Cose Nostre

emigrant

di Gaspare Balsamo

 

Alla notizia dell’ennesimo racconto su vicende e storie di famiglia, questa volta le mie zie sbottarono.

“Ma picchi stu picciotto ave a parlare sempre di storie vecchie e antiche e per giunta di fatti di famiglia. Io non lo capisco, cu tutti i fatti chi ci su di parlare, giusto, giusto di storie di famiglia? Bahh! Mi pare strano, secondo me c’è qualcosa che non va, un giovane parla di altro, di cose di oggi, si interessa a cose moderne e no a storie vecchie e antiche e a fatti di chiastini morti”.

Tutti sti lastimi e lamenti, proprio questa volta che invece mia madre, al contrario delle sue sorelle, l’aveva presa bene. Perché questa volta l’asse del racconto si era spostato, adesso i protagonisti delle storie non erano più i parenti dalla parte della famiglia di mio padre, ma erano quelli della famiglia di mia madre. E forse proprio per questo adesso le mie zie non riuscivano a mandarla giù, perche indirettamente si sentivano troppo coinvolte, proprio loro che coinvolte non volevano esserlo e che quindi per delegittimare la loro presenza negavano e contestavano i fatti narrati. Esserci o non esserci, questo era il loro dilemma, ma forse proprio reclamando il diritto della loro assenza affermavano il piacere della loro presenza.

Mentre stavolta mia madre era tutta orgogliosa.

“Senti, senti che ha scritto mio figlio, sentite chi nipute intelligente c’avite”.

Si era presentata per il solito caffè pomeridiano a casa dalla mie zie gemelle, tutte due zitelle che vivevano assieme, e tutta contenta voleva leggergli questo racconto che stavolta parlava di loro,

o più precisamente della famiglia da parte del loro padre. Che forse poteva essere pure questo il motivo del disaccordo sul tema del racconto, probabilmente l’argomento, loro padre, a cui, dal giorno della morte di mia nonna non avevano più rivolto la parola.

Ma a mia madre tutto questo invece gli aveva fatto l’effetto contrario. Era proprio contenta che questa volta si parlava di loro e in un certo qual modo anche di sua madre, che era la persona a cui tutte e tre sorelle erano veramente legate, il loro punto di riferimento finché era rimasta in vita.

E poi mia madre questa volta poteva dimostrare un senso di riscatto nei confronti di mio padre.

“Hai visto? Tuo figlio, che sarebbe pure mio figlio, non parla solo di storie che gli racconti tu e che riguardono i fatti delle famiglie di tuo padre e tua madre, ma invece racconta pure storie che parlano della mia famiglia”.

E si, ce l’aveva fatta. Adesso pure quello che riguardava lei poteva venire fuori. Si sentiva soddisfatta e risarcita. In un certo qual modo era come se quel racconto l’avesse scritto proprio lei, lei che in tutti questi anni quando le chiedevo di raccontarmi qualcosa sulla sua infanzia, su sua madre e suo padre, sul suo viaggio in Venezuela, non raccontava mai niente. Diceva che non ricordava, oppure quando proprio quasi la costringevo a raccontarmi qualcosa, era cosi restia a parlarne di quei fatti passati che il tempo del racconto non superava mai i due minuti.

“Ammazza, tutto qua, due minuti per raccontarmi cinque anni di permanenza in America? Gli dicevo.

“Ma ero piccola non mi ricordo niente?”

Questa era sempre la sua solita, scontata e banale risposta.

Che poi invece paradossalmente le uniche da cui riuscivo ad avere notizie sul loro passato, degli anni trascorsi in Venezuela e di altre storie, erano proprio loro le mie zie; che anzi quando gli chiedevo di raccontarmi cominciavano e continuavano con gran piacere. Pomeriggi interi, dopo pranzo durante il caffè, nella nostra casa al mare, durante le focose estati trapanesi a raccontarmi di queste storie.

Ma ora che a raccontare e a trasformare quelle storie ero stato io, per loro non era giusto c’era qualcosa che non andava, non era normale che un giovane si interessasse a questo tipo di storie fino a questo punto. Ma mia madre invece si, mia madre era contenta. Andavo in giro per la città con la sua bicicletta motorizzata tutta sorridente, incontrava persone e senza che quasi queste gli e lo chiedessero parlava di me.

”Si mio figlio sta bene, sta sempre a Roma, è bravo si dà da fare, lavora, certo l’ambiente suo, lo sappiamo è difficile, però tutto sommato va bene”.

