Inquietante bellezza: la Milano rumena di Lamberti-Bocconi
di Alessando Zaccuri (“Avvenire”, 25 luglio 2009)
«Romanzo di storie », promette il sottotitolo, e probabilmente non c’è miglior definizione possibile per una narrazione che porta inscritto dentro di sé il punto di vista della poesia. Fin dall’inizio degli anni Novanta Anna Lamberti-Bocconi si è imposta come una delle voci più libere e interessanti della nostra letteratura in versi, elaborando una bibliografia personalissima, di cui la raccolta poetica (si pensi all’esordio nel 1994 con Sale rosso) è soltanto un elemento, sia pure il più caratteristico e determinante. Un’altra dimensione decisiva continua a essere quella della canzone d’autore, lungo un percorso che va dalla collaborazione con Ivano Fossati, Fiorella Mannoia e Ornella Vanoni fino alla realizzazione di una silloge, Devi chiamarmi sempre, che si integra con un cd di GianCarlo Onorato (il relativo cofanetto è stato pubblicato nel 2005 da Campanotto). E poi la prosa, già sperimentata con estrema intensità nel resoconto di un pellegrinaggio a Santiago de Compostela (Sola sul cammino, 1999), e nel saggio La forza della preghiera (2000). Ora, con Rumeni, Anna Lamberti-Bocconi sembrerebbe avventurarsi nel territorio del reportage urbano, per restituire al lettore una carrellata di microstorie legate tra loro dal tema dell’immigrazione. Il titolo di ogni racconto coincide con il nome del protagonista, un uomo o una donna della Romania incontrato per le strade di una Milano ripresa dal vero, senza abbellimenti né malizie. Antiretorico, e spesso imprevedibile, è anche il tono di queste pagine, dove la lingua si prende licenze in apparenza scorrettissime (alla rom Marja, cui è dedicato il testo d’apertura, è riservato l’appellativo di «zingaraccia» …), ma soltanto per pervenire a un’intimità più profonda. È quello che accade anche nel capitolo più complesso e non conciliato di Rumeni, nel quale la narratrice si scontra con un gruppetto di ragazzi in vena di spavalderia, salvo poi scoprire nel più giovane di loro, Cesar, le tracce di una purezza originaria, di una dignità capace di ritrovare il linguaggio della vergogna e della speranza. Anche se le questioni affrontate sono le stesse che occupano ogni giorno le pagine della cronaca (il dialogo e l’integrazione, l’illegalità e la sicurezza), la cadenza è però imprevedibile e sorprendente. Siamo nell’ambito del poème en prose, ricondotto per una volta alle sue visionarie radici baudelairiane. C’è anche qui la presenza incombente della metropoli, c’è il sentimento del confine che mette in pericolo la quiete borghese (bellissima la pagina di diario sul cimitero di Musocco, «città dei morti» che replica quella dei vivi) e c’è, soprattutto, la percezione di una bellezza invisibile, di un’uguaglianza abissale e inevitabile tra «noi» e «loro» . C’è, insomma, un poeta che scrive prosa, restando poeta.
Anna Lamberti-Bocconi
RUMENI
Stampa Alternativa.
Pagine 120. Euro 10,00
Prossime presentazioni (in compagnia di Anna L.B.):
12 agosto – MANZIANA (Roma) – Biblioteca Civica
Piazza Firenze – ore 18,30
14 agosto – ANGUILLARA SABAZIA (Roma) – Libreria degli Elfi
Corso Umberto I, n. 5 – ore 19
LILIA
Giulia avrà quarant’anni. Viene dall’Africa. E’ devastata, scheletrica. Vive in un angolo che sembra un camerino putrescente di teatro: un drappo rosso pende accanto alla branda, come una tenda sontuosa, e sulla parete uno specchietto scheggiato. Non si alza mai. Passa la giornata a farsi aria con un ventaglio, nel caldo insopportabile della grande stanza sottotetto, zeppa di letti. Siamo in un centro della Caritas, in una piccola città benestante del nord Italia. Probabilmente le è andata bene, chissà se rimaneva nel villaggio, nella bidonville, su un marciapiede. Ha lo sguardo perso nel nulla, borbotta senza sosta parole incomprensibili. Solo a volte, di sorpresa, guarda in faccia e lancia maledizioni.
Giulia è l’unica ospite di colore di questo centro per donne in difficoltà; tutte le altre sono ucraine o rumene. E’ etnica, psicotica, con le guance tutte incise dalle scarificazioni rituali. Regina degli inferi, alza gli occhi dal ventaglio e mi grida “Pazza! Vai via!”.
