Prosegue il microprogetto iniziato con Monica Mazzitelli che riguarda le donne che vivono per strada.
Questo secondo racconto probabilmente non sarà l’ultimo e, come già detto, chiunque può continuare, ovviamente, finché non sentiremo che questo disagio, nostro, sia stato abbastanza narrato.
VIRGINIA
Anni fa, quando ancora il Teatro non era stato chiuso, erano cominciate le sue apparizioni.
Scendeva dalla Rampa stretta nel cappottino grigio che l’avvolgeva, secca e fragile, come disossata.
I gradini sconnessi, la sua pettinatura miracolosamente scura avvolta mille volte su se stessa come quella dei santi eremiti dell’India e quella voce potente che la precedeva, la seguiva e l’avvolgeva, dapprima flebile, poi un grido, un ruggito, un “io sono”.
“Che me ne importa a me se non son bella
Io ci ho l’amato mio che fa il pittore
Lui mi dipingerà come una stella
Che me ne importa a me se non son bella!”
Cantava sempre la stessa canzone, cascame di un passato fatto di riflettori e lustrini, del quale Virginia ricordava solo a tratti i velluti del sipario e l’eco degli ultimi applausi, quando anche l’ultimo inchino diventava superfluo.
Mentre attraversava la strada, alla sommità della Rampa appariva Arabella, il suo angelo custode. Giovane, forse, vestita con una gonna lunga color carta da zucchero, di lei dicevano che fosse una suora laica, ma aveva gli occhi e la postura del boia.
“Perché, vedete, una soluzione al problema dei senza tetto con problemi psichiatrici, esiste”, diceva Virginia dopo essersi rifugiata, come tutti i giorni, dietro le quinte del palcoscenico del Teatro che sorgeva di fronte alla Rampa “e lo dico perché io ci sono stata al manicomio e quando sono uscita abbiamo sperimentato la casa comune e ci vivevamo benissimo, fino a quando non sono arrivati quelli là….”
S’intristiva e diceva sommessa: “… io che sono stata la regina dei più grandi teatri del mondo!”
Poi, d’improvviso, ricominciava a cantare la sua nenia di vecchia sciantosa ed era allora che Arabella s’affacciava sulla porta del Teatro.
Non entrava, tanto tirannica quanto pusillanime, sapeva riconoscere l’altrui territorio ed il Teatro non le apparteneva.
Era tutto di Virginia quello spazio dove s’annusava odore di polvere, legno e stoffe umide; era di Virginia che solo lì dentro poteva sfuggire all’accanimento protettivo di Arabella.
E cantava, ricordava, cantava e di nuovo dimenticava, mentre dal cappottino, ora aperto, spuntavano un corsetto rosso, una crinolina e fra le mani le si materializzava un ventaglio di trina nera.
Tutti i suoi amuleti.
Indossandoli tornava regina: “…e dovete dirglielo a quella là -diceva indicando Arabella che schiacciava le palme e le guance contro il vetro della porta d’ingresso- dovete dirglielo che io non ho bisogno di nessuno!”
Arabella implorava ansimando: “Dovete capire… lei senza di me non può stare… Non credete a nulla di quello che vi dice… non sa più chi sia, né chi è mai stata. Sono io la sua unica sopravvivenza!” E così dicendo tentava di addrizzare la schiena, ma si mordeva le labbra come gl’impostori.
Sembrava lei quella bisognosa d’aiuto, lei, non Virginia che, solenne come al solito, tratteneva la sua vita fra il suo corpo arido come il deserto e la sua chioma, un fiume che lo rinfrescava.
D’improvviso non vennero più.
Nessuno se ne accorse fino al giorno che sulla rampa, con uno stridio di voce apparvero un corsetto rosso ed una crinolina.
Arabella, con i capelli, colore di stoppa legati in due trecce rigide e sporche, i pomelli tinti di rosa antico ed un rossetto sbavato attorno alla bocca.
Arabella che cantava sguaiata la canzone della sciantosa, e sguaiata scendeva i gradini sconnessi della Rampa, ma all’improvviso si sedeva e cominciava a piangere.
Fino a quando non scendeva la notte.
la foto è di Isabella Balena

Molto bello e molto triste.. Bravissima Isabella, continuiamo ancora e ancora..
Grazie di questa storia toccante, Isabella, mi sono commossa sul serio…
i deragliati, a volte, sono quelli più vicini al nocciolo della questione.
grazie, Isabella.
fabry
Sì, perché sono quelli che non hanno paura a vivere di emozioni e sentimenti o meglio, a lasciarsene sopraffare.
manca una F a fa del secondo rigo della canzoncina del pittore.
e poi, disossata, cascame, suonano stonati come le retorica spiccia di questi raccontini che solleticano quel certo non so che di compassione di superficie.
(per tacere del disagio, “nostro”(?) da raccontare fino a che non sarà stato raccontato abbastanza.?.)
Simplicita, critico letterario? o solo incazzata col mondo?
Scusa, ti chiami Semplicita.
Non “semplicitiamo” su questi vissuti… Il deragliamento di una sola creatura è il nostro – e medesimo. E come afferma Fabrizio, il deragliato in questione è il più vicino a verità che altri faticano a sfiorare – vuoi perché il dolore altrui FA PAURA, vuoi perché il malato mentale, le donne e gli uomini e tutti i viventi dissossati con il loro cascame di disperazione, preferiamo mantenerli distanti dal nostro quieto vivere.
