il vuoto rotondo
l’autobus del mattino
riscuote presto i debiti
di sonno agitato
grattato da sotto gli angoli
avanzati al lavoro
mi alzo appena devo
ma subito il vuoto rotondo
circonda e respinge
tra le fessure del selciato
alla fine dello smog notturno
affianco al bambino che
ancora proiettile in mano
esige risposte e affetto
dimenticare lo snodo
soffocante della morte
ritagliare giornali
e scampoli di furore
è l’unico tributo
che mi troverà in mano
l’autobus mattutino
mai farsi il sangue amaro
ho sudato e pregato
per tornare all’alba del respiro
e ricominciare il conto dei colpi
sperando di non tradirmi ancora
di cancellare dalla sabbia gli errori
(di ortografia o metafisica)
era necessario ferire
il ventricolo giusto
scegliere un proiettile spietato
senza giustificazioni o saluti
erratico ed asciutto
il rimorso di aver teso la mano sbagliata
forse svanisce in fretta, neanche marcisce
e l’alba lo cancella nel sorriso
sottile di lei
sveglia
a contarti i respiri
usciamo
si sgorga
come zingari
nelle vie chiassose
si morde il selciato
impallidendo i passanti
con risate fresche e umide
tintinnando nel buio
ti offro
ti offro parole
invece di sogni
più concrete da masticare
e sentirti salda
distrattamente felice
accettare l’inverno
il fruscio secco della luce
attraversa ogni ramo
stormisce tra le ciglia
scantonando dietro le pupille
al bordo delle impressioni
un mattino inalato a fondo
raschia di tosse
le traiettorie sbieche
di cori natalizi a tangere la terra
che disfa sotto al gelo
brucia l’attesa in angoli di silenzio
dove accettare l’inverno
…
sulla strada rovina ogni proposito
nessun abside ad accogliere preghiere
volatili come foglie attardate
a stuzzicare il vento
oggi ho saliva corta
rimorsi alla lingua
e si discerne male
l’ombra della verità
solo un rovello di chiacchiere
in un vicolo cieco
nel folto
rovistando
potrei anche
imboccarne il senso
e leggendo gli occhi
forse
ma non è
chiave di luce
abisso murato
senza cerniera
di sicurezza
dissolta la scacchiera
il folto rigenera
e abbraccia
socchiude al futuro
Il fruscio secco della luce
di Marco di Pasquale
Wizarts, Porto Sant’Elpidio, 2009
Dalla presentazione di Manuel Caprari
L’opera d’esordio di Marco Di Pasquale si segnala per la coerenza stilistica e la compattezza tematica dell’insieme, e per la “pastosità”, se mi passate il termine, dell’impianto sintattico e terminologico. L’autore sembra quasi voler ricreare, più ancora che rappresentare, la concretezza materica del reale, attraverso la scelta dei suoni e la densità delle metafore; in queste poesie il “respiro” si “carezza” e si “massaggia”, e al tempo stesso gli oggetti e gli ambienti sembrano respirare.
Di Pasquale è un poeta quasi animista, che ci segnala la presenza di un flusso vitale che impregna tutte le cose; flusso vitale che appare a volte come congelato nell’insensata coazione a ripetere di una quotidianità segnata dalla routine che codifica e svuota di significati gesti e azioni. Questa vitalità è però sempre pronta a deflagare in tutta la sua potenza, innescata dalla forza dell’amore, che poi altro non è che piena accettazione di sé, dell’altro-da-sé e del tempo presente, nonché massima realizzazione del potere comunicativo e relazionale della parola.
Parola che l’autore si concede l’estrema libertà –e non sembri un paradosso- di piazzare sempre e solo laddove è indispensabile e necessaria. Si tratta della libertà da un’idea di logica razionale consequenziale a favore di una logica più intima e intuitiva, che chiama il lettore a una più profonda corrispondenza emotiva.
Il tutto sulla base di un ritmo poetico sincopato e cadenzato, coi suoi versi brevi, spezzati, a rendere più incisivi linguaggio e immagini.
Ve lo dico, anche se sembra banale visto che parliamo di poesia, ma non è detto che sia poi così scontato: seguite la musica.

Se lodassi Marco Di Pasquale mi darebbero addosso dicendo che sono di parte, e allora aspetto di essere preso a pallate di neve. A me la poesia di Marco Di Pasquale piace, mi sembra possa essere definita fandango-picena.
i testi sono belli davvero. colpisce il ritmo, la selettività del lessico, azzeccata la rinuncia alla punteggiatura, e alcune frasi suggeriscono pensieri e immagini molto suggestive, una scrittura rigorosa priva di paracaduti o rifugi. complimenti a Marco, che non conosco, ma che so tra le anime più feconde delle nuove Marche. Ho cercato l’editore su internet e mi sono perso…potete dare qualche indirizzo o recapito telefonico? grazie.
Grazie Manuel, il tuo giudizio sulle poesie mi fa davvero piacere, come mi fa piacere quello di Alessandro (l’ennesima riconferma, ma che stuzzica il mio orgoglio piceno!). L’esercizio di scrittura è un lavoro a cui ci si deve dedicare con attenzione e precisione, ma anche con quella spinta vigorosa e coinvolgente che proviene dalla passione, dall’amore inteso come forza che accende ogni cosa e che ci connette tra uomini, rendendoci davvero esseri umani. La rinuncia alla punteggiatura, come alle maiuscole, è un vecchio puntiglio, una necessità di esprimere il concetto della poesia come un carotaggio del magma cui apparteniamo, senza un vero inizio o una fine.
Un grazie particolare a Renata che mi ha dato modo di farvi conoscere ciò che scrivo. Per chiunque volesse, l’indirizzo web della Wizarts editore è http://www.wizarts.it, il numero di telefono lo si può rintracciare tramite il sito.
mdp
“brucia l’attesa in angoli di silenzio
dove accettare l’inverno”
e
“sulla strada rovina ogni proposito
nessun abside ad accogliere preghiere”
(da”Accettare l’inverno”)
Ho scelto due fra le più belle immagini di “Accettare l’inverno”,uno dei testi poetici forse fra i più rappresentativi del poeta Marco di Pasquale.
La sua poesia è spesso asciutta,scorata,senza vie di fuga.
La sua è una poetica che si propone e impegna per togliere l’ultimo velo che si frappone frà realtà e sete di illusione; chiede di procedere,dopo il disincanto,per vie meno estemporanee.Chiede,e risuona denso pure di interrogativi:sul senso del fare,delle rappresentazioni d’immagine quotidiana.Nessuna pietà,nessuna ipocrisia,nessuna possibilità di evitamento:la crudezza delle immagini che rifrangono sull’asfalto alla prima luce del giorno.Vividezza dei colori del mattino che contrasta con i tratti del sentire.
Eppure il poeta sembra richiedere questo esercizio di sfrondatura(come lo attua sui propri testi)dagli orpelli,le imbellettature dell’odierno, del quotidiano,per arrivare ad altro approdo,che si immagina di luce meno diffusa ma più reale e durevole.Non poesia di chiaro taglio pessimistico,ma poesia di ricerca di verità,per ripartire senza inutili zavorre ,le quali,il poeta ne è conscio,appesantiscono e inutilmente rallentano il proprio viaggio.
Complimenti all’esordio di Marco. Mi piacciono, ad ogni rilettura sempre di più. “Accettare l’inverno” è la mia preferita, ma vi è in tutte un censimento del reale e del quotidiano in chiave personale ed intima, del tutto riconoscibile e distintiva, che aggancia e trattiene il lettore.
Lara Lucaccioni
Piacciono anche a me, ma discordo dal prefatore: trovo forti i concetti e le immagini ma la musicalità, a mio parere, ancora perfettibile. Comunque davvero un bel linguaggio, bravo!