Finiti gli sconquassi dell’adolescenza e della giovinezza, avviato ormai alla maturità, la vita cominciò a scorrergli in modo più accettabile. Certo, rimaneva pur sempre qualcosa che sentiva di non poter ancora permettersi; ma erano rose rispetto al passato, e ogni giorno, quasi senza più resistenze, un confine cadeva. Finché una mattina svegliandosi poté dire a se stesso: “Ecco, il momento è arrivato, ed io sono pronto ”.
Quel giorno medesimo ricevette una lettera che lo gettò nella disperazione. La salute non poteva che risentirne, ciò che avvenne difatti, e ben duramente. Per lungo tempo le circostanze si accanirono contro di lui, che non poteva permettersi altro che respirare a fatica senza neppure sapere se l’indomani quella fatica sarebbe stato prezzo sufficiente alla sopravvivenza; proprio lui, che per il puro sopravvivere aveva sempre mostrato il più alto disdegno.
Poi, come la tempesta d’un tratto gli si era addensata sul capo, a poco a poco se ne allontanò. Respirava di nuovo liberamente e con agio, alla fine, tanto che venne il momento in cui si chiese se non fosse tempo di riprendere la propria normale esistenza dal punto in cui era sembrata interrompersi; ma in quello stesso momento si rese conto che ormai certe cose non avrebbe più potuto permettersele.
Sentendosi in trappola, col danno e la beffa, non ce la fece a tirare avanti chiuso in un dignitoso riserbo; ebbe bisogno di parlarne in giro, di dire di sé e di chiedere d’altri.
Così (lui solo ignaro, circondato da gente che sapeva, e che dopo essersi fatta un poco pregare non gli fu avara di spiegazioni e racconti) venne a scoprire che per tutti, prima o poi, era venuto un momento nel quale ogni ostacolo era parso cadere; e che quasi nessuno, per circostanze banali o drammatiche, aveva potuto trarne profitto; dopo di che, trascorsa la congiuntura propizia, le possibilità eran passate di colpo da una protratta alba a un definitivo tramonto. Ma scoprì pure che, di quanti in quel momento non si erano trovati il cammino impedito, e ne avevano colto qualche fiore o anche frutto, non v’era chi si dicesse fortunato, né tantomeno felice.

un pessimismo di fondo insostenibile…
ognuno ha il suo fardello di esperienze, e per ognuno è un caso a sè…
la fortuna bacia i giusti!:-)
Cara Carla,
non credo si possa parlare di “un pessimismo di fondo insostenibile”.
La fine del pezzo vuol significare che avere le condizioni per “realizzarsi” non vuol dire riuscire a farlo, e tantomeno in modo gratificante; e che a volte la riuscita, e magari la soddisfazione, possono nascere da situazioni all’apparenza impossibili.
Infine non posso sapere se la fortuna baci i giusti, essendo uomo poco baciato, ed ancor meno giusto.
Ciao,
Roberto
Con molta verità, si. Verrebbe da dire purtroppo.
un saluto
Cara Nadia,
come si diceva a suo tempo commentando un vecchio libro di Zolla, le uscite dal mondo sono il mondo stesso.
Ciao,
Roberto
Eh sì, Roberto. Uno si affanna per ottenere cose che gli sembrano essenziali, poi un giorno deve prendere atto che, anche se finalmente arrivassero, sarebbero fuori tempo massimo. Come dice Macbeth, questa vita non è che urlo e furore…
Così è, caro Riccardo.
Forse sarebbe più saggio (oltre che, me ne rendo conto, meno noioso) prendere queste cose come scontate, e passare ad altro – ma c’è dell’altro, sotto il cielo?
Ciao,
Roberto
la ricerca continua… però le forze non ci sosterranno fino alla fine. in ogni caso la vita non sarà solo sound&fury, ma beffa, scorno, trabocchetto. e sarà comunque vita.
“comunque vita”.
Tra amarezza e consapevolezza, tra accettazione e resa a volte si tratta di un capello davvero sottile.
Ciao Lucy(pestifera?),
Roberto
Torno or ora da un’intera giornata trascorsa tra impegni e adempimenti (tempo buttato via?) e mi concedo il piccolo piacere di una lettura d’apologo, un po’ come il lento sorseggiar di un bicchierino di un brandy stagionato, o di un Porto regalato dallo zio viaggiatore. Non ci vedo pessimismo, in fondo al bicchiere. È un vizio antico, veder la vita come un compimento, un’agnizione, ma il compimento non arriva mica mai. Bisogna proprio ficcarcelo dentro a forza, nella vita, e costringerci a crederci. Meglio considerare passo dopo passo quello con cui ci misuriamo, che ci misura, con pazienza. Siamo tutti sopravvissuti, sarà fortuna, che è la sorte, sarà disgrazia, chi può mai dirlo?
Veritiero apologo sul protrarsi dell’alba, il declino tanto inevitabile quanto ogni volta sorprendente e la costante epifania di ciò che Svevo chiamava “avvenire dei ricordi”. Grazie, Roberto.
Caro Roberto,
è un po’ una sorpresa che la lettura dell’apologo di turno possa essere un piacere (piccolo, ve’!), come il lento sorseggiar di un bicchierino di un Porto regalato dallo zio viaggiatore (anche perché viaggiatore non sono stato mai, se non intorno alla mia stanza).
E’ una sorpresa buona per me, non so se lo sia altrettanto per la mia scrittura; in ogni caso grazie e un saluto,
Roberto
Cara Anna Maria,
ad ogni viaggio intorno alla stanza (vedi mio commento precedente) la carta da parati cambia: sarà la gibigianna, sarà lo sguardo che si appanna. E ciò che la mente coglie bene a vent’anni, il cuore lo sente perfettamente oltre i cinquanta: ma, guarda un po’!, è sempre un’altra cosa.
Mi permetto qui una constatazione che trattenevo da tanto: miei lettori sono qualche amico attempato, e le donne (spesso molto critiche, ma il punto è ovviamente un altro), le quali anche da giovani nella concitazione della vita si prendono il tempo (e mostrano il pubblico coraggio) per una riflessione e per uno sguardo ad occhi aperti.
Non è una captatio benevolentiae, la mia misasantropia ha notorie coloriture misogine che non starò qui a giustificare; ma quando ci vuole ci vuole.
Grazie e ciao,
Roberto
Che bella, sensibile scrittura.
Caro Marco,
il tentativo è sempre quello: accumulare ciò che si può, scuotere via ciò che si deve.
Lasciar succedere sarebbe anche meglio, ma non ogni giorno è di festa.
Grazie e ciao,
Roberto