Uno che perdona Hitler e lo scrive pure

Gian Piero Moretti fa il giornalista a Sanremo. E’ uno simpatico, ha visto 40 Festival di Sanremo e conosce tutto quel mondo lì, più la politica locale, più il Casino più tante di quelle altre cose che non bastano 2 o 3 recensioni a elencarle. E’ appassionato di storia contemporanea e, soprattutto, di campi di concentramento e sterminio. Ogni anno, da anni, prende e va a visitarli. Dalla competenza sul campo nasce questo Ho perdonato Hitler (Pavia, Eumeswil, 2010, pagg. 182, 14,50 euro). La storia è truculenta il giusto. Giuditta Modena è un’ebrea bolognese.  Viene deportata con la famiglia a Mauthausen, dove i suoi muoiono tutti, a cominciare dal fratello piccolino. A lei tocca la sorte peggiore: finisce nel bordello del campo, dove subisce violenze e torture d’ogni genere. Scampata alla morte, fa ritorno a Bologna (qui Moretti infila belle pagine su Bologna subito dopo la Liberazione: brào Moretti). Si fidanza  ma, un tal giorno, sullo scooter col fidanzato, ha un incidente e si ritrova nell’aldilà. E’ un aldilà speciale, questo di Giuditta e Gian Piero Moretti. L’ex bambina incontra personaggi della sua vita sulla Terra, fra i quali l’Hitler del titolo, cui accorda il perdono, e una spettacolare, amarissima Anna Frank. L’aldilà è peculiare perché Giuditta Modena non è morta e le persone incontrate sono un sogno o chi sa che altro. Siccome però la Frank le ha detto di non voler perdonare il Führer, a Modena tornata in vita resta da scoprire il perché  – e Gian Piero Moretti lo racconta.
Ora, detta così sembra una storia qualsiasi, per quanto curiosa e, massì, originale. Il fatto è invece che Moretti, a 61 anni, compiuta una carriera giornalistica di livello, si prende il lusso di interrogare se stesso e il lettore su temi smisurati: la colpa, il perdono, il senso della storia. I riferimenti letterari immediati sono, si capisce, George Steiner di The portage of S. Cristobàl e The plot against america di Philip M. Roth. Sul piano teorico, invece, siamo dalle parti di La mémoire, l’histoire et l’oubli, capolavoro finale di Paul Ricoeur.

Gian Piero Moretti è fuori da quale si voglia congrega o camarilla criticoletteraria d’oggidì, se ne impìpa dell’Internèt etc. Non di meno, questo librino qui si legge volentieri perché, con l’aria di non parere, mescola storie vere a fantasie verosimili. Consigliato.

41 pensieri su “Uno che perdona Hitler e lo scrive pure

  1. choukhadarian

    In francese, i pezzi come questi li chiamano compte-rendu. Se uno che produce compte-rendu fosse un cronista e producesse appunto cronache di libri, senza pensare a quanto invoglia o non invoglia a leggerli, sarebbe reato o no?

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  2. franz krauspenhaar

    il discorso è che recensire (o rendere conto, perchè siamo in italia, ancora) con questa sufficienza a me pare una presa per i fondelli. non c’è alcuna passione, né in un senso né nell’altro. chi ha parlato di reato? sembra che il recensore faccia un piacere al pubblico per essersi degnato a scrivere due righe sul libro. “librino”, “libretto” sono termini orridi. non c’è reato, c’è qualcosa di più sottile.

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  3. choukhadarian

    Rispetto l’opinione di Franz, del quale ribadisco di leggere volentieri i libri e dubito d’altronde che la cronaca letteraria abbia un rapporto pur che sia con la passione.

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  4. marino magliani

    Secondo me il pessimo gusto sta nel titolo della cosa chiamata cronaca letteraria.
    Doveper elemosinare qualche commento si sostiene che è l’autore che non ha perdonato hitler e altro.
    questo si puó fare perchè l’autore non guarda internet.

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  5. choukhadarian

    Callida osservazione del Magliani. Informo tuttavia d’avere inoltrato il pezzo all’autore, senza ricevere rimostranze.
    Franz, non so. Direi che si può prescindere dalla passione quando si dà conto di un prodotto.

