Anni fa ebbi l’occasione di realizzare un desiderio, quello di andare a vivere in un appartamento con grandi balconi affacciati sul verde. Veramente era il verde degli alberi di un corso trafficatissimo, sicché, a parte l’inquinamento, c’era da mettere in conto il rumore, da sempre per me la cosa più insoffribile. Ma nello stabile c’erano i doppi vetri, e mi lasciai tentare.
Non ebbi a pentirmene. I doppi vetri funzionavano davvero, a meraviglia: guardando fuori sotto gli alberi del corso vedevo scorrere fiumi di auto e all’interno non me ne giungeva che un mormorio distante. Poi opinai che il prodigio non dovesse riguardare i doppi vetri, ma i nuovi, tanto decantati motori, perché scoprii che potevo stare in balcone a leggere senza sentire altro che un educato ronzio. In seguito però cominciai a non andare alla porta quando suonavano e a non rispondere al telefono quando squillava; ed i vicini protestarono sonoramente con la custode per il volume a cui tenevo lo stereo.
Inutile negarlo più a lungo, stavo diventando sordo. Una visita medica lo confermò, escludendo al contempo ogni possibile cura. Venni molto compianto e la cosa mi creò qualche imbarazzo. Sapevo che avrei dovuto disperarmi ma non ci riuscivo, anzi cominciò a crescere in me una sorta di aspettazione quasi gioiosa.
In quell’attesa realizzai un altro desiderio, ovvero imparai a leggere la musica. Avevo sempre pensato che la musica fosse scritta prima di tutto per gli occhi, e quando nelle mie letture avevo trovato a quell’idea sostenitori autorevoli ne ero stato assai soddisfatto; ed ora ecco l’occasione di passare dal generale al mio particolare, dalla teoria alla pratica.
Quando discese il silenzio completo regalai dischi e cd, e sugli scaffali rimasti vuoti collocai i relativi spartiti. Non è cambiato nulla, se non in meglio. Anche perché ciò che gli augusti personaggi dei miei sogni vengono a dirmi, fin dalla più tenera infanzia, ogni notte, finalmente ora posso sentirlo e comprenderlo.

“Le voci del mondo” di Robert Schneider (il titolo originale e decisamente evocativo è Schlafes Bruder, fratello del sonno) è la prima associazione che ha evocato questo apologo, dalla verità malinconica, ma pur sempre schietta.
Grazie, Roberto
Cara Anna Maria,
grazie a te per le tue indicazioni di lettura, sempre preziose.
Per quanto mi riguarda non vedo troppa malinconia nel pezzo; forse c’è un po’ di rischio nel definire certi visitatori notturni come “augusti”, ben sapendo che cosa il più delle volte si nasconde sotto i panni dei personaggi dei sogni; ma insomma qualche differenza va pure marcata.
Un saluto,
Roberto