Il vecchio prete è un benemerito ma ha mollato. Cos’ha fatto? Ha aperto indiscriminatamente le porte della sua casa. In ogni stanza ci sono cinque o sei donne ammucchiate sulle brande, giovani, meno giovani, malate. “Non ce la faccio più, accolgo e basta. Unica regola: rientrare per le dieci e mezza di sera”. Anche lui è un re spodestato, finito, che vive nel suo studio traboccante di libri e di ricordi da ogni impensabile angolo del mondo. Allora non ha più mantenuto i confini, ha aperto la casa a chiunque bussasse e la casa si è subito stipata, e se la tengono pulita, bene, e se no non importa. E infatti le ragazze rumene la tengono da bestie, cioè se ne fregano, ciascuna impegnata a sopravvivere, fumando, con imbarcati qua e là, nelle stanze da olocausto, dei televisori raccattati in giro sempre accesi.
Qualcuna ha un bambino e se lo tiene sempre in braccio. Simona è molto bella, giovanissima, credo zingara, ha un neonato addosso e un pischellino di tre anni ai piedi, lo spoglia e gli fa il bagno in un grande catino, sempre lì a terra, dove poggiano il televisore, i materassi, un po’ tutto.
Anche Jenny è carina, con una vitalità disperatamente volgare. Si trucca, si fa bella, sono quasi le sei e un amico la sta venendo a prendere. Scende, io do uno sguardo dalla finestra e lo vedo seduto dietro il parabrezza del macchinone, avrà sessant’anni, pelato, Jenny arriva, lui le apre la portiera e la tira su.
Un po’ di donne più grandi di età vanno a fare le pulizie o le badanti, escono presto al mattino con i loro incisivi d’oro e salgono su corriere che le portano in giro per tutta la provincia, poi ritornano e parlano a lungo fra loro con i televisori accesi, e verso sera telefonano in Ucraina e in Romania alle loro famiglie.
Le giovani invece, indistinte nel loro bivaccare insofferente, sembrano atlete di una squadretta di pallavolo dimenticate nello spogliatoio, nervose, indolenti, chiamate lì per una partita annullata. Ma a dominare senza limiti e contrasti sono una sporcizia e un’incuria assolute. Una è più cordiale: io sono fuori seduta su un gradino, lei esce e si siede vicino a me, senza guardarmi. Poi tira fuori un pacchetto di sigarette e me ne offre una.
“No, grazie”.
“Ah”. La sua se la accende, e finalmente mi guarda.
“Mi chiamo Lilia”.
“Piacere, io sono Anna”.
“Cosa fai qua?”.
“Niente, sono di passaggio, domani me ne vado. Mi son fermata solo due giorni per dormire”.
“Meno male, che siamo già in troppe”.
“Eh, hai ragione”.
“Ma dove sei a dormire? Su con Giulia?”
“Sì, proprio”.
“Non c’è altro posto”.
“Sì. Ci dormo io e basta, però ci sono altri quattro letti vuoti”.
Ghigna male. “Ma chi credi che vuole dormire vicino a quella pazza maledetta?”
“Poveretta, cosa vi ha fatto?”
“Bisogna darle da mangiare se no urla tutta la notte, dice a tutti “pazza””.
“Ma la pazza poveraccia è lei…”.
“Sì, credi tu. Che pazza? Quella è cattiva”.
“Ma cosa dici, ma non vedi com’è conciata? Anzi, ti dico che di sicuro è malata. Fa così impressione perché le sporgono gli occhi”.
“Noi crediamo che è strega”.
Sto zitta nel lungo tramonto estivo della pianura padana. Sono arrivata qui ieri, domani me ne vado, il mio viaggio è un altro, ognuno ha il suo.
“Vai via domani?”
“Sì”.
“Fortunata”.
La notte scorsa mi sono alzata nel buio. Il caldo era tropicale, la maglietta bagnata, appiccicata, sentivo il respiro di Giulia laggiù nell’angolo, mi pareva di vedere ombre deformi allungarsi sotto la finestra alla luce della luna. Per non venire ghermita dall’orrore allora mi sono levata su e piano piano sono uscita dalla camera. Il bisogno di fare la pipì mi ha portato giù per le scale, come nel buio delle infanzie. Tutte le porte del dormitorio Caritas erano spalancate, per fare circolare la bonaccia, e da tutte uscivano i respiri delle donne senza niente. Al piano di sotto si apriva la crepa della stanza di quattro ragazze giovani, senza armadi, senza letti, con tutta la roba a terra fra cui i loro corpi addormentati, minacciati di sensualità. Le ho guardate passando, poi non ho più capito dov’ero, perché ero entrata nel ventre della casa e il buio si era addensato. Dal corridoio ho messo il piede in un ambiente metallico dall’odore di caffè che mi è sembrato potesse essere la cucina. Allora ho cercato l’interruttore e click – luce. I miei occhi abbagliati dalla fredda supernova del neon si sono subito abbassati a terra e ho avuto la visione a velocità supersonica di un tappeto di centinaia di scarafaggi che si è proiettato centrifugo in ogni direzione: come raggi scomposti di sole bruno hanno interrotto in fuga il loro consesso imperiale. Arrivata in bagno la luce non l’ho accesa più. Poi sono uscita fuori a respirare l’aria, finalmente dell’alba. Ho sostato a lungo sui gradini della casa. C’era già qualche badante che si avviava a prendere la corriera.
