Congedo con una stretta di mano il tesista raggiante per i dati e i consigli che gli ho fornito e mi affaccio alla porta del mio ufficio. Per un istante contemplo soddisfatto il mio piccolo e scelto pubblico di ricercatori e di manager, poi io stesso chiedo: “Chi è il prossimo?”. Oggi la segretaria non c’è, devo provvedere da solo a far passare i clienti in attesa. Naturalmente pronuncio la frase, quasi degradante per un funzionario par mio, cercando di virgolettarla con un sorriso ironico.
Mentre gli astanti alzano il capo dai loro libri e giornali, si fa avanti un uomo che non avevo notato. È veramente male in arnese, una delle sue scarpe scalcagnate e non lucide è addirittura slacciata. Facendosi avanti costui esclama: “Sono io, il prossimo!”, e giuntomi davanti mi abbraccia. Che fare? Sento che non posso far altro che abbracciarlo a mia volta. Ma, così abbracciati, lui continua ad avanzare spingendomi nel mio ufficio.
Allora il mio piccolo pubblico educato, finora rimasto in silenzio, sommessamente protesta: “Il signore è appena arrivato, quindi è l’ultimo”. Come mi è possibile in quella stretta guardo lui, guardo loro, mi sciolgo dall’abbraccio e allargando le braccia gli dico: “Se le cose stanno così lei deve mettersi in coda. Come ultimo sarà primo, però questo solo a suo tempo”.
Pronuncio questa frase con fatica crescente, la gola in un nodo terribile, che stringe sempre di più, fino a svegliarmi. Meno male, non era che un brutto sogno, niente a che fare con la realtà.

“Come ultimo sarà primo, però questo solo a suo tempo”
Questo è quello che inquieta me.
Trovo quasi indigeribile l’attesa; non so se poi serva davvero a smussare gli angoli nel frattempo. Un saluto
Cara Nadia,
condivido in pieno.
Nel frattempo, grazie a certe malattie insieme immaginali e realissime, se non altro possiamo a prezzo di qualche sofferenza digerire noi stessi.
Un saluto a te,
Roberto
“Se le cose stanno così lei deve mettersi in coda. Come ultimo sarà primo, però questo solo a suo tempo”.
Pronuncio questa frase con fatica crescente, la gola in un nodo terribile, che stringe sempre di più, fino a svegliarmi.
Mi sono venute in mente le parole di suor Donata, che è in Cile e condivide acqua (poca, bisogna portarla da casa), fatica e sorte degli ultimi lì, gli stagionali che lavorano fino a diciotto ore nelle vigne. Riferiva, domenica scorsa, dell’incredulità di una donna dinanzi al passo del Vangelo sulle beatitudini: “Davvero può essere anche per me? Io che c’entro?”. Questa la sua domanda. Non basta un semplice commento per raccontare della risposta di Donata e del percorso che è partito da lì. Intanto ti ringrazio, Roberto.
Cara Anna Maria,
sono lieto dell’associazione che ti ha suscitato il mio raccontino, e del fatto che tu abbia voluto condividerla.
Peraltro ne arrossisco.
La cosa più vera e reale del raccontino medesimo, quel terribile nodo alla gola, non serve a mitigare neppure parzialmente le colpe oggettive del personaggio e dell’autore.
Comunque grazie a te, e un saluto,
Roberto
Può forse esserci uguaglianza tra (apparenti)simili? Qui, nel sogno, qualcuno è (ritiene di essere) più (evangelicamente) “prossimo” degli altri; “l’ultimo” (che l’ordine costituito, che da ultimo infatti s’impone, vorrebbe lasciare tale) che tutti supera nel breve, illusorio abbraccio.
Grazie, Roberto.
Giovanni
Caro Giovanni,
ho risceneggiato una gag da avanspettacolo che solo nel sogno poteva diventare consona a questa sede per tutti o quasi, dal momento che tutti sanno cosa può nascondere in sogno certa comicità anche o soprattutto di cattivo gusto.
Per chi poi creda che tra sogno e veglia non ci sia tutta quella differenza, o almeno non quella differenza che si ritiene di solito, le cose possono stare in modo leggermente diverso.
Grazie e ciao,
Roberto
“Meno male, non era che un brutto sogno, niente a che fare con la realtà.” Qui, secondo me, si accumula tutta l’amara tensione del racconto.
Caro Marco,
il doloroso sberleffo finale certamente rappresenta un’ulteriore e più chiara conferma delle indicazioni disseminate lungo tutto il testo.
Grazie e ciao,
Roberto
scusami ma…perchè non gli hai chiesto perchè ti ha abbracciato?
è così facile cadere nei fraintendimenti se dai retta agli altri.
(ciao Robertino:-)
scusami ma… a questo punto:
perché dar retta a te?
ciao Carletta:-)
:-))))