Sono vecchio e senza parenti prossimi ma grazie al Cielo non sfornito di mezzi. Perciò nella mia casetta con giardino ho fatto venire una famiglia che provvede alle mie esigenze personali e a quelle domestiche e soprattutto divide con me l’esistenza: Anna e Giovanni, e i loro figli Cecilia e Massimo, i quali ultimi svolgono benissimo il compito di movimentare una vita anche troppo ordinata e tranquilla.
Anna è un’ottima cuoca ed a volte non riesco ad evitare quella forchettata in più delle sue specialità meridionali che lei è bravissima ad adattare al mio regime vegetariano. Forse è per questo che stanotte, dopo un pasto piuttosto abbondante, ho fatto un sogno strano: mi alzavo come tutte le mattine e andavo in cucina per la colazione in comune ma trovavo la famiglia schierata, come per un’assemblea o forse un processo. “Umberto, qui è ora di cambiare certe cose” esordiva infatti Anna “a cominciare dalla tua alimentazione e dal tuo abbigliamento. Sei vecchio e hai bisogno di almeno un po’ di carne, me l’ha detto anche il medico. Sei vecchio e il tuo modo di vestire t’invecchia ancora di più: una tuta vivace per la casa e jeans e giubbotto per uscire e avremo intorno il bel giovanotto che eri. In seguito si darà una ripassata anche alla casa, che così com’è ora sembra più un museo che un’abitazione civile”. Mentre Anna parlava guardavo esterrefatto lei e gli altri, che guardavano me, assentendo in silenzio. “Ma che cosa vi è preso?” infine sbottavo “Non state più bene con me, in casa mia? Vi tratto male, non vi pago abbastanza? Ho forse mai fatto osservazioni su come mangiate voi, su come vi vestite e come arredate le vostre stanze?” “Ci mancherebbe anche questa” tagliava corto Anna, senza scomporsi “qui non si tratta di noi, ma di te. Ci siamo consultati e abbiamo raggiunto una decisione, e ciò che è deciso è deciso”.
A quel punto mi sono svegliato. Un incubo? Mannò, nient’altro che l’effetto di quelle sontuose melanzane ripiene di panpesto, prezzemolo e aglio, con le quali ieri sera ho davvero esagerato. Infatti mi sono girato sull’altro fianco e mi sono riaddormentato subito.
Stamattina entrando in cucina per la colazione in comune mi sentivo sulle labbra un sorriso strano, di cui solo io potevo conoscere il senso. Ho salutato, mi sono seduto e ho cominciato a bere e mangiare, parlando e scherzando. Fra una battuta e l’altra ho detto ad Anna: “Che squisitezza quelle melanzane! Si potrebbe avere al più presto qualche variazione sul tema?”. “Ci mancherebbe” ha risposto “sai bene quanto piacciano a tutti. Ma quando si fanno mangiate del genere non si può poi passare la giornata nello studio a leggere…” “Quanto a questo non preoccuparti,” ne ho subito approfittato io “oggi ho in programma di vedere dei vecchi amici e il movimento non mi mancherà. A proposito,” ho aggiunto “se non sbaglio il sarto ha telefonato che il vestito che mi sono appena fatto fare è pronto, sei mica passata a ritirarlo?” “Proprio ieri, lo troverai nell’armadio. È una bellezza. Se lo metti oggi per incontrare i tuoi amici farai un figurone!”
Mi sorride, le sorrido. Sorrido fuori e sorrido dentro. Quello di questa notte era un sogno, quella di adesso è la realtà. Finché si tratta di Anna e di Giovanni, di Cecilia e di Massimo, che problemi possono mai esserci? Davvero, sto in una botte di ferro.

Devo dirti che all’inizio sembrava veramente un incubo questo racconto…le persone che si ostinano ad importi determinati comportamenti sono a dir poco, odiose, poi però….nell’evolversi della storia, ho notato come può bastare LO SPIRITO giusto, per affrontare (e risolvere)determinate situazioni.
La serenità dell’ambiente è necessaria per vivere bene!
Ciao, Roberto
Cara Carla,
mi spiace che nel testo tu abbia letto e apprezzato contenuti diversi da quelli che ho inteso suggerire.
A meno che tu non stia cercando di superarmi in malizia, cosa del resto non difficilissima.
Grazie e ciao,
Roberto
Quando il cambiamento, anche in piccole cose, avviene in modo soft e voluto da noi, si sorride dentro e fuori.
Un caro saluto
Cara Nadia,
se anche tu sei certa di ciò che hai letto, io sono meno certo di ciò che ho scritto. Non che sia un gran male, per il mondo e soprattutto per me.
Grazie e ciao,
Roberto
Caro Roberto,
la nostra paura dell’altro temo sia in crescita vertiginosa, per l’allarmismo mediatico, indubbiamente, ma anche per saturazione (accidentale o autoimposta) dei nostri spazi quotidiani. Amicizia, fiducia, ospitalità hanno e richiedono tempi di ascolto, di dialogo, di reciproche rassicurazioni.
Sarebbe bello normalizzare forme di convivenza e condivisione come quella che descrivi: il sogno è proprio questo, l’incubo, la vita che viviamo.
Un abbraccio
Giovanni
Caro Giovanni,
come al solito parole sante.
A fronte di un quotidiano che definire truce è poco, esiste un modo di comunicare che sembra, e forse è, fatto apposta per aumentare le zone d’ombra. Quand’ero piccolo sui tram c’era un cartello che diceva “Nei posti a sedere hanno precedenza gli invalidi, gli anziani, le donne”; oggi il cartello analogo, in varie lingue, suona: “E’ un bel gesto cedere il vostro [?] posto a…”. Non che allora ci fossero meno problemi di oggi, ma a volte la minore diplomazia era compensata da una maggiore chiarezza.
Impossibile del resto non riconoscere i tanti progressi realizzati; ciò che purtroppo ci impedisce di avvantaggiarcene è che l’esistenza ci sottopone sempre a nuove prove, con una velocità ben maggiore a quella con cui riusciamo a risolverle.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
Nella Chiusa: “Finché si tratta di Anna e di Giovanni, di Cecilia e di Massimo, che problemi possono mai esserci?
Davvero, sto in una botte di ferro.”
Nella Chiusa, nella botte – chiusa: tutto. Sia testa [e l’incubo] sia la cinta/cintura di sicurezza [la realtà conosciuta]. Nell’estroversione e nell’ignoto: incombe il resto.
Grazie
Cara Chiara,
“incombe il resto”: proprio così.
Quando parlo di botti di ferro, penso sempre alla fine di Attilio Regolo. La differenza è che lui non si nascondeva ciò che lo aspettava, noi sì, ognuno a suo modo; e lo ammettiamo solo nei sogni, nei lapsus, negli atti mancati…
Grazie e un saluto,
Roberto