Il dolore della carne

di Marco Mancassola

Alla vigilia dello scorso vertice sul cambiamento climatico di Copenaghen, Paul McCartney si presentò al Parlamento Europeo. In quell’occasione pronunciò un discorso in favore della riduzione del consumo di carne, ricordando il documentato fatto che l’allevamento su scala industriale è tra le prime cause di emissioni di gas serra e riscaldamento globale. Mezzo mondo reagì però con le sopracciglia alzate all’apparizione di Sir Paul, quando non con aperto scherno; fuori dal parlamento, un gruppo della lobby degli allevatori organizzava un barbecue a cielo aperto, con hamburger e salsicce, rispondendo con sarcasmo al discorso del baronetto.
Ora, se da un lato si può comprendere l’ostilità verso l’ennesimo famoso miliardario che pretende di impartire lezioni di etica, dall’altro questo episodio appare un esempio della tipica reazione della maggioranza umana verso un tema semplice e pacato, eppure a quanto pare disturbante, come il vegetarianesimo. Come ogni vegetariano sa per esperienza, pochi altri argomenti suscitano un tale misto di incomprensione, sospetto, ironia qualunquista come la scelta di non consumare carne. Quando va bene, toccheranno le solite frasi fatte: “Ma tanto è già morto, cosa te ne frega?” “E chi ti dice che l’insalata non soffre?”

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