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  6. franz krauspenhaar

    mah, certo che si puo’. solo che anche il prosciuttaio, se ama il suo lavoro, nel vendere i suoi salumi un minimo di passione ce la mette.

    forse è proprio il pensare quello che nemmeno un prosciuttaio pensa dei suoi salumi – che sono un prodotto – che crea il graffio sul muro.

    se anche i recensori pensano ai libri come a un prodotto, se così li chiamano, allora i casi sono due: o accettiamo il linguaggio – e col linguaggio accettiamo una violenza che il linguaggio sottende – o tiriamo calci negli stinchi. metaforicamente, s’intende. col linguaggio.

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  7. choukhadarian

    Franz, di che cosa si sta parlando? Un oggetto che sia messo in commercio diventa, per questa sola ragione, prodotto.
    Ogni consumatore sa che ci sono tanti linguaggi quanti sono i prodotti. Dove il male?

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  8. lambertibocconi

    Secondo me Choukadarian con questo articoletto qui ha voluto fare il simpatico, e c’è anche riuscito, il che ha abbastanza del miracoloso.
    Ma la parola “librino” è del tutto svalutativa. Anche se dici “un librino straordinario”.

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  9. choukhadarian

    Anna Lamberti Bocconi è molto simpatica.
    Il sostantivo maschile singolare librino (nome comune di cosa) è diminutivo vezzeggiativo del sostantivo maschile singolare libro (nome comune di cosa)

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  10. lambertibocconi

    Sì, sì… E’ un vecchio trucchetto quello di attaccarsi al significato letterale delle parole. Simpaticùn!
    Come uno che dice: “ho un dito”. Certo, ma poi bisogna vedere dove lo metti.

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  11. choukhadarian

    Ringrazio la simpatica Anna Lamberti Bocconi per le attenzioni che rivolge alla mia scrittura.

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  12. lambertibocconi

    Non più di tanto, tranqui. Non è la “tua” scrittura che mi ha spinto a intervenire, ma una cosa che vi ho notato. Buon divertimento nella borghesia di provincia.

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  13. elio_c

    La recensione invoglia a leggere il libro però il titolo è fuorviante: chi perdona Hitler non è l’autore ma, se ho capito bene, la protagonista del racconto. Un lettore pigro potrebbe limitarsi a leggere il titolo e indirizzare un biasimo alla faccia che ci sta sotto, non sarebbe giusto.

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  14. giovannichoukhadarian

    Gian Piero Moretti fa il giornalista, chi scrive il pezzo pure. Il titolo è un titolo da giornale.

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  15. franz krauspenhaar

    ognuno scrive come gli pare, se chi lo pubblica o accetta. secondo me scrivere “librino” è svalutativo. e non solo secondo me, anna l’ha fatto rilevare. le parole hanno una loro esattezza. si puo’ giocare con loro, ma fino a un certo punto.

    sul “prodotto”, c’è tutta una filosofia di vita, dentro e fuori. un artista non puo’ considerare un prodotto cio’ che crea. al massimo è un prodotto la merda che espelle, con l’eccezione, chiaramente, della merda di piero manzoni. per un critico degno di questo nome dovrebbe essere lo stesso, a meno che non si occupi di uno dei tanti “prodotti editoriali” che infarciscono e galvanizzano (non sai quanto!) l’odierna editoria. ma proprio leggendo il tuo “rendiconto” mi sono fatto l’idea, magari sbagliata, che questo libro non è precisamente un “prodottino”. non è uno stronzo di merda, sostanzialmente.

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  16. giovannichoukhadarian

    Le parole sono esatte, per cui librino è diminutivo vezzeggiativo del sostantivo singolare maschile libro.
    Questo precisato, Franz Krauspenhaar è un critico degno di questo nome.

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  17. giovannichoukhadarian

    Franz Krauspenhaar ha fatto il critico, ora non ha tempo.
    L’autore del librino Ho perdonato Hitler non s’è dispiaciuto del pezzo

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  18. Annalisa

    Io penso che forse il termine “librino” potrebbe sembrare svalutativo, ma non per chi conosce il modo di esprimersi del recensore, che spesso tende al paradosso e alla provocazione. Ciò premesso, a me non è parsa una recensione negativa. Anzi, i riferimenti letterari sono di tutto rispetto, e nell’insieme l’articolo mi ha invogliato a leggere questo libro. Le parole hanno importanza, certo. Ma non credo che la parola “librino”, posta alla fine di un pezzo in cui si dà un’idea del libro sostanzialmente positiva, possa da sola trasformarla in negativa, tanto più che si capisce benissimo la stima che il signor Choukhadarian ha del suo autore.