Piena e carica di energia, perfino a casa l’atmosfera era più rilassata. Col suo entusiasmo riusciva a smorzare e placare l’invadente e a volte insopportabile nervosismo di mio padre. Pure lui era disarmato dalla simpatia di mia madre. Niente ci poteva fare, questa volta doveva ammetterlo. Sua moglie con la sua presenza forte lo metteva in secondo piano, riusciva ad attirare su di se e su tutto quello che diceva e faceva la sua attenzione. Per quanto ci avesse provato a smorzare il suo entusiasmo non c’era riuscito.

“Si ma che c’entra in questi racconti nuovi, tuo figlio c’ha messo molto del suo, invece in quelli precedenti, dove le storie che racconta si rifanno a fatti che gli ho raccontato io, c’è molta farina del mio sacco”.

“Ma statti zitto, e non essere il solito egocentrico e diamo a Cesare quel che di Cesare”, lo zittiva subito mia madre.

Insomma a parte questi piccoli e giocosi battibecchi in casa fra moglie e marito, l’atmosfera era molto rilassata. Nonostante tutte le previsioni del tempo. Perché in quei giorni i miei si trovavano ad affrontare un serio problema. Il loro consulente, a cui avevano affidato i pagamenti di tutte le tasse degli ultimi anni, attraversava un esaurimento nervoso, e praticamente erano due anni che non pagava nulla di tutto quello che invece bisognava aver dovuto pagare. La situazione era alquanto complicata. Perché, così, da un momento all’altro si ritrovavano a dover pagare somme di denaro che pensavano di aver già pagato, e in più andavano pure incontro a diverse penali.

Io dal canto mio avevo chiesto delle spiegazioni, gli dicevo che era un loro diritto capire se si trovavano realmente davanti ad una persona malata o se invece erano incappati in una truffa.

Ma da quello che mi spiegavano tutto pareva confermare la tesi dell’uomo contemporaneo apparentemente normale che un giorno da un momento all’altro esce fuori di testa. Una ragione per essere tolleranti e comprensibili, a modo loro. Un buon motivo per me, per continuare a credere nella bontà umana, e in questo caso in quella dei miei genitori e rimettere tutto nelle mani del buon Dio. Anche perché da quello che mi raccontavano non tutti erano stati buoni con quel signore, ma molti a quanto pare avevano picchiato quell’uomo insultandolo e lasciandolo lì malamente. Inoltre avevo chiesto a mio padre, se lo Stato in questi casi risarciva e tutelava il cittadino. Ma mio padre aveva risposto con tutto il suo disprezzo che provava ormai nei confronti di una politica nazionale e di uno stato assente e imbroglione.

“Ma quale stato e stato. Lo stato non ha mai tutelato nessun cittadino”.

Insomma tutti questi fatti mi avevano rattristato molto, ma per fortuna c’era mia madre in quei giorni che risollevava il morale di tutti con poche e azzeccate parole. Io infatti ero sbalordito di quello che stava succedendo. Normalmente, in una situazione di questo tipo, mio padre, che è una persona che prende sempre tutte le cose troppo sul serio, in questi casi sarebbe diventato molto pesante e avrebbe cominciato a pensare e dire che tutto gli andava contro e che la sfortuna lo perseguitava. Ma invece nulla di tutto questo, anche la sua voce al telefono era calma e rilassata.

Meno male. Meno male che c’era stato questo mio racconto che aveva trasformato mia madre in una persona allegra e sorridente che riusciva a trascinarsi tutti dentro il suo approccio alla vita tranquillo e positivo.

Ma l’arte è inutile!

Dopo qualche giorno, al telefono mia madre parlandomi del racconto, mi dice che forse il finale è la cosa che la convince un po’meno. Io le rispondo che probabilmente è vero e che ci sto ancora pensando al finale di questo racconto.

Un pensiero su “Cose Nostre

  1. transit

    Quanno t’arricuorde e vuò sapè
    d’a memoria, d’e ricorde e d’o passato,
    ‘o mutivo è sempe chillo: ll’ammore.
    Comme gire e comme avuote, ce trase
    sempe ammore. Pe’ sotto e pe ncoppe,
    ‘na specie ‘e zuccariello ca te aiuta
    a gghì annanzo; nzomma, a suppurtà
    e a godè ‘a vita. E tutt’e femmene,
    sarebbe a dicere mamme, zie, sore
    e cunuscente stu fatte ‘e ll’ammore
    ca comme petrusino ogni menesta,
    nun manca maie, l’avesseno sapè
    troppo bbuono.

    e, chi se mette a cercà, pure si
    sta suffrenno ‘e na perdita persino
    ‘e nu semplice ricorde, va sempe llà:
    ‘o posto ca se chiamma ammore.

    Transit-Scarpantibus.

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