Ecco: non guardiamo, non ascoltiamo, rifugiamoci nei nostri box “casa dolce casa”; semplicitiamoci nella filastrocca filo-borghese… Lasciamo morire due volte le tante “virginie” di Isabella Moroni. Creatura compassionevole davvero, e non per finta.
Grazie Isabella. E’ il tuo ventre che ha scritto: si sente. Si sente che fai tuo ciò che potresti ignorare.
Nina
PS: ho pure sbagliato a scrivere “disossati”… scusatemi
libere di pensarvi migliori
e di sentirvi meglio dopo un po’ d’esercizio retorico, anche nei commenti.
ps:
Signora Moroni,chi voleva scomodare? gianfranco contini dall’oltretomba per commentare la paginetta?
capisco che è più piacevole lo starnazzio del brava bene bis!
tolgo il disturbo
buona continuazione
E’ buffo che con un nome tale, Semplicita, lei si arroghi il ruolo di arbiter elegantiarum.
La vera retorica, cara la mia Finta Semplice, è la sua, che obnubilata probabilmente da letture erudite più delle mie (cosa che in se’ non sarebbe poi da disprezzare), perde di vista quelle due o tre poche cose veramente necessarie a un essere umano. “Datele il di più, farà a meno del necessario”. Non cito Contini, cito mio padre.
Sa perché me la prendo tanto con quello che ha detto? Perché è odioso leggere delle critiche fatte tanto per criticare, senza costrutto, quando sono rivolte a un testo che invece merita, per levigatezza stilistica e sensibilità narrativa. Un’ultima proposta: Invece di andarsene in maniera così gratuita come è stato il suo intervento, perché non ci fa leggere un testo dei suoi, scusi? Magari lo starnazzio del bene brava bis piace anche a lei!
E la notte sarà una notte felliniana. Bello, sarò banale e starnazzante ma a me è piaciuto sebbene i racconti tristi mi lascino sempre un senso di indefinito addosso.
Ma sono contenta di commentare, dopo che il disturbatore di turno ha levato le tende. E volendo “Arabellare” si è levato dal pollaio (e sono gentile).
Che dire… l’importante sarebbe non confondere il proprio gusto con un giudizio inappellabile.
Quello che mi dispiace in questi casi è soprattutto sapere che non si riesce mai ad avere pienamente fiducia nell’onestà dell’altro.
Ma vista questa stupenda sensibilità che abbiamo confermato, perchè non scrivete anche voi qualcosa sull’argomento?
Sarebbe bellissimo!
Cara Isabella,
appena sto meglio, ci sarò senz’altro. E’ una promessa-conferma. Aderisco all’iniziativa tua e di Monica [ancora devo leggere il suo racconto].
*
Comprendo la tua amarezza. Spesso è così: si decide del bello e del brutto; del sinistro o destro essere; si procede per diadi o per voli nonsense.
E il rispetto sviene.
Del resto anch’io ho perso un po’ i sensi, ché il SNC e soprattutto il CUORE si sono ribellati quando dinnanzi ai temi dell’UMANO, si osa mettere un autore sul banco dell’Accusa. Anche se il suo scritto non dovesse rispondere a soggettive implicazioni estetiche o di valore letterario – fondanti, comunque, nel luogo dell’individuale.
*
Troppo spesso si perde il senso della realtà e la KulturKommando deve allattare i deragliati continiani o fortiniani per sopperire alla mancanza. Eppure, mi piacerebbe sapere se fra incommensurabili colti, intellettuali, critici odierni, vi sia qualcuno – e di sicuro ci sarà! – che abbia letto quel piccolo capolavoro di Jack London che è “Il Popolo dell’Abisso”.
Rivolgo questa domanda a Semplicita e agli intervenuti, perché London non era calamitato solo dai richiami della foresta. Aveva una sensibilità, un’etica, un amore verso l’Altro talmente grande, da spingerlo a vivere per tre mesi insieme a Virginia, Molly, Peter, Jacob nella Londra muffita dei miserabili. In quella zona periferica immonda, dove nessun londinese MAI si sarebbe avvicinato. E qui si parla non degli slums, ma molto, molto peggio…
Parliamone. Sì, parliamone.
Con rispetto verso la Kultur di ogni tempo.
Namastè
Mi associo in tutto e per tutto ai commenti di Sabrina, Nina, e Anna: “datele il di più, farà a meno del necessario”.
C’è bisogno di raccontare il deragliamento, un bisogno assoluto. Ringrazio Isabella e Monica per averlo fatto, per aver dato voce a chi non ce l’ha.
La scrittura è anche questo: impegno civile.
grazie, amiche mie.
propongo di estendere la scrittura sulle Deragliate: chi rilancia?
magari Gaja su FB.
accolgo la proposta di fabrizio – mi è piaciuto il racconto proprio perché è retorico e sentimentale senza vergogna ma non spicciamente, non frettolosamente: è scritto bene, dun – di che dovremmo mai parlare, cosa cercare di inventare per competere con il mondo? è già tutto nel mondo, quanto abbiamo da testimoniare, da riferire
è scritto bene, dun “que è stato pe(n)sato, è passato per gli occhi e per il cuore di qualcuno che ha preso a cuore qualcuno” – questo volevo aggiungere
Sono d’accordo, i due post messi come risposta al mio sono già molto belli, e a me e Isabella piacerebbe che ce ne fossero altri con un loro “spazio”. Se questo spazio si trova possiamo “comunicarlo” tutti in giro sul web, a cominciare da Gaja 😉
proposta accolta, fabrizio.
un abbraccio collettivo
grazie Monica:-)
ci daremo da fare, allora!