storia”, lo scarto, rispetto a quel capolavoro cinematografico, sta nel fatto che gli adulti, ritratti dalla focalizzazione-bambina, sono famosi e protagonisti di uno dei periodi più magmatici e tormentati della storia italiana contemporanea: gli anni ‘70 e ’80. Un libro-moleskine in cui autobiografia e politica si intrecciano inestricabilmente per ribadire che, come recitava un famoso slogan di quegli anni, “il personale è -sempre- politico”. In quasi 300 pagine segnate da uno stile incisivo ed essenziale, empatia affettiva e giudizi acri si susseguono, per riflettere sulla propria storia personale, su quella collettiva, sulla difficoltà del confronto con figure genitoriali tutt’altro che ordinarie. Anna Negri, oggi affermata regista cinetelevisiva, è infatti la figlia di Toni Negri. Suo padre, professore di scienze politiche a Padova, esponente dell’Autonomia, proveniente dalle file del cattolicesimo militante, subì, insieme ad altri compagni di sventura, a partire dal 7 aprile di trent’anni fa, una terribile odissea giudiziaria, analoga, per accanimento persecutorio, per meditato stravolgimento di ogni norma giuridica e per ‘valenza’ simbolica, alla vicende Tortora e Valpreda. Prima della galera, casa Negri era “un’isola incasinata e felice”, popolata da docenti universitari, scrittori, artisti, riuniti in una specie di assemblea permanente. Per reazione, catafratta nell’integralismo conservatore della coscienza- bambina,  la voce  che ricorda dal basso dei suoi dieci anni non sopporta questa  permanente ‘movida’ familiare,ma sogna piuttosto la quiete pigra di una famiglia ‘normale’, esattamente agli antipodi rispetto alla propria: un papà timido, una mamma casalinga, un Autobianchi, un cane, una villetta a schiera…Il padre per lei è “un turista dei sentimenti […] attento a non farsi coinvolgere troppo perché aveva cose più importanti a cui pensare”; la mamma una donna che, provenendo dalle file dell’aristocrazia veneta, vuole ‘uccidere’ quel mondo da cui proveniva a colpi di una radicalità estremizzante, tanto irruenta e sanguigna da creare imbarazzi e vergogne ai figli. Poi un giorno, quando Anna ha appena 13 anni, la loro vita cambia completamente: suo padre è arrestato con sconvolgenti incriminazioni che, alla luce delle indagini successive, si riveleranno demenziali ( capo delle Br e del delitto Moro, fra l’altro); sua madre insegue il marito per tutta l’Italia in un affannoso tour penitenziario: San Vittore, Rebibbia, Trani, Fossombrone, Asinara,…Per 4 anni, come due HuckFinn di porta Ticinese costretti a crescere troppo in fretta, Anna e suo fratello ( di tre anni più piccolo) rimangono “soli in quell’appartamento di dodici stanze, che era stato sempre pieno di gente e ora era come un castello infestato di fantasmi”. Anna, come un personaggio di Garcia Marquez, diventa bulimica: “ mangiare era il suo modo di piangere”. Nel ventre della balena/galera, Pinocchio smarrito e dolente, c’è ovviamente anche lei insieme a suo padre. Tutti e due alle prese con un corpo espropriato, imprigionato, sottratto: vergognarsi del proprio corpo ‘sfasciato’ dalla barbarie alimentare diventa una forma che rimanda alla vergogna più grande, quella di avere un padre esposto alla gogna, mediatica e non . Dopo il ‘lutto’ dei primi 2 anni, la casa di Porta Ticinese si trasforma in una Woodstock domestica, refugium peccatorum dove i coetanei di Anna e Checco trovano un posto per far l’amore, drogarsi, bere,… “in uno stato di disperata ed allegra anarchia”. L’Italia sta cambiando: come in quella vignetta di Altan, dopo gli anni di piombo,  sta per giungere l’ora dei “confortevoli, quieti anni di merda”. Gli anni della Milano craxiana, con annessa fauna di yuppies e pubblicitari. L’Italia dei ‘dancing days” per dirla con il titolo di un libro appena uscito da Laterza: l’Italia del riflusso e dell’eroina a gogò, l’Italia dei Fioroni ( il pentito più emblematicamente disgustoso nell’affaire Negri) e dei Fiorucci. Poi tutto finisce ( la prigionia di Toni,l’infanzia, la relazione coniugale, il sogno della rivoluzione…), ma l’allegria è la stessa di naufragi malamente sopravvissuti al naufragio: Toni va a vivere a Parigi con una nuova compagna, suo fratello tenta di liberarsi dalle dipendenze accumulate in quella vita solitaria e picaresca, sua madre,dopo un periodo buio, recupera l’impegno sociale, l’io narrante scopre la vocazione cinematografica. Con questo libro, Anna Negri scrive la terza anta di un trittico, inaugurato da “Senior service” ( Feltrinelli 1999) di Carlo Feltrinelli e “Spingendo la notte un po’ più in là” (2007 Mondadori) di Mario Calabresi. Tre libri scritti da figli che, anche attraverso questa specie di diari in pubblico, tentando di disimpigliarsi dalla Storia, spiegano il dolore e la felicità  dell’essere figli di Padri bifronti: padri-padroni come Crono, fragili come Anchise. Ma in questo di Anna Negri c’è una specie di valore aggiunto, rispetto agli altri: con grande leggerezza, la Negri ci fornisce la trascrizione luminosa e perfetta di un’ epoca e di un clima sociale e culturale di cruciale importanza, rifuggendo da ogni tentazione intimistica e crepuscolare, bandendo ogni tentazione nostalgica, ogni melassa sentimentale.

pubblicato su Liberazione

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