LA FORMULA CHIMICA DEL DOLORE di Giacomo Cardaci

http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788804597957Giacomo Cardaci, classe 1986, è nato a Udine e vive a Milano da diversi anni. Nel 2008 aveva pubblicato, per Mondadori, «Alligatori al Parini». Di recente Cardaci ha pubblicato un nuovo volume, sempre per i tipi di Mondadori: «La formula chimica del dolore». Un libro autobiografico, dove il protagonista – Filippo – racconta l’esperienza traumatica di una grave malattia (un tumore) e delle conseguenti “traversie” vissute in ospedale.
Ne parliamo con l’autore.

Giacomo, quando hai scritto questo libro? Raccontaci un po’ la tua esperienza…
Ho scritto il libro fra un ciclo di chemioterapia ad alte dosi e l’altro, spesso di notte, quando ero ricoverato in ospedale e non riuscivo a prendere sonno per “la tosse del soldato”, ovvero i rantoli di quegli anziani che combattevano contro la malattia che gli sbranava il corpo, tossendo, mugolando anche di notte, rubandomi il sonno con quegli aiuto-aiutatemi-aiuto che sentivo provenire dalle altre camere del reparto; ricordo che, quando ero in camera sterile, litigavo col caposala perché notoriamente la tastiera del computer è l’oggetto più infetto che si possa immaginare, ma su quadernetti dove annotare le mie sensazioni o dettagli salienti dei miei compagni di camera, e sul computer dove rielaborarli in racconti, non ero disposto a transigere: a costo di farmi venire un febbrone per quei “batteri-batteri-batteri!” che erano banditi dal reparto.

Pensi che l’aver scritto il libro ti abbia in qualche modo “sostenuto”, nel corso di questa esperienza?
Scrivere il libro è stata per me l’altra faccia della terapia: certo, il novantrone e il melfalan mi hanno distrutto le cellule schizofreniche del corpo, ma cos’ha rasserenato le cellule impazzite dei miei pensieri? In questo senso il libro è stato salvifico, una specie di terapia che scorreva fra le mie vene contemporaneamente a quella tradizionale farmacologica: e che al posto di farmi bollire nel calderone della chemio, mi restituiva l’armonia di cui avevano bisogno.

Perché hai deciso di pubblicarlo?
La ragione per cui ho deciso di pubblicare il libro è che… io, quando ero ammalato, sentivo il bisogno spasmodico di non sentirmi solo nel mio dolore. Ero l’unico ragazzo in un centro che si occupava prevalentemente di anziani spesso con una prognosi infausta: i miei amici morivano accanto a me, l’aria puzzava di morte e io mi sentivo risucchiato verso l’obitorio del seminterrato. Ricordo che appena avevo quei 3000 globuli bianchi sufficienti per farmi uscire di casa senza correre il rischio di prendermi un febbrone, andavo in libreria e cercavo libri nei quali speravo di trovare quelle rassicurazioni che spesso i medici non ci danno. A volte i dottori sono geniali nell’interpretare i nostri valori del sangue e nel prescriverci roboticamente i farmaci più adeguati, ma si dimenticano di somministrarci quell’elisir portentoso di cui io avevo un bisogno viscerale, spasmodico: la speranza. Ricordo che spesso “rubavo” la rete wireless dell’ospedale per connettermi a facebook o entrare in blog/forum come questo, per leggere le storie degli altri e trovare in loro consolazione e coraggio: avrei potuto tenere il mio manoscritto per me, come memoria storica dei fatti che mi sono accaduti, ogni pagina una fotografia dei miei stati d’animo e un monito a volersi bene sempre anche solo per avercela fatta, ma ho deciso di liberarlo dal computer e di condividerlo con tutti coloro che come me avevano o hanno bisogno di sentirsi meno soli nelle loro riflessioni e nelle loro paure notturne o diurne: a costo di essere tacciato come autoreferenziale, il mio libro è un atto d’amore per chi ha avuto o sta ancora combattendo contro l’alieno-cancro, e per chi ha bisogno di un pezzo di carta che gli dica: “non ti preoccupare, ce la farai”.

“La formula chimica del dolore” è un titolo molto particolare. Perché questa scelta?
il titolo “la formula chimica del dolore” è stato scelto all’ultimo secondo, poco prima che il libro andasse in stampa: sono stato molto indeciso e per tanti mesi l’unico titolo possibile mi era sembrato “la tosse del soldato”, che è un’immagine – o forse un suono – che evoca efficacemente l’atmosfera notturna dell’ospedale, quando non si riesce a prendere sonno per i rantoli dei soldati/pazienti che combattono una guerra ridicola contro il proprio corpo, con armi nucleari – le chemioterapie – che fanno esplodere dentro sé stessi, e pastiglie-pallottole che sparano a sé stessi. Il libro, infatti, si apre e si chiude col suono della tosse.
Poi, però, ho deciso improvvisamente di invertire la rotta perché “la formula chimica del dolore” mi sembrava un titolo magnetico, che racchiude in sé l’idea principale del romanzo e cioè che il dolore non ammali soltanto i pensieri e l’anima, ma anche il corpo: come se questo stato d’animo, questa sensazione emotiva, d’un tratto si concretizzasse, prendesse forma, si coagulasse dentro di noi sino a trasformarsi in un sassolino che depositandosi nel nostro petto comincia a mangiarcelo. In un tumore, insomma. E’ un processo metabolico inspiegabile e misterioso, che mi è venuto in mente osservando le lacrime: anche queste, forme corporee di un dolore immateriale che… non ha una formula chimica, eppure è dentro di noi, e ci fa straripare l’anima e le cellule.

