Stefano Delfino. Era d’estate… ( Edizioni della libreria Cento Fiori, 2009)
Qualche anno fa, su invito di Dario Voltolini, presentammo a Finale Ligure i nostri libri. Un posto magico, il terrazzo di uno stabilimento sul mare, come si aspetta la brezza sul terrazzo della Palazzina Liberty a Porto Maurizio. Organizzava la serata Lauro Del Conte, libraio e editore. Non avevo dubbi che Del Conte e Delfino si conoscessero, oltre alle assonanze li unisce la passione per quel pezzo emozionante di Liguria, Finale, e piú in là o più in qua, dipende dai punti di vista, io misuro da tempo quei luoghi dal punto di vista del mio amico Ferrazzi, milanese che sverna beato a mezza costa. E Varigotti, e Borgio Verezzi, il festival teatrale di Borgio Verezzi, di cui Stefano Delfino è direttore artistico. Stefano Delfino é stato anche responsabile della redazione de La Stampa di Imperia, e corrispondente Rai. Nato a New York, autore di alcuni romanzi e raccolte di racconti.
Qui di seguito la prefazione del Prof. Franco Gallea al romanzo.
Stefano Delfino è scrittore dallo stile limpido e lineare, con una capacità narrativa che gli consente di ritrarre personaggi con sintetica vena e di rievocare atmosfere del passato con grande sensibilità. Ha dimostrato queste sue doti nei volumi di racconti e romanzi pubblicati e ribadisce queste positive qualità in questo suo ultimo lavoro, che contiene alcuni elementi di novità.Tre amici di gioventù (siamo negli anni Sessanta) si ritrovano, ormai adulti, per rivedere la proiezione di un film girato sulla riviera ligure. La pellicola è stata restaurata. In essa il regista aveva usato come comparse la gente del paese. È un’occasione per rivedersi e rivedere persone ormai scomparse: quasi un pellegrinaggio sentimentale a ritroso nel tempo.I tre amici sono ormai cinquantenni che hanno percorso vie diverse: SARACCA lavora alla Piaggio, è sposato con due figli; PABLO (nome pavesiano) è sposato senza figli ed è architetto; JEAN-CLAUDE è un francese di Bordeaux che aveva frequentato la spiaggia finalese, ospite di parenti, negli anni ruggenti: ora è pilota di aerei in una base NATO. È divorziato.L’incontro dei tre vecchi amici apre la stura ai ricordi di un’estate lontana, fugace come la gioventù, evanescente come un sogno: i ricordi si inseguono velati di nostalgia di tempi irripetibili nei quali si sognava il futuro, come se il mondo fosse racchiuso tra il molo e lo scoglio del Mombrino.
Scherzi, giochi, birichinate, personaggi, amori segreti, incontri ed addii popolano i colloqui incorniciati dalla consapevolezza di una realtà irrecuperabile.Ne deriva una chiara constatazione: non è possibile recuperare il passato, se non mitizzandolo: esso nella sua nuda verità è ormai solidificato nella nostra vita e le divaricazioni non sono più componibili. I tre amici si separano con la promessa di rivedersi e con la certezza che ciò non sarebbe più accaduto. Si era perduta la speranza che il tempo non avrebbe mai potuto trasformarli.
Libro intenso con capitoli brevi come flash di memoria in cui il minimalismo delle situazioni diventa un temporaneo bilancio esistenziale. Ma nel libro, oltre a questo concetto di fondo, vi sono altri due elementi degni di considerazione: uno di carattere contenutistico e l’altro di valore formale.
Dal punto di vista tematico credo necessario sottolineare un protagonista occulto del libro: è la città di Finale con la sua gente, i suoi costumi (tiro della sciabica, le pescelle, la “Rumpe e Streppa” ex “Trundediu”), le colline, le memorie storiche, i carruggi, le sue estati animate da un turismo con le vichinghe: un turismo diverso da quello consumistico “mordi e fuggi” dei nostri giorni.
Sul piano formale mi piace sottolineare l’abilità dell’autore nel costruire i dialoghi, fitti, serrati, bene articolati sia quando assumono un tono rievocativo sia quando si soffermano sulla quotidianità della parlata usuale. Possono evidenziare una capacità di conduzione “teatrale”, che indicherebbe il punto di approdo del futuro letterario di Stefano Delfino. Chissà!

Caro Marino, sono tornato a Milano e non posso fare a meno di pensare che laggiù, in riva al mare, stanno fiorendo tutte le piante possibili. Tra un mese l’aria sarà piena di profumi di pitosforo e gelsomino. Comincerà il passo delle occhiate e le triglie arriveranno sui tre etti…
“Si era perduta la speranza che il tempo non avrebbe mai potuto trasformarli.” In effetti spesso capita così, e capita che poi, rivissute, le persone non tornino più al loro posto di prima tra i ricordi, sono come tessere del puzzle che si sonosformate. Ed il ricordo del passato resta meno bello, meno fresco, meno.. assoluto. Per cui i ricordi è meglio lasciarli dove sono.
Questo per mia esperienza. Se c’entri con il libro, non lo so.
Grazie a Riccardo e a Tip Top.
Il romanzo inizia con una pioggia, in un cinema all’aperto.
Gli spettatori non reagiscono subito ( anche il film che stanno guardando mostra una scena di pioggia ) poi corrono sotto la tettoia. Il narratore ci dice che ” non si capiva quando la realtà si sovrapponeva alla finzione cinematografica. ”
Il primo ricordo di Pablo e Saracca sarà di quella pioggia nel film.
” Quello di stasera è autentico, ma allora era stato un trucco dei cineasti. Ricordi? ” chiese Saracca.
Pablo ci pensa e dice che era così, c’era il sole e le riprese non erano finite, ‘ma mica poteva piovere col sole,”
e così, alla prima giornata senza sole e senza ombre, giú
con ” l’acquazzone artificiale. ”
Sembra quasi che senza l’acquazzone reale questo dettaglio non sarebbe passato attraverso i filtri. Saracca in dialetto
ligure significa segare, tagliare un tronco. I ricordi man mano che emergono, si trasformano, la finzione tenta di salvare l’immagine dell’albero in una tavola. Del legno restano solo odori, ma bisogna raschiare la vernice.
E’il materiale con cui viene costruito e decostruito il romanzo. Luce ombre.
Una delle cose piú fascinose delle vecchie foto sono le ombre. L’ombra di quella casa, cane, bambino albero di quell’istante è giunta a noi? Il vero nero del bianco e nero e del colore.
Saracca a volte vorrebbe persino salvarli,i ricord ( altre no) , trasformarli in sogno, e noi con lui. E forse il sogno…
” E’ l’ombra di una cosa vera. ”
Peter Weir ( L’ultima onda )