Plenilunio
Le stelle attorno alla bella luna
velano il volto lucente
quando piena, al suo colmo, argentea,
splende su tutta la terra.
(Saffo)
*
Sangue e luna
La purezza della luna senza nubi
ha gettato come una freccia il suo raggio sulla pianura.
Oggi dopo sette secoli ella è pura,
non ha lasciato macchia il sangue innocente.
Qui, sul suolo sazio di sangue hanno sostato
l’assassino il carnefice e il soldato
pel piatto d’ogni d’ogni giorno o in cieca paura
o per odio astratto e spargevano sangue,
ma non poté zampillare un getto lassù:
odor di sangue sulle scale degli avi!
E noi che sangue non versammo, qui raccolti
gridiamo in ebbra frenesia per la luna.
(William Butler Yeats)
*
Tristezze della Luna
Questa sera la luna sogna con più languore;
come una donna bella su cuscini svariati
che con la mano lieve e distratta accarezza
prima del sonno il dolce contorno dei suoi seni,
sopra il lucido dorso di valanghe di seta,
morente s’abbandona a lunghi smarrimenti,
e gira intanto gli occhi su visioni bianche
che nell’azzurro salgono, come sboccio di fiori.
Quando nel suo accidioso languore, qualche volta
lascia un’ascosa lacrima cadere sulla terra,
nemico del riposo, un pio poeta accoglie
nel cavo della mano quella pallida lacrima
iridescente al pari di un frammento d’opale,
e la cela agli sguardi del sole, nel suo cuore.
(Charles Baudelaire)
*
La luna
C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.
(Jorge Luis Borges)
*
A lume di luna
Quando la luna sfavilla nella notturna foschia
con la sua falce tenera e lucente,
la mia anima aspira a un altro mondo,
ammaliata da lontananze infinite.
Ai boschi, ai monti, alle candide cime
io mi affretto nei sogni come uno spirito infermo,
io veglio sul mondo tranquillo
e dolcemente piango e respiro la luna.
Assorbo questo pallido splendore,
come un elfo vacillo in una rete di raggi,
ascolto il silenzio loquace.
Mi è lontano il tormento del prossimo,
mi è straniera la terra con la sua lotta,
sono una nube, un alito di brezza.
(Konstantìn Bal’mont)
*
Chiaro di luna
Pensare che mai nessuno vivrà su quell’astro
talvolta mi sferra un colpo all’epigastro.
Ah, tutto per te, Luna, quando avanzi
nelle sere d’agosto attraverso le fantasmagorie del silenzio!
E quando disalberata fili al largo
per i neri frangenti delle nubi!
Oh! salire, e perdutamente dissetarmi
alla fonte dei tuoi beatifici battesimi!
Astro acciecato, faro fatale
dei voli migratori degl’Icari gementi!
Occhio sterile come il suicidio,
noi siamo il congresso degli stanchi, e tu presiedi!
Cranio lustro, schernisci la calvizie
delle nostre incurabili burocrazie;
o pillola delle finali letargie,
trasfonditi nei nostri duri encefali!
O Diana dalla doricissima clamide,
l’amore fermenta, prendi la tua faretra e sulla terra
pungi i cuori di buona volontà
con un dardo che inoculi l’essere aptero!
Astro lavato da inauditi diluvi,
qualche tuo casto raggio febbrifugo
si svii, stasera, per inondare le mie coltri,
in lui mi laverò le mani dalla vita!
(Jules Laforgue)
*
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica,
ed è ríschio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse dei mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
li verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.
(Giacomo Leopardi)
*
Canzone per la luna
Bianca tartaruga,
luna addormentata,
come cammini
lentamente.
Chiudendo una palpebra
d’ombra, guardi
come un’archeologica
pupilla.
Forse sei…
(Satana è guercio)
una reliquia.
Viva lezione
per anarchici.
Geova usa
seminare il suo podere
con occhi morti
e le teste
delle milizie
nemiche.
Severo regge
la face divina
col suo turbante
di nebbia fredda,
mettendo dolci
astri senza vita
al biondo corvo
del giorno.
Per questo, luna,
luna addormentata,
protesti
priva di brezza,
per il grande abuso
la tirannia
di questo Geova
che vi incammina
su un sentiero,
sempre lo stesso!,
mentre lui gode
in compagnia
di Donna Morte
che è la sua amata.
Bianca tartaruga,
luna addormentata,
casta Veronica
del sole che pulisci
al tramonto
il suo volto rosso.
Abbi speranza,
morte pulita,
che il gran Lenin
della tua campagna
sarà l’Orsa
Maggiore, la selvaggia
fiera del cielo
che andrà calma
a dare l’abbraccio
di saluto
al vecchio enorme
di sei giorni.
E allora, luna
bianca, verrà
il puro regno
della cenere.
(Avrete capito
che sono nichilista)
(Federico Garcìa Lorca)
*
L’infernaccio della città
Le finestre frantumarono l’infernaccio della città
in minuscoli infernucci succhianti con le luci.
Rossicci diavoli, si impennavano le automobili,
facendo esplodere le trombe proprio sull’ orecchio.
E là, sotto l’ insegna con le aringhe di Kerc,
un vecchietto stravolto cercava tastoni i suoi occhiali
e ruppe in lacrime quando, nel tifone del vespro,
un tram di rincorsa sbatté le pupille.
Nei buchi dei grattacieli, ove ardeva il minerale
e il ferro dei treni ingombrava il passaggio,
un aeroplano lanciò un grido e cadde
là dove al sole ferito colava l’ occhio.
E allora ormai – sgualcite le coltri dei lampioni –
la notte si diede al piacere, oscena e ubriaca,
mentre dietro i soli delle vie in qualche luogo zoppicava,
non necessaria a nessuno, la flaccida luna.
(Vladimir Majakovskij)
*
da Ballata alla luna
Era nella notte bruna,
sul campanile ingiallito,
la luna,
come un puntino sull’i.
Quale spirito cupo,
o luna, all’estremo di un filo,
nell’ombra conduce
la tua faccia e il profilo?
Sei tu l’occhio guercio del cielo?
Quale spione cherubino
ci sbircia con l’occhialino
da sotto lo scialbo tuo velo?
Non sei tu che una palla,
o un grassissimo ragno
che va rotolando
senza braccia né zampe?
Sei tu, te ne sospetto,
il vecchio quadrante di ferro
che suona
l’ora per i dannati dell’inferno?
Forse un verme ti rode,
quando il tuo disco annerito
s’allunga
in falce sottile?
Chi ti aveva accecata,
la notte passata?
Hai tu sbattuto
il capo a qualche albero puntuto?
Perché, pallida e cupa,
sei tu venuta
a incollare ai miei vetri
attraverso le sbarre il corno tuo?…
(Alfred De Musset)
*
da Rapsodia su una notte di vento
… Guarda la luna
“La luna non tiene alcun rancore”
strizza il suo occhio languido,
sorride negli angoli.
Liscia la chioma dell’erba.
La luna ha perduto la memoria.
Un vaiolo slavato le screpola la faccia,
attorce con la mano una rosa di carta,
che profuma di polvere e d’eau de Cologne,
è sola
con tutti gli antichi profumi notturni
che le incrociano e incrociano dentro il cervello.”…
(Thomas Stearns Eliot)
*
La luna e il cipresso
Questa è la luce della memoria, fredda e planetaria.
Neri sono gli alberi della memoria, azzurra la luce.
L’erba riversa ai miei piedi, quasi io fossi Dio, le sue pene,
pungendomi le caviglie e mormorando umiltà.
Fumosi, spiritali vapori abitano questo luogo
che una fila di lapidi separa dalla mia casa.
Insomma, non riesco a vedere il posto che ci aspetta.
La luna non è una porta, ma precisamente una faccia
bianca come una nocca e terribilmente sconvolta.
Attira il mare come un buon delitto, tranquilla
nell’O della sua bocca spalancata e disperata. Io
abito qui. La domenica due volte squassano il cielo
le campane – otto lingue clamanti Resurrezione.
Placate, infine scandiscono i loro nomi.
Il cipresso punta in su, ha un profilo gotico.
Gli occhi seguendolo trovano la luna.
La luna è mia madre. Non è dolce come Maria.
Le sue azzurre vesti sprigionano pipistrelli e civette.
Come vorrei credere nella tenerezza –
Il volto dell’effigie, ingentilito da candele,
chino proprio su di me, i miti occhi.