Che tipo di riscontri hai avuto dai lettori del libro?
Mi si gonfia il petto di felicità, come se dentro ci navigasse una nuvola, quando ricevo lettere di persone che l’hanno letto: gli ammalati hanno gli strumenti e la sensibilità per comprendere i messaggi che gli lancio con le mie righe, ma questo è un libro che vuole somministrare un po’ di speranza e di allegria a tutti: perché, come mi dicono in molti, nonostante il titolo è un romanzo allegro. Spero che sia davvero così: io, scrivendolo, ho spesso sostituito la mia tosse grassa con… grasse risate.

Massimo Maugeri

6 pensieri su “LA FORMULA CHIMICA DEL DOLORE di Giacomo Cardaci

  1. elio_c

    Non sapevo della “tosse del soldato”.. un’espressione che richiama altri contesti di morte talmente incombente e generalizzata da venire “naturalizzata” per forza di cose. Colpiscono le parole di Cardaci, l’immaginarsi al suo posto, di notte.. riscontro in me un preciso istinto ad allontanarmi da queste cose, quasi un moto di assurda e oscura “scaramanzia”, perché se è vero che lui ha trovato redenzione, e forse guarigione completa, nella scrittura, è chiaro che non sempre può essere così. Altri tenteranno con la religione, che altro? Al quotidiano rientro (abbastanza lungo) dal lavoro, faccio zapping sull’autoradio. Talvolta mi soffermo ad ascoltare, con un misto di affabulamento ed imbarazzo, lo zelo di “Padre Livio” su Radio Maria. L’altro giorno, con il suo tipico modo candido e concitato, ha esclamato un “eh, perché se Dio non c’è allora tanto vale che ci spariamo”, per poi soffermarsi sulla miseria fondamentale della condizione umana. Mi veniva da sorridere anche se sarebbe lungo e tortuoso spiegarne i motivi, così come mi ha fatto sorridere ieri, quando affermava, con sincero dolore, che la grandissima parte della gente, cristiani compresi, non amano poi così tanto Dio e Gesù, amano molto di più star bene, godersi il bene terreno (e le lusinghe di Satana) ricordandosi di Dio solo quando si ammalano, e che per questo ci sono la sofferenza e la morte: altrimenti noi Dio ce lo dimenticheremmo proprio del tutto.

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  2. Massimo Maugeri

    Caro Elio,
    questo di Giacomo Cardaci è un libro “forte”. Capisco perfettamente il tuo “istinto ad allontanarti da queste cose”.
    Purtroppo (e mi riferisco alla parte finale del tuo commento) credo che tu abbia ragione.
    Ciao, e grazie per il commento.

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  3. Veronica

    Salve sono madre di un un bimbo ora di 7 anni che all’eta’di 2 si è ammalato di Leucemia.Conosco il calvario e la sofferenza che la malattia e la forzata “clausura” ospedaliera ti costringono a vivere.Conosco il punto di vista del giovane scrittore Cardaci che condivido in pieno anche se mi riservo di leggere al piu’ presto il suo libro per poter dare un giudizio ancora piu’ personale.Sono situazioni molto particolare e soprattutto vissute in modo del tutto personale.Io, come madre e come cristiana, mi sono trovata in una situazione di netto contrasto e allontanamento dalla fede.Non sono riuscita ad avvicinarmi a Dio in cerca di aiuto.Cercavo risposte ai miei infiniti perchè,le quali soddisfatte, quasi totalmente, dai medici e dai loro protocolli sanitari.La mia posizione è dura, lo capisco,ed per questo che sottolineo che per esprimere un vero giudizio solo chi ne è stato coinvolto totalmente puo’ farlo .Quando , poi Giacomo, dice di voler condividere questa sua esperienza con il resto del mondo , io trovo che sia stata la stessa identica esigenza che è capitata a noi.Non fuggire , non nasconderti, perchè c’è ed esiste realmente, guardala in faccia , fatti forza e prova a combattere con tutte le tue forze e se ne uscirai vincente grida a tutti che ci si puo’ riuescire, non vergongarti , non aver paura ma soprattutto non perdere la speranza in te e nell’uomo.Un grande in bocca al lupo a Giacomo e a tutti coloro che ce l’hanno fatta , o chi ancora sta combattendo.Veronica, madre di Gianmarco detto TITTO.

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  4. monica cappellini

    il dolore ha percorsi e origini; poi al momento della scoperta della sua radice, o ci si ribella o ci si dispera. Io mi sono ribellata; qualcuno mi ha aiutato; mi sono aiutata da sola; e ora sono qui. Ma so per certo che il dolore fisico a cui andavao incontro, era dapprima il risultato di tante cattiverie subite; e di poi una passivita’ che i medici qui mi avevano quasi confortato ad accettare il calvario.
    Poi in me è scattata l’autodifesa violenta ; e una dimensione nuova
    se volete chiedermi di piu’ scrivete al sito

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