Ora Lilia seduta su quegli stessi gradini ha finito di fumare. Mi sembra che stia per alzarsi, che se ne vada, e invece resta e a sorpresa chiede: “Se vengo a Milano con te mi trovi un lavoro?”
“Ma guarda che io non conosco nessuno, non sono neanche ricca, purtroppo non ti posso aiutare”.
Rimane ancora un po’ lì, inespressiva, fino a che sopra le nostre teste dalla finestra più alta si sentono dei versi disumani, a mezzo fra grida e grugniti. Lilia mi guarda con sfida: “Sentila, la negra, la tua amica…”. Scuote le spalle, adesso si alza davvero e se ne va. Mi sono guadagnata l’ostilità indifferente di una ragazza rumena.

GIà letto su Face, ma è molto bello e convinto.SPECIE LA SOTTOLINEATURA dell’origine poetica del romanzo attuale..delle storie stesse in partitura.
Da leggere al volo!Auguri ad Anna e al suo libro
MPia Q.
Auguri anche da me.
E vai!!, un abbraccio, V.
Mi permetto di segnalare questa intervista che gentilmente Anna mi ha rilasciato:
http://biogiannozzi.splinder.com/post/21079034/Anna+Lamberti-Bocconi.+Rumeni.
Per chi volesse, c’è una intervista ad Anna… da me…
Un pezzo molto bello, una piega di una ferita aperta guardata senza specchi deformanti. direi serenamente addolorato. perchè le nostre sconfitte non dimostrano nulla. Una ‘bella’ lettura. Una prosa che indubbiamente funziona benissimo. I-M-H-O-, of course…
Buongiorno, grazie a tutti, qui da un computer di fortuna nella selvaggia Lunigiana.
L’intervista adesso vado a rivederla anch’io, ma non dovrei temere nulla, dato che mi pare di averla rilasciata in stato di sobrietà… 🙂
Lello Voce, mi sfugge cosa vuol dire I-M-H-O. Mi illuminate?
Buon agosto.
rumeni è un gran libro, e poetico è la sua definizione più calzante. diretto, come un pugno, con qualche carezza qua e là. il politically incorrect che talora ricorre è licenza poetica, ed è verità: perché noi non diciamo rom, diciamo zingari, e spesso a zingari aggiungiamo qualche contorno metaforico e spregiativo. il libro è anna: chiaro, senza fronzoli, ma denso di pieghe: di sentimento e di lingua. la recensione coglie questo aspetto in pieno.
un gran bel libro
scritto con dolore amore per la vita che passa attraverso i nostri occhi
grande scrittura anna
c.
Anna, FYI: IMHO = in my honest opinion. Ora rimane il dubbio di FYI: che cavolo di fischio è, ma soprattutto, per cosa si usa? :-D. Buona lunigianata. 🙂
Blackjack.
PS: mica mi aspettavo di trovare in imho qui, proprio qui…
Confermo: Anna ha rilasciato l’intervista in stato di ebrietà totale, per cui non c’è di che preoccuparsi… 🙂 Cioè di sobrietà totale… ero io alticcio! 🙂
Un bel libro. Concordo con la visuale di Zaccuri
I.m.h.o significa in my humble opinion, a mio modesto avviso, insomma…
sorry non volevo essere criptico, è che è una di quelle diaboliche abbreviazioni che sono a volte tanto comode da diventare un tic…
Tic tac… Grazie a tutti e avanti tutta. Buone vacanze.
Interessante la recensione, sincero e contratto il racconto, pronto a diluirsi e a densificarsi in frasi sintetiche, poetiche e bellissime come questa: “come raggi scomposti di sole bruno hanno interrotto in fuga il loro consesso imperiale.”, in cui l’aggettivazione frequente riesce a non essere pesante -caso raro. Un libro che spero di leggere presto. Buone vacanze, Anna!