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  19. Ludovica

    Ma un giornalista scrive così?
    E Lei, giornalista, che così ricorrentemente si occupa di storie di perdono, ha forse una bella coda di paglia da sfoggiare che le esce da dietro i pantaloni?

    Io dico di sì.

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  20. lucy

    io piglio librino per libellum, nel senso vezzeggiativo, come una sottolineatura affettiva. la recensione è gradevole, il sig. choukhadarian ha un suo modo tutto speciale di scrivere, riconoscibilissimo, anche scherzoso e ironico, ma non qui.
    per i contatti webbici che ci ho avuto, non è che ci siamo molto capiti, per cui non sbavo per lui: sono sprovvista di code, dico quello che mi (ap)pare su questa polemichina oziosissima.
    una domanda: perché, sig. choukhadarian, tutta questa attenzione al perdono? è la pasqua che incalza? a quando il terzo intervento perdonistico? sine iniuria, vero.

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  21. giovannichoukhadarian

    Gentile Lucy, del commento sopra capii poco e punto. Una traduzione in lingua franca no, in caso? Se ne ringrazia anticipatamente

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  22. lucy

    fa niente, sig. giovanni, non si sforzi. è già molto s’ha capito che ero gentile. buon resto del giorno.

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  23. lucypestifera

    c’avrei giurato: grazie, ho scommesso 100 euro e li ho vinti!
    la prevedibilità è cosa matematica. grazie ancora, sa, a noi poveracci di insegnanti, 100 euro fanno comodo. può proseguire -one -one -one.

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  24. giovannichoukhadarian

    Quando aprì, questo blog era un newsgroup in grande. Ora è un Facebook in piccolo.
    Il prossimo che prova a raccontare la pàlla del web 2.0 gli dò uno sputo e l’affogo (cit.)

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  25. Annalisa

    Ma non ho capito: si sta continuando a parlare del libro, o si utilizza questo spazio per sfogare risentimenti personali nei confronti del recensore? Personalmente non ho compreso gli ultimi interventi, e non ci ho trovato nulla che facesse riferimento alle cose dette dal signor Choukhadarian nella recensione del libro…

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  26. giovannichoukhadarian

    La gentile Ludovica parla in codice, l’ottimo Solmi pure. Contenti loro, e si conferma un’ipotesi che anche Grazia Cherchi fece a suo tempo: le recensioni di libri servono a niente, i recensori a meno ancora, i commentatori ai recensori chi lo sa

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  27. Annalisa

    Continuo a pensare che questa recensione sia stata un’occasione perduta. Invece di concentrarsi sui diminutivi, i vezzeggiativi, gli aggettivi, la coda di paglia, chi ha seminato e chi ha raccolto eccetera, ci si sarebbe potuti chiedere, ad esempio se sia possibile che le parole “perdono” e “Hitler” possano stare nella stessa frase. Se la personificazione del male assoluto sia compatibile con qualunque forma di perdono. E’ solo un esempio, dato che non ho letto il libro, ma penso che il tutto sarebbe stato più interessante dei commenti piccati rivolti al recensore.

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  28. gian piero moretti

    Come ha scritto nella sua recensione il collega Giovanni, non sono un grande appassionato di internet. Anzi aborrisco tutto ciò che è tecnologico. Per questo mi sono imbattuto in questo simpatico dibattito soltanto oggi. Fatta questa premessa voglio subito sgomberare il campo da qualsiasi dubbio: sono un giornalista di professione e uno scrittore per hobby.Ho scritto un libro, il primo perchè mi piaceva farlo. Tant’è che non so quante copie ne sono state vendute, se mi arriveranno dei quattrini, se è piaciuto. A me è piaciuto e questo, per me, è sufficiente. Per quanto riguarda il “librino” non credo che sia riduttivo. E’ un libro di 185 pagine, senza l’ambizione di diventare un best sellers. Devo ammettere che il dibattito sul mio lavoro mi è piaciuto e mi ha divertito. Ho in cantiere un secondo libro. Aprite un nuovo dibattto e divertitevi… Moretti

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