Mi sveglio, di Andrea Sartori

Mi sveglio d’estate in un sudato sudario intriso del mio freddo. È febbre. Odo il raggricciare gesticolante d’una delle mie disgustose zampine, ed è la venticinquesima che cerca l’abbraccio della ventiseiesima, mentre tutte le altre paiono cicale intente a frinire nel loro tentacolare distendere le antenne. Eppure non sono antenne d’intelligenza ciò che distendono, ma arti rivoltati al cielo, ora scoperti dal lenzuolo intriso dell’umidità della notte trascorsa, pennellato di macchie gialle, forse la putrescenza del mio tronco. O è la linfa del mio corpo? Fisso il soffitto. Accanto al lampadario un clown con sformati pantaloni verdi mi fissa, sul naso ha una palla rossa, sulla testa un cappello floscio, una giacca dalle lunghe falde non lo veste ma lo copre tutt’intero. Stridono, ora, mentre sfregano le une con le altre, tutte le mie corte zampe, e mi pare che l’uomo sul soffitto sorrida, allungando un braccio verso il mio letto, che sta perpendicolare alla sua figura. Il braccio sostiene una lampada, egli vuole illuminarmi, attribuirmi un predicato, cerca di restituirmi una definizione, per quanto essa sia ridicola, irricevibile. Provo a voltarmi, a rigirarmi nel letto, a sottrarmi all’indicazione, ma nel mio sacco non c’è movimento, solo il vibrare a vuoto delle molteplici estremità. Mio padre entra nella stanza e si ferma sulla soglia. Non dice nulla. Mi si blocca il cuore. Mia madre lo raggiunge alle spalle. Mi guardano entrambi mentre il clown ora ride e la lanterna oscilla ad un improvviso alito di vento. Dalla finestra aperta è entrato uno sbuffo caldo, porta con sé batuffoli di polvere di strada, sollevatasi dall’asfalto. Volteggiano i riccioli grigi tra me e il clown, m’oscurano la vista mentre guardo immobili i genitori. Essi paiono attendere. Io attendo nel mio guscio di capire che cosa possano attendere. La massa del mio interno preme sulla corazza alle mie spalle, sforma la mollezza del mio ventre, tende le lamelle che inanellano il bozzolo allungato che mi contiene, che mi forma. Nell’attesa, solo la frescura smossa dalle fronde dell’albero antistante la mia camera determina una modificazione. Ora le zampe quasi non si muovono più. Stanno anch’esse rigide, piegate su se stesse, impossibile tenerle distese. La mia figura assume una posizione ricurva, se fossi in acqua sarei un riccio di mare, se fossi in un campo, in un giardino, sarei un baccello. Ma non c’è acqua, se non sudore, e non ci sono colori agresti, che neppure conosco, ma solo le pitture sul volto del clown, l’affastellamento dei colori di cui i suoi abiti sono intrisi. I volti di coloro che sono pietra di fronte a me, tuttavia, sono talmente fissi, quasi senza pietà, compassione e dolore, che anche l’immagine del clown, a poco a poco, a poco a poco come si conviene ad un’immagine, svapora sul soffitto, s’appiattisce contro di esso e si dissolve, grado a grado nell’uniformità della muratura dipinta a bianco, nebbia che si dirada in prossimità d’un muro. Non trovo altro da guardare, tumefatto nel mio corpo, anche l’aria non entra più dalla finestra spalancata. Ora provo a non guardarli poiché sento d’essere troppo identico al loro sguardo, cerco così di sganciarmi dal silenzio dei loro occhi. Non vedo neppure me stesso, se non la punta ricurva, appena accennata, della mia estremità lamellare e gelatinosa. Non so più dove guadare. Con lo scomparire della frescura dell’aria anche l’aria nei miei polmoni pare essere risucchiata. Non respiro. Riprendo a scalciare. So di produrre un concerto di cicale, un continuo gridare di zampe, un sibilare di arti, ma neppure sento, ormai, ciò che proviene da me. Più mi dibatto nella dura corazza che mi contiene più mi mancano consonanti e vocali. Non so se loro due odono il mio frinire. Non li vedo. Non so più se sono ancora qui. Non mi passa per la mente d’essere un orrore, ma ora, mentre muoio, vengo colto dal sospetto d’un rifiuto totale, senza rimedio, dall’idea d’essere stato negato, al punto di dover uscire dal mondo. Così, avvolto nelle lenzuola putrefatte che infine si richiudono sopra di me, m’abbandono alla piattaforma che mi porta nella deriva di un sogno. Le bende enfiate dall’irregolarità della mia forma stanno l’una avvolta nell’altra come un fagotto gonfio.

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