Fu lunga la mia caduta. Le nuvole fioriscono
azzurre e mistiche sulla faccia delle stelle.
Dentro la chiesa, saranno tutti azzurri i santi
che sfiorano coi teneri piedi i freddi banchi,
le mani e le facce rigide di santità.
Niente di ciò vede la luna, è vuota e desolata.
E il messaggio del cipresso è nerezza – nerezza e silenzio.
(Silvia Plath)
*
da Il funambolo e la luna
… Allora, dalla vetta del monte più azzurro si vide
la luna tartaruga a sei ali sorgere tutta d’oro e fluttuare
raccolta in una lenta solennità sopra il sacro universo.
Il Funambolo
splendeva tutto camminando sulla sua fune, sotto la luna,
con una superba destrezza che dissimulava il rischio e la fatica, e perfino il travaglio dell’arte.
E quei suoi movimenti, quasi oscillasse su due lievissime ali,
e quel timore in noi: “cade, non cade”, “cade, non cade”,
diventava un canto immenso, invulnerabile, profondo
che colmava di fiducia la notte intera, e il tempo tutto fino al futuro più remoto,
che colmava di gioia perfino il sonno di quanti già dormivano
sotto le verande di legno, sui balconi, sulle terrazze o distesi sull’erba.
(Ghiannis Ritsos)


grazie per questa bellissima antologia tematica. “mie” le poesie di leopardi (ehhh, che ci posso fa’?) e s.plath.
Grazie anche da parte mia
Grazie a voi, carissimi. Questo è il frutto di qualche ora di divertimento, riandando con la memoria a vecchie poesie, un modo per augurare buona estate a tutti.
Lucy, se vuoi, puoi aggiungere all’antologia qualche altra poesia alla luna delle tue preferite, qui di seguito…
Per qualche giorno non avrò possibilità di connessione, per intanto un caro saluto.
Bel modo di festeggiare il nostro satellite!
Grazie, Giorgio.
se posso permettermi un notevole contributo dalle mani di Daniel Barenboim, eccolo:
http://www.youtube.com/watch?v=E10K73GvCKU&feature=PlayList&p=DA02256D6C2E640B&index=4
E grazie anche da me.
http://www.youtube.com/watch?v=2hBwc2fzMco&feature=PlayList&p=FCD1CBEF6DCCEC25&playnext=1&playnext_from=PL&index=22
mi associo con entusiasmo ai ringraziamenti: questa serie di testi mi ha fatto scoprire cose nuove e ricordarmi di cose stupende
di questo passo si arriva a lei, la casta diva di sempre:
http://www.youtube.com/watch?v=tmN8YT9Avg4&feature=related
ah, giorgio, geniaccio romantico!
Giorgio,
avrei potuto cercare una poesia sulla luna degna di quelle già postate.
Ma la prima cosa che mi è ventuta in mente quando ho letto questo post, è una specie di filastrocca dialettale che ci cantavano gli adulti, noi bambini, nelle sere d’estate quando la luna per noi era un bellissimo mistero. Ti lascio solo la prima strofa.
Luna luneddha,
fammi na cuddhureddha,
fammìlla beddha rrandi
mi ‘nci a levu a San Giuvanni,
si San Giuvanni non la ‘oli
nda mangiamu nuatrhi figghioli.
Ciao Giorgio, con abbraccio
jolanda
è sempre un piacere lunambolare un pò, mi permetto di segnalare l’ultimo numero del compagnosegreto che è dedicato alla luna
http://www.compagnosegreto.it/NUMERO%2014/home.htm
una mia poesia:
LA CITTA’
Cammino e vedo solo gente urlare
cammino e non vedo nessuno pregare
cammino e intravedo ragazzi picchiare
cammino ma non c’è nessuno ad aiutare.
Passeggio ma tutti hanno fretta
parlo ma nessuno mi vuol dare retta
e poi con grane stupore:
-vai via!- mi urla ubriaco un signore.
Questa è la citta’ di giorno
e di notte è ancor piu’ peggire
spero di non farci mai piu’ ritorno
ma son passate troppe, troppe ore!
pepe
(forse è bruttissima perche’ ho solo 12 anni